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    IACOPI o JACOPI: una serie di antiche famiglie originarie della TOSCANA
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IACOPI DISCENDENZE E STORIA

Una vita di ricerche per conoscere chi sono.

  

I milioni di turisti che ogni anno percorrono le strade dell'Umbria e ne visitano le abbazie, le pievi, i borghi turriti o le città murate, riscoprendo nella dolcezza delle linee delle sue colline e del suo verde i celebrati paesaggi del Perugino e di Raffaello, forse non sanno, nè immaginano che la Regione possa aver dato i natali a celebri capitani di ventura, antesignani di famose scuole militari, che fecero della guerra la palestra della loro "virtus".

Eppure gli Umbri, prodotto finale in termini sociali della fusio­ne alto medioevale di autoctoni, goti, bizantini, franchi, ma specialmente di longobardi, hanno sempre avuto nella loro storia una certa dimestichezza con le attività del Dio Marte. Ma solo verso l'"Autunno del Medioevo" (per usare le parole dello storico Huizinga) e con l'evolversi delle condizioni etico - sociali dell'epoca, hanno la possibilità di scuotersi da una apparente abulia ed esprimere appieno le loro caratteristiche intrinseche, fatte di slancio, ardore e generosità romantica, oltre che di spirito di fazione.

Infatti fra il Medioevo ed il Rinascimento:

- la lenta secolarizzazione del concetto tomistico e religioso della guerra, che inquadrava il fenomeno in una necessità del disegno divino per il mantenimento dell'"Ordo Naturalis" e cioè affidava alla guerra la rilevante funzione di inevitabile castigo delle nequizie dell'uomo, in una funzione socialmente catartica ed equilibratrice e dove l'uomo aveva ben poco spazio;

- il prevalente concetto di "guerra giusta" (iustum bellum) di S. Agostino e S. Tommaso (ancora oggi più o meno surrettiziamente utilizzato dalle varie ideologie), nel senso di difesa legittima del "bene comune" da un'ingiustizia per la restaurazione del giusto ordine, nella prospettiva del recupero della pace;

- la struttura sociale feudale consolidata e cristallizzata a comparti stagni e quasi impermeabili a qualsiasi osmosi, che lasciava pochi margini di speranza di miglioramento alle persone di bassa condizione sociale;

- la riscoperta, soprattutto, - tutta rinascimentale - della "virtus" dell'uomo che lo rende in qualche modo "faber fortunae suae", per la possibilità di minimizzare gli effetti della "necessitas" e sfruttare le "occasio" della "Fortuna",

producono nelle menti più aperte al nuovo e sensibili degli Umbri, un fecondo fermento, una vera e propria ribellione intellet­tuale allo "statu quo", anelito di novità e di libertà che spinge molti giovani a cercare la propria promozione sociale nel mestiere delle armi (unica via d'uscita oltre alla tradizionale carriera ecclesiastica).

Certo non tutti i capitani di ventura umbri iniziano il mestiere delle armi con la "iusta causa" e la "recta intentio" di un Braccio Fortebraccio, che è quella di riparare ad un'ingiustizia subita quale quella della cacciata dei suoi da Perugina. Ma molti a differenza e forse similmente a Braccio sono mossi anche dall'anelito, tutto rinascimentale, dell'"imperium" per ottenere la "gloria" mentre altri, forse la maggioranza, vengono sospinti da desideri molto più terreni quali quelli di accumulare poteri e ricchezze (archetipo armato del “faccendiere” moderno). Ciò nondimeno non può essere sottaciuto che il fenomeno dei capitani di ventura umbri ha un suo spessore sociale e che molti dei suoi esponenti hanno contribuito indirettamente con le loro gesta al corso della nostra storia. Per questo non si possono dimenticare lo stesso Braccio, capofila della scuola militare omonima (Braccesca), Carlo Fortebraccio, il Gattamelata e Bartolomeo d'Alviano, Giacomo della Leonessa, Capitani Generali delle Truppe di Terra della Serenissima, il Nicolò e Iacopo Piccinino, Capitani Generali delle Truppe Viscontee, Malatesta Baglioni, Capitano di Firenze, i Vitellozzo Vitelli ed i suoi parenti, per citare i più noti.

In tale contesto anche il luogo che vide la "perfetta letizia" di Frate Francesco e di Santa Chiara, cioè Assisi, l'Oriente Dantesco, non sfugge alla logica generale dell'Umbria ed una recente ricerca sui decorati al valore nell'Unità d'Italia ha praticamente confermato questo assioma.

D'altronde non ne mancavano le premesse! La storia medioevale di Assisi mostra con ogni evidenza che i concittadini del "Poverello", del tutto dimentichi dei suoi insegnamenti, avevano passato più di tre secoli a darsele di santa ragione in una interminabile faida di tipo "calabrese" e, sebbene non avessero espresso perso­nalità di rilievo nel campo militare, il loro tessuto sociale era sicuramente tempra­to ed aduso alla pratica delle armi. Anche nel periodo successivo, seppur quietati sotto il dominio della Chiesa ed in tono minore, molti rampolli delle famiglie "bene" assisane avevano cercato di affermarsi nella carriera delle armi e non pochi li troviamo al servizio dell'Austria contro il turco e nelle Friandre agli ordini degli Spagnoli. Ma la sorpresa più grande ce la fornisce il periodo dell'unità nazionale dove i cittadini di Assisi, non solo confermano la tendenza storica appena evidenziata, ma addirittura si pongono in una posizione di preminenza nel contesto regionale, potendo vantare la prima Medaglia d'Oro al valor militare e la prima Croce dell'Ordine Militare d'Italia (già Ordine Militare di Savoia) umbra. Tutto questo è dovuto al Generale Luigi Masi da Petrignano, il Comandante dei "Cacciatori del Tevere" nella Campagna delle Marche e dell'Umbria del 1859, il liberatore di Orvieto dal dominio pontificio (alla sua azione vittoriosa si deve se Orvieto dal 1859 è entrata, suo malgrado, a far parte dell'Umbria) ed il 1° Comandante della Divisione Militare di Perugia. Ma anche sotto l'aspetto quantitativo Assisi, attraverso i suoi decorati al valore, acquista una preminenza perché, se si tiene conto di un rapporto medio di 1 a 30 con la popola­zione della regione, il rapporto nelle decorazioni di maggior prestigio (2 – Masi e Renzi - su 47 nelle Medaglie d'Oro ed 1 su 6 nell'Ordi­ne Militare d'Italia) è decisamente a favore della città "serafica". Ne consegue pertanto che occorre rivedere uno dei più abusati luoghi comuni sulla "dolcezza" degli Umbri e che Assisi è si luogo di grandi Santi, ma anche di guerrieri e non certo disprezzabili. D'altronde in questi aspetti apparentemente antitetici anche per Assisi c'è tutta l'essenza della personalità degli Umbri, gente schiva, pacifica, a volte apatica, che però quando chiamata o costretta ad esprimersi lo fa con ardore, alla grande ed anche con estremismo (mistico o attivo).

Un ultima annotazione sull’argomento va fatta a buon diritto a favore della attuale Amministrazione Comunale di Assisi che, da qualche tempo, ha cominciato a porre rimedio ad una grave dimenticanza storica sulle nostre glorie cittadine. Di fatto molte nuove vie del capoluogo e delle frazioni sono ora intitolate anche a molti eroi minori assisani, decorati al valore militare e dimenticati, riparando così felicemente e commendevolmente ad una grave lacuna ed ai guasti di uno strabismo storico ultra cinquantennale.

   

                                                                         Maggior Generale Massimo Iacopi


ASSISI. CITTA' DI SANTI E DI ...... GUERRIERI (di Massimo IACOPI)
(Pubblicato, senza la parte evidenziata, alla pagina 44 del “SETTIMANALE dell’UMBRIA” dell’8 maggio 1993 con il titolo “I santi, i cavalieri, l’ …arme)
(Stampato integralmente sul Bollettino Trimestrale “SUBASIO” n. 3/11 dell’Accademia Properziana del Subasio di Assisi del settembre 2003”)

1204: la Crociata Fratricida

 

(Pubblicato su Impero Romano d’Oriente del 1° gennaio 2004)

 

Alle due Cristianità mancava, per passare dall’incomprensione all’odio, il verificarsi di un ulteriore passo esiziale. Questo avviene nel 1204 !

La quarta Crociata, che era stata indetta con lo scopo di riconquistare Gerusalemme, si conclude tragicamente con la presa di Constantinopoli. Ma questa triste conclusione della conquista di un impero cristiano da parte di truppe composte da altri cristiani non si é verificata senza un motivo o una logica ed questo evento ha viene a marcare l’apogeo di un vecchio e sordo rancore, esistente fra latini e bizantini già fin dall’inizio della prima Crociata.

1096: primo scontro delle culture

Già dall’arrivo delle truppe regolari della prima Crociata, il potere imperiale bizantino temeva una conquista della città e diverse ragioni obiettive erano alla base di questi timori. In primo luogo la presenza fra i crociati di Beomondo di Taranto che, quindici anni prima in collaborazione con suo padre Roberto il Guiscardo,  aveva devastato l’Impero e minacciato persino al sua esistenza. In secondo luogo, secondo Bisanzio, i tesori custoditi dall’Impero romano d‘Oriente, specie quelli religiosi, potevano (tanto più che nello spirito bizantino era sconosciuto il concetto di Guerra Santa) eccitare le brame dei crociati che si erano macchiati di gravi e barbari comportamenti nei massacri dei Giudei della Renania e nel sistematico saccheggio dei paesi attraversati, specie l’Ungheria (1096). Un tale comportamento lasciava supporre che il comportamento dei Crociati era sempre più assimilabile a quello di mercenari piuttosto che a quello di soldati di Cristo. Da ultimo i rapporti fra gli stessi crociati, accampati ai piedi della città imperiale e l’imperatore Alessio sembravano molto tesi.

Si moltiplicavano le risse ed i crociati cominciavano a dubitare della fiducia accordata al Basileus, che impiegava nei ranghi del suo esercito dei contingenti di Turchi Peceneghi* e dei Cumani*, cioè degli infedeli e soprattutto era aduso a trattare con gli emirati turchi dell’Anatolia. Nel periodo seguente l’incomprensione e la sfiducia reciproca fra le cristianità occidentale ed ortodossa non faranno altro che accrescersi. Se i crociati da un lato accettano di consegnare a Bisanzio i castelli e le città conquistate in Anatolia, dall’altro il rifiuto, dopo la conquista di Antiochia, di restituire la città al potere imperiale segna un’ulteriore frattura. Inoltre in occasione della crociata di sostegno del 1101, quando Raimondo di S. Gilles si reca a Costantinopoli per assumere il comando delle truppe, avviene un ulteriore episodio di tensione. In effetti in tale occasione il Basileus aveva voluto rinforzare il copro dei crociati franchi con un contingente di Turcopoli*, ma questo corpo, durante la successiva battaglia di Ganga, terrà un comportamento infido, abbandonando lo schieramento franco, atteggiamento i crociati imputarono alla responsabilità dell’imperatore bizantino. Parallelamente l’Imperatore Alessio Comneno coltivava progetti di riprendere il controllo del Medio Oriente a spese dei neo costituiti stati latini (franchi). In tal modo, nel 1106, nel momento in cui la Siria, sotto il potere di Beomondo di Taranto e successivamente di Tancredi, viene trovarsi in serie difficoltà, il Basileus non si lascia sfuggire l’occasione di conquistare a fortezza di Latakia.

Il Regno latino di Antiochia riuscirà a riprendere la città poco tempo dopo, ma l’esperienza nel suo complesso mostrava chiaramente ai Franchi che i Bizantini dovevano essere considerati come dei pericolosi potenziali nemici, pronti ad approfittare della minima debolezza per allargare il loro dominio nella regione.

L'animosità si accresce

Le cose tendono a precipitare nel corso degli anni che vanno dal 1136 al 1142. Circa mezzo secolo prima della quarta crociata l’impero bizantino si estendeva fino alle porte della Cilicia. Ruggero di Poitiers regnava su Antiochia ed aveva imprigionato Leone 1°, il Re d’Armenia, mentre un corpo di truppe Danishmendite* iniziava l’invasione del suo territorio. Approfittando della confusione e della debolezza militare del principato d’Antiochia, Giovanni, il figlio di Alessio Comneno, decide di occupare la Cilicia. Egli organizza una spedizione nel 1137 e conquista Tarso, Adana e Mamistra, rimpiazzando in ogni luogo i vescovi cattolici locali con dei vescovi ortodossi. Continuando nella sua azione egli mette l’assedio ad Antiochia nel luglio dello stesso anno. Raimondo non in condizione di opporsi, non può fare altro che accettare la condizione di diventare vassallo del Basileus e concede la città in feudo ereditario allo stesso imperatore.

La stessa sorte tocca ai Conti di Edessa e di Tripoli di Siria che devono accettare di divenire uomini ligi all’imperatore di Bisanzio. Tuttavia le successive operazioni militari congiunte franco - bizantine contro i territori mussulmani si risolvono in un fallimento e Giovanni trova persino la morte per una caduta da cavallo,nel 1142, nel corso di una ulteriore spedizione.

Alla morte dell’imperatore la Cilicia era definitivamente perduta per gli stati latini d’Oriente ed agli occhi dei Franchi l’immagine del bizantino furbo e scismatico acquisisce una ulteriore conferma, ulteriormente aggravata dalle tensioni scaturite e cristallizzate intorno alla disputa sui vescovati strappati ai cattolici nella stessa Cilicia.

 

Primo allarme

Con la seconda Crociata viene posta la questione di una possibile alleanza franca contro Bizanzio. Da un punto di vista diplomatico, gli eventi rimangono confusi. Il re di Francia Luigi 7° intratteneva delle strette relazioni diplomatiche con Ruggero 2° di Sicilia. Orbene, all’arrivo del re a Costantinopoli poco tempo dopo quello dell’esercito tedesco, Ruggero attacca il territorio dell’Impero bizantino e Manuele Comneno, figlio di Giovanni, si sente seriamente minacciato e comincia seriamente a temere per il suo regno, perché crede che re Luigi e Ruggero possano agire di concerto. Luigi 7° tenta di rassicurare il Basileus, ma la richiesta di Manuele ai franchi di riprendere per via di terra le città anatomiche cadute nelle mani dei turchi, provoca la furiosa reazione dei baroni francesi, che volevano raggiungere al più presto la terra Santa e non diventare uno strumento nella mani della politica di Bisanzio.

Corrado 3°, l’imperatore di Germania, aveva ricevuto un trattamento decisamente migliore, in quanto i due imperatori erano parenti (Irene la sorella di Corrado era la moglie del Basileus) e gli interessi dei due personaggi in Italia erano sostanzialmente convergenti.

Un altro punto di intoppo è rappresentato dalla pace trattata fra Manuele ed il Sultano di Konya (Iconium) nel 1146, evento che fa considerare il Basileus come un traditore agli occhi dei baroni francesi, che consideravano come un fatto decisamente anormale il trattare con gli infedeli.  In tal contesto una parte della nobiltà francese arriva persino a fare pressione sul sovrano perché ordini l’attacco a Costantinopoli. Ma in questo caso il Re di Francia scarta questa opzione e decide di proseguire per la Terra Santa.

La progressione della Crociata verso il porto di Adalya risultò molto difficile, perché in effetti se i Bizantini avevano il controllo delle città, le truppe turche erano numerose ed i Greci fornivano informazioni ai mussulmani sull’avanzata delle truppe crociate che accoglievano nelle loro città.

Intorno a questo atteggiamento chiaramente ambiguo si viene a sviluppare un profondo rancore verso i Bizantini, più vicini agli Infedeli che ai Cristiani.

Gli spiriti subiscono un successivo surriscaldamento allorché il naviglio che riportava Luigi 7° e la sua famiglia dalla Terra Santa, viene bloccato lungo il tragitto da una squadra bizantina: la regina Eleonora ed alcuni membri della casa reali vengono catturati e lo stesso Re si porta in Calabria dove riconosce il titolo di Re a Ruggero 2° di Sicilia.

Egli in tal modo viene a sostenere, almeno politicamente, il partito normanno, denunciando in tal modo l’alleanza di fatto esistente fra i Bizantini e gli Hohenstaufen in un comune progetto di acquisizione dei territori dell’Italia meridionale e della Sicilia.

Manovre di Bisanzio

La differenza fra la prima et la seconda crociata, che tra l’altro prova  l'evoluzione negativa dei rapporti fra Bizantini e Crociati, sta nel fatto che Manuel non ha fornito alcun aiuto militare o logistico ai Crociato del 1147 durante l’attraversamento dell’Anatolia. In qualche modo il fallimento della crociata avrebbe permesso a potere bizantino di condurre in porto i suoi progetti di conquista degli Stati latini d’Oriente.

a. Per imporsi ad Antiochia

In effetti i Bizantini avevano proposto a Beatrice di acquistare il territorio della contea di Antiochia, in cambio di una rendita vitalizia per sé e per i suoi quattro figli. Beatrice aveva naturalmente accettato con l’accordo di Baldovino 3° di Gerusalemme e questo aveva consentito al potere bizantino di mettere piede nella regione. Ma questo cambiamento viene a determinare un esodo massiccio di Franchi, Armeni e Siriaci dalle città cedute al potere di Bisanzio, popolazioni che vanno a rafforzare il Regno di Gerusalemme, dimostrando ancora una volta di più che la sovranità bizantina non veniva accettata di buon cuore dalle popolazioni del Medio Oriente. Durante questo periodo i pochi territori che sopravvivevano della Contea di Emessa e che furono donati a Bisanzio nel 1150 da Baldovino 3°, vennero conquistati nonostante che le forze del Basileus cercassero disperatamente di mantenere le piazze forti che avevano occupato. In sostanza se i Franchi d’Oriente ed il loro re Baldovino 3° avevano pensato di giocare la carta bizantina per creare una coalizione anti mussulmana, questa strategia aveva evidenziato dei seri limiti. Dal punto di vista bizantino, l’imperatore Manuele era soddisfatto, perché l’acquisizione di Antiochia aveva definitivamente eliminato la minaccia normanna sull’impero, pur rimanendo in pace con i suoi vicini Turchi. Unica dispiacere era il fatto che il principe armeno di Vhaka, Thoros era riuscito a fuggire dalle prigioni di Bisanzio ed occupava una parte della Cilicia.

Tuttavia l’imperatore sperava vivamente che la questione armena sarebbe stata prima o poi regolata da un attacco selgiuchide, ma Thoros nel 1154 supera anche questa prova battendo sonoramente i Turchi. A questo punto Manuele chiede al suo vassallo Renato di Chatillon, Principe di Antiochia, di marciare contro il principe armeno, in cambio di una ingente somma di denaro. Il franco inizialmente accetta il contratto ma nel corso delle operazioni, verificato che il Basileus non sarebbe stato in grado di pagare il prezzo pattuito, si riconcilia con Thoros e decide di rimborsarsi delle spese sostenuto con delle razzie sull’isola di Cipro bizantina. In tal modo Manuele venne a perdere un importante vassallo.

 

  1. Per allearsi al re di Gerusalemme

De parte sua, Baldovino 3° non aveva rinunciato al suo progetto di alleanza con Bisanzio. Nel 1158, egli invia dei plenipotenziari per chiedere la mano di una principessa imperiale. Manuele gli concede la sua nipote Teodora, con una generosa dote e con la promessa di protezione contro l’emiro arabo Nur ed Din. Manuel si porta in Cilicia nel 1159 e riprende pieno possesso della regione, mentre Thoros si rifugia sulle montagne del Tauro. Giunge a riconciliarsi con Renato di Chatillon senza ingiungerli di riconsegnare Antiochia ai Bizantini. Quando Baldovino 3° giunge a Manistra dove l’imperatore aveva fissato la sua residenza, egli fu accolto calorosamente e nello stesso tempo Manuele accorda il perdono anche a Thoros a condizione che egli rimanga nelle sue fortezze sulla montagne. Dopo l’incontro la truppa, ormai al completo, si mette finalmente in movimento e l’imperatore entra trionfalmente ad Antiochia con Renato come scudiere e Baldovino a cavallo dietro di lui. Ma l’esercito dei coalizzati non riesce a condurre alcun serio combattimento contro i mussulmani. Nur ed Din davanti ad un tale spiegamento di forze, chiede la pace all’imperatore prima dello scontro cruciale e l’emiro la ottiene a dietro la liberazione di diverse migliaia di prigionieri franchi, fra i quali Bertrando di S. Gilles e molti cavalieri tedeschi catturati durante la seconda crociata, ed inoltre la promessa dell’appoggio militare di Nur ed Din contro i Selgiuchidi.

L’anno seguente, Manuele organizza una campagna contro il Sultano selgiuchide Kilij Arslan con la partecipazione di un contingente franco, ma due anni più tardi, il 23 novembre 1161, Renato di Chatillon cade nelle mani di Nur ed Din ed imprigionato nelle segrete di Aleppo, dove vi rimarrà per 15 anni. Nulla sembra abbia fatto in questo caso l’imperatore bizantino per riscattarlo. Solo la principessa Costanza di Poitiers, vedova di Raimondo di Poitiers e sposa di Renato accolse con sollievo la reggenza di Baldovino 3° sul Principato di Antiochia. Questa prende contatto con l’imperatore che stava trattando con Melisenda di Raimondo di Tripoli per un possibile matrimonio.

Nel 1161 il negoziato del matrimonio sembra concluso, ma nel 1162, colpo  a sorpresa, l’Imperatore cambia idea e esprime la volontà di sposare Maria la figlia di Costanza, domandando al Re Baldovino il permesso di prenderla in sposa. Il sovrano latino naturalmente acconsente, scatenando la furia di Raimondo di Tripoli che, per rifarsi dell’umiliazione patita, si diverte a saccheggiare le coste cipriote come rappresaglia. Attraverso tutti questi intrighi Costanza sperava di mantenere pers é il potere su Antiochia con il sostegno dell’imperatore, ma tuttavia i suoi progetti vengono contestati dai suoi sudditi e nel marzo 1164 uno dei suoi figli le succede coma principe di Antiochia.

 

Miraggio di un Oriente bizantino

Questi diversi episodi contribuiscono a screditare l’impero bizantino che passava come soggetto inaffidabile ed incapace di aiutare il Reame di latino Gerusalemme a consolidarsi. Al contrario per la sua politica di divisione, Manuele rappresentava un fattore di debolezza agli occhi dei più. Tuttavia il protettorato bizantino non presentava solamente aspetti negativi: in effetti nel 1164 nel corso della sua spedizione vittoriosa del 1164 si rifiuta di attaccare Antiochia per paura di rappresaglie bizantine.

Manuele continua la sua politica con i Franchi di Gerusalemme anche con il re Amalrico, successore di Baldovino 3°, tanto che questi si sposerà con una nipote del Basileus

Questo più stretto avvicinamento con Bisanzio si spiega con la sconfitta subita dai Franchi ad Harenc, e nel desiderio dei latini di concludere un’alleanza per poter attaccare l’Egitto, sempre minaccioso. La spedizione avrà luogo nel 1169 ma senza risultati di rilievo. In tale contesto Amalrico riconosce nel 1171 l’egemonia bizantina e renderà omaggio al Basileus nel corso dello stesso anno a Costantinopoli. Ed è proprio a partire da quest’epoca che l’imperatore comincia a pensare ad una riconquista definitiva dell’Anatolia. A partire dal 1175 egli comanda la ricostruzione della fortezza di Dorilea, dove pone una importante guarnigione, quindi comincia ad organizzarsi per la conquista di Konya. Il Basileus chiede a Papa Alessandro 3° di predicare la crociata per poter liberare la via di terra dell’Anatolia attraverso al conquista della predetta città. Il Papa acconsentendo a tale richiesta inizia la predicazione della nuova crociata in tutta l’Europa nel 1176 ma l’imperatore impaziente delle lungaggini europee attacca da solo i Turchi e viene sconfitto nella valle del Meandro e MyrioKephalon. Con la sua attitudine impaziente Manuele viene a perdere definitivamente ogni possibilità di riconquistare l’Anatolia ed allo stesso tempo non risulta più in condizione di garantire ai crociati l’attraversamento dell’Anatolia senza pericoli. La morte del Basileus rappresenta un avvenimento chiave nelle relazioni franco bizantine. Di fatto il suo successore Andronico 1° cambia radicalmente la politica seguita da Manuele ed adotta un atteggiamento favorevole nei confronti del Saladino con il quale concorda persino, attraverso un trattato, la possibile spartizione dei territori latini d’oriente una volta conquistati.

Guerra aperta

La tensione fra l'Oriente e l'Occidente cristiano cresce ulteriormente proprio in occasione della 3^ Crociata. Se i re di Francia e d’Inghilterra scelgono di recarsi in Palestina per la via del mare Federico Barbarossa sceglie di seguire l’itinerario terrestre della 1^ Crociata. Il suo esercito di 15 mila uomini raggiunge la frontiera bizantina il 28 giugno 1189. Proprio quando l’imperatore tedesco ottiene la promessa di aiuto e di assistenza durante l’attraversamento del territorio bizantino, egli viene attaccato da gruppo di briganti ed è costretto a forzare il passaggio di Traiano in Bulgaria, che era stato fortificato ed armato appositamente contro di lui. In tali condizioni egli continua la sua marcia fino a Filippopoli dove riceve una lettera del nuovo Basileus Isacco 2°, nella quale l’accusa di voler conquistare Costantinopoli. Federico in risposta invia a Bisanzio due plenipotenziari che al ritorno gli descrivono la situazione della capitale dell’impero: il Patriarca predica al popolo contro i crociati ed il Basileus negozia con il Saladino il ritorno della Santa Croce a Bisanzio, inoltre la riconquista delle varie chiese della Terra Santa avviene sempre a favore di quella Ortodossa. Preso atto della situazione, il Barbarossa decide di considerarsi in guerra contro il Basileus e, sconfitte le forze bizantine a Didimotikon, conquista le principali fortezze di Tracia e Macedonia, entrando infine ad Adrianopoli (Edirne), a breve distanza da Bisanzio, dopo aver bruciato Filippopoli. A questo punto Isacco, con la paura di vedere cadere la capitale dell’impero nelle mani dei Tedeschi, cede su tutta la linea e fornisce ai Germanici l’assistenza necessaria per l’attraversamento dell’Anatolia. Nello stesso tempo il resto della crociata, in viaggio per via mare, infligge un altro colpo duro ai bizantini con la conquista dell’isola di Cipro da parte di Riccardo Cuor di Leone nel 1191.

                                            

La tentazione d'Alessio

La morte dell’imperatore germanico Enrico 6° é il motivo della indizione della 4^ Crociata. Nel 1198, il papa Innocenzo 3° invia una lettera anche all’imperatore Alessio 3° per richiedergli un importante sostegno logistico e dei rinforzi per la spedizione. Il seguito degli eventi è conosciuto. Una delegazione di crociati, tutti franchi, arriva a Venezia per negoziare il viaggio in Terra Santa; il Doge propone il pagamento di una somma di 85 mila marchi ed una suddivisione equa del bottino conquistato dai Crociati. Ma gli avvenimenti cominciano a complicarsi quando l’imperatore bizantino Isacco 2° viene a perdere il trono. Suo figlio Alessio, imprigionato, riesce a sfuggire alla vigilanza di suo zio Alessio 3° e giunge in Occidente a richiedere aiuto. Anche se trova dei possibili alleati per la riconquista del trono, il Papa per non ritardare la Crociata decide comunque di negoziare con Alessio 3°. Ma una volta che i Crociati convergono su Venezia nel giugno 1202, si accorgono che non sono in grado di pagare quanto richiesto dalla Serenissima. Vedendoli in seria difficoltà il Doge Dandolo propone loro di aiutare Venezia a riconquistare la città ribelle di Zara dal 1186, in cambio della differenza della somma da pagare. Il problema non era certo di facile soluzione dal momento che il Re d’Ungheria, anch’egli crociato, aveva esteso il suo protettorato sulla città dalmata e che, naturalmente, il papa aveva lanciato l’interdetto contro chiunque avesse attaccato i suoi possedimenti. Dopo una lunga serie di discussioni i Crociati decidono di puntare su Zara che viene presa e saccheggiata il 24 novembre 1202. Il Papa procede alla scomunica di Venezia e nel gennaio 1203, il giovane Alessio avanza una proposta ai rappresentanti veneziani ed ai baroni franchi: se l’avessero aiutato a recuperare il trono usurpato il futuro imperatore prometteva di versare a Venezia 200 mila marchi d’argento e di offrire viveri ai crociati fino alla fine della spedizione, come anche un contingente di 10 mila uomini, dei quali 500 rimarrebbero in Terra Santa alla fine delle operazioni, oltre beninteso la tanto agognata unione delle due Chiese cristiane.

La proposta viene accettata dai baroni a maggioranza, mentre alcuni decidono di portarsi in Palestina con i propri mezzi, raggiungendo una parte delle forze già presenti sui luoghi e che avevano scelto di seguire vie diverse da quella proposta da Venezia.

Il doge Dandolo, sebbene cieco, vedeva realizzarsi i suoi progetti in Oriente. Una volta riconosciuto Alessio imperatore a Durazzo, Egli diventava l’uomo forte del Mediterraneo, la città dei Dogi avrebbe assunto un ruolo di grande potenza essendo già presente in tutto il Mediterraneo dove si arricchiva in maniera iperbolica. Il Papa di Roma condanna apertamente il compromesso, ma il 23 giugno 1203, le navi veneziane  gettano l’ancora a Scutari (Uskudar) ed i Crociati si installano sulla sponda asiatica del Bosforo. Il Basileus Alessio 3° decide di inviare una lettera con la proposta di ampio sostegno alla svolgimento della crociata ma per risposta ottiene una richiesta di abdicazione. Poco dopo, i crociati occupano Galata ed una nave veneziana scardina la catena che blocca l’entrata al Corno d’Oro. Simultaneamente, diverse navi veneziane attaccano dal mare e conquistano alcune torri di Costantinopoli (17 luglio).

 

Il tempo della resa dei conti

Sostenuto solo dal suo «coraggio», Alessio 3° si mette in fuga ed Isacco 2° monta nuovamente sul trono di Bisanzio, mentre suo figlio Alessio 4° diviene co - imperatore. Quasi subito i crociati ricordano al padre le promesse del figlio Parallelamente Innocenzo 3° visti i nuovi sviluppi della situazione decide di cambiare atteggiamento e di spingere a fondo per la promessa riunificazione delle due Chiese, anche se Alessio 4° comincia a nicchiare.

Da un punto di vista finanziario egli riesce appena a racimolare la metà della somma pattuita 100 mila marchi d’argento) e non può che proporre in cambio che l’invio di truppe bizantine per aiutare i Crociati nella spedizione. Peraltro la partenza dell’esercito crociato per l’Egitto era fissato per il 29 settembre ma Alessio sapendo che il suo trono é ancora troppo fragile, avanza ai Crociati una proposta che condurrà alla sua rovina: rimandare la partenza dei Latini di un anno. In effetti il protrarsi della convivenza fra latini e bizantini a Bisanzio conduce inevitabilmente a numerose risse fra le due fazioni fra le quali la più celebre il saccheggio della moschea di Costantinopoli, difesa dagli stessi Greci.

Cool passare del tempo le relazioni reciproche subiscono una inarrestabile degradazione ed i Latini della città imperiale sono a poco a poco costretti a lasciare la città per garantire la loro sicurezza, portandosi nel campo crociato. In tale contesto, Alessio 4° tenta senza successo, il 1°, gennaio 1204, di incendiare la flotta veneziana ed un mese più tardi, una rivolta rovescia lsacco 2°, uccide Alessio 4° per dare il potere ad un oscuro cugino, Alessio Ducas Murzuphlus, che assume il nome di Alessio 5°. Da parte loro, Franchi e Veneziani vengono a trovarsi in una difficile posizione. Senza denaro, senza viveri, lontani dalla Terra Santa, e con delle relazioni molto conflittuali con il nuovo Basileus essi decidono, dopo circa due mesi di raid e di scontri con le forza bizantine, di impadronirsi di Costantinopoli e dei suoi territori. Viene organizzata una riunione nel corso della quale viene decisa la spartizione dell’impero : il bottino sarebbe stato riunito in un unico luogo, i tre quali dei quali sarebbe stati appannaggio di Venezia per il pagamento dei debiti contratti dai Franchi. Il quarto restante sarebbe stato poi diviso fra i crociati e Venezia in due parti uguali. Sarebbe stato poi eletto un imperatore a cui sarebbe andato un quarto del territorio bizantino ed il resto sarebbe stato diviso in parti uguali fra i Crociati e Venezia. Viene inoltre solennemente stabilita l’interdizione di molestare le donne e di fare man bassa dei beni della Chiesa.

In questo modo viene decisa la fine dell’Impero bizantino d’Oriente e lo schema del nuovo Impero latino d’Oriente.

L’ultimo assedio di Costantinopoli

Il 9 aprile, la flotta conduce il primo attacco ma viene respinta. I giorni seguenti, due torri vengono prese e viene realizzata una breccia nel muro di cinta. Un terzo attacco devasta la città e dopo una onorevole resistenza Alessio 5° decide di fuggire. Caduta la città imperiale inizia un orribile massacro degli abitanti che lottavano per la loro sopravvivenza: la notte del 9 aprile è una data apocalittica per la maggioranza di loro. Alla fine i Crociati stanchi delle carneficina realizzata montano il loro accampamento nel cuore della città. I tre giorni seguenti sono un’orgia di saccheggi, vandalismi e molto spesso di ulteriori massacri. Il cronista Nicetas Choniates riassume il triste episodio in questi termini: «Essi (i crociati) spezzavano le sante immagini e gettavano a terra le reliquie dei martiri in dei luoghi che ho vergogna di menzionare, disperdendo in ogni luogo il corpo ed il sangue del nostro Salvatore…. Essi distrussero il grande altare di Santa Sofia e  …. Portarono dei cavalli e dei muli per trasportare le sante stoviglie.. ed il trono, nonché le porte e tutti i mobili che era possibile asportare; e quando alcune bestie scivolavano o cadevano essi le passavano a fil di spada, insozzando con il loro sangue il luogo sacro …… (un crociato) urlava degli insulti a Gesù Cristo, cantava delle canzoni scurrili e danzava impudicamente sui santi luoghi...». Il 13 aprile due fratelli Lascaris trovano rifugio in Asia ed il patriarca riesce a rifugiarsi in Tracia.

Il divorzio fra l’Est e l’Ovest della Cristianità é ormai consumato.

GLOSSARIO

Danishmenditi : popolazione turca che ha abitato le regioni di Sivas, Kayseri e Malatya in Anatolia dal 1071 al 1178;

Peceneghi et Cumani: tribù nomadi centro asiatiche di etnia turca, Questo popolo pose numerosi problemi militari a Bisanzio nel 12° e nel 13° secolo;

Turcopoli :mercenari turchi al servizio dell’Impero bizantino.

Gli imperatori bizantini all'epoca delle crociate

1118-1143 :   Giovanni 2° Comneno

1143-1180 :   Manuele 1° Comneno

1081 - 1118: Alessio 1°, Comneno

1180-1183 :   Alessio 2° Comneno

1183-1185 :   Andronico 1° Comneno

1185-1195 :   Isacco 2° Angelo

1195-1203 :   Alessio 3° Angelo

1203 - 1204 : Isacco 2° Angelo et Alessio 4°

1204 :            Alessio 5° Murzuflo

 

 

La première croisade vue par Byzance

 

Cronista del regno di suo padre Alessio ,, Anna Comneno esprime lo sbalordimento di tutto il popolo bizantino al momento del passaggio delle truppe della prima crociata nella sua “Alexiade”.

«Era l’Occidente tutto intero, tutto quello che esiste di nazioni barbare abitanti i paesi situati fra l’altra riva sinistra dell’Adriatico e le colonne d’Ercole; erano tutti là che emigravano in massa; portavano dietro famiglie intere e marciavano sull’Asia traversando l’Europa da un capo all’altro»

Sulla condotta poco civilizzata dei Franchi, Anna riporta un aneddoto rivelatore dell’abisso culturale che separava Bizantini e Latini. «Quando tutti furono riuniti, compreso  lo stesso Goffredo (di Buglione), e che il giuramento era stato prestato da parte di ogni conte, un nobile ebbe l'audacia de sedersi sul trono del Basileus. Le Basileus se ne ebbe a male ma non disse una parola, poiché conosceva da lungo tempo la natura arrogante dei Franchi il connaissait depuis longtemps la nature arrogante des Francs. Il nobile viene aspramente redarguito da Baldovino il quale lancia delle imprecazioni  contro il Basileus. Quando tutti passavano per prendere congedo da lui, il Basileus si rivolge all’orgoglioso ed impudente latino, chiedendogli chi fosse, da che paese e lignaggio provenisse (l’uomo gli risponde che egli è un combattente che non ha ancora incontrato un suo pari e che comunque tutti lo evitano nel suo paese) … a queste parole il Basileus gli risponde: “Se tu hai cercato lo scontro senza averne trovato l’occasione, ecco il momento in cui tu sarai riempito a forza di combattimenti; io ti raccomando vivamente per il tuo bene di non metterti ne in coda ne in fronte, ma di restare al centro.»

1906: inizia Le Mans

 

(Stampato su “SUBASIO” n. 4/14 del dicembre 2006, Bollettino trimestrale dell’Accademia Properziana del Subasio di Assisi)

 

Quando il 17 giugno 2006 una cinquantina di bolidi sono partiti sul circuito Bugatti, la più celebre competizione del mondo ha festeggiato i suoi 100 anni. Racconto di un epopea.

V

ventiquattro ore di competizione dal 17 al 18 giugno 2006 hanno impegnato a Le Mans i piloti nella corsa automobilistica più celebre al mondo ed ormai centenaria. In effetti “Le Mans” rimane con la sua corsa cadetta di cinque anni disputata sull’International Speedway di Indianapolis - e se si mette da parte il campionato del mondo di Formula 1 creato nel 1950  - la competizione automobilistica più desiderata dai costruttori.

Ma la corsa occupa anche un posto privilegiato nella memoria collettiva, tanto che i Ministeri francesi della Cultura e della Comunicazione l’hanno considerata fra gli eventi celebrativi nazionali dell’anno 2006. Come il ciclismo ed il gioco del calcio godono di una grande popolarità in occasione delle classiche specifiche, l’auto fa convergere annualmente su Le Mans una media di circa 200 mila persone, con una stragrande maggioranza di anglosassoni. La pista certamente, rimane la regina di questo tradizionale fine di settimana, ma quello che accade al contorno, specie la passione di un pubblico assiduo per una intera giornata, non è una cosa da sottovalutare, al punto che uno spettatore della 24 ore di Le Mans prova la sensazione di partecipare direttamente e completamente alla festa.

Se l’affidabilità e le prestazioni sono state sempre uno degli obiettivi basilari della corsa di le Mans, la forma della corsa attuale risale piuttosto al periodo successivo alla 1^ Guerra Mondiale. In effetti alle origini, all’inizio del 20° secolo, la prova era un Grand Prix (Gran Premio) - denominazione che proveniva dal mondo ippico - il primo del genere al mondo: quello organizzato dall’Automobile Club di Francia, che diventerà successivamente il Gran Premio di Francia. In questo tipo di prova gli aspetti velocità pura e spunto (sprint) saranno in effetti le caratteristiche prevalenti.

La corsa era stata immaginata da Georges Durant, personalità francese comparabile per influenza al famoso Henri Desgrange, fondatore tre anni prima del Tour de France di ciclismo. La sua creazione si inscriveva nello spirito e nella dinamica dell’inizio del secolo, nel quale ogni nazione europea, con velleità di grande potenza, cercava di primeggiare in tutti i campi e quindi anche nel campo sportivo. Questo per la Francia era particolarmente sentito perché creare una grande nazione sportiva contribuiva a creare un popolo agguerrito nella prospettiva mai dimenticata di una “revanche” (rivincita) con i Tedeschi.

Georges Durant era all’epoca un impiegato a Le Mans dei Ponts et Chaussées (l’equivalente per certi aspetti della nostra ANAS) in connessione con l’ambiente industriale della città dove i Bolle, in particolare, avevano una certa rinomanza nel campo delle automobili. Con qualche altro appassionato egli fonda il 30 dicembre 1905 un Comitato del Circuito della Sarthe, che il 24 gennaio 1906 diviene ufficialmente l’Automobile Club della Sarthe e più tardi Automobile Club dell’Ovest (ACO), depositario ed esportatore del marchio “Le Mans”.

Il primo Gran Premio viene corso il 26 e 27 giugno 1906 su una distanza di 103 chilometri, su un tracciato ad est della città nel circuito della Sarthe (triangolo compreso fra le località di Saint Mars La Biere – Saint Calais - La Ferté Bernard). La gara si dimostra molto selettiva: delle 32 vetture allineate alla partenza solo 17 giungono all’arrivo e determinate parti del circuito come la “S” d’Arnage, Maison Blanche, Mulsanne o la passerella Dunlop, particolarmente difficili per il fatto di  mettere a dura prova motori, trasmissioni e telai, diventeranno degli autentici “luoghi della memoria” dell’immaginario collettivo dell’automobilismo.

Il 1° vincitore della gara Ferenc Szisz, vecchio meccanico della fabbrica di Louis Renault ed ormai primo pilota della casa automobilistica, compie il circuito, organizzato in due tappe di sei giri l’uno, ad una velocità media di 101 chilometri/ora. Dietro al vincitore si piazzano piloti rappresentanti delle case Pahnard e Levassor, Bayard Clement, FIAT e Mercedes. Uno dei fattori della sua vittoria di quell’anno si basa nell’impiego, inventato da Michelin, un pioniere manifatturiero dell’automobilismo, del cerchione amovibile, che consente di guadagnare molto tempo in occasione delle numerose forature di pneumatici durante il percorso.

Tenuto conto della difficoltà della prova, la vittoria a Le Mans rappresenta immediatamente una garanzia di notorietà per i costruttori che guadagnano nel passaggio-test a Le Mans le inevitabili ricadute di un prestigio e di una fama tecnica di portata mondiale. Fra gli altri costruttori, Delage, Bugatti, Matra, Peugeot, Renault per i grandi costruttori francesi, Aston Martin, Duesemberg, Talbot, Ford, Ferrari, Mercedes, Jaguar, Bentley, Porche e più recentemente Audi per i marchi stranieri, vi hanno a turno segnato la storia di questo sport.

Niente di sorprendente quindi se la gara, lanciata nel 1906, affascina ancora oggi, tanto che negli Stati Uniti uno dei circuiti dove si corre l’American Le Mans Series, quello di Atlanta, è stato battezzato “Il piccolo Le Mans”.

“1904”, 100 ANNI FA’ IL GIAPPONE ATTACCA LA RUSSIA

Pubblicato su:

  • Bollettino SUBASIO di Assisi n. 4/12 del dicembre 2004
  • CORRIERE dell’UMBRIA di PG, del 5 lug. 1994
  • CRONACA di PIACENZA 2005
  • RIVISTA MILITARE n. 2/2005 con il titolo la “Guerra che aprì al Sol Levante le porte dell’Asia”

Fra il febbraio 1904 ed il settembre 1905 si affrontano nel Pacifico due imperi. Posta del gioco il controllo della Corea. I combattimenti russo giapponesi, di una brutalità mai vista precedentemente anticipano quelli della 1^ Guerra Mondiale e la sua conclusione prepara le tragedie del 20° secolo.

 All’alba del 6 febbraio 1904 una flotta di 55 navi da guerra giapponesi lasciava la base di Sasebo, nell’isola di Kyushu, con obbiettivo Port Arthur, posto sulla punta meridionale della penisola del Liadong in Cina e sede della flotta russa del Pacifico.

Lungo il cammino una parte dell’armata doveva dirigersi sul porto coreano di Chemulpo, prossimo alla capitale Seul.

Queste due località rappresentano, quindi, gli obiettivi dei primi attacchi giapponesi nella notte dall’8 al 9 febbraio ed il 10 dello stesso mese il Giappone e la Russia entrano ufficialmente in guerra.

Questo conflitto non è altro che il punto di arrivo di una profonda rivalità fra i due Paesi. Infatti fin dalla fine del 18° secolo dei battelli russi avevano fatto la loro comparsa lungo le coste settentrionali del Giappone, cercando di stabilirvi delle relazioni commerciali. Il Giappone, paese parzialmente chiuso al commercio, oppone un secco rifiuto alle richieste degli inviati dello Zar di tutte le Russie, il cui territorio ormai fronteggiava l’arcipelago del sol levante, perché percepisce immediatamente tale azione come una minaccia potenziale alla propria autonomia.

A partire dal 1868, l’epoca Meji, segna l’apertura del Giappone verso l’esterno e l’inizio della politica di potenza imperiale del paese, volta ad escludere primariamente qualsiasi interferenza di potenze straniere sulla Corea, considerata come “la prima linea di difesa dell’Arcipelago”.

La guerra del 1894 - 1895, permette indubbiamente ai Giapponesi di eliminare la Cina dalla penisola coreana, ma vi dovrà quasi subito affrontare un avversario ben più temibile, la Russia.

L’impero degli zar, a partire dalla conclusione della guerra sino giapponese aveva considerevolmente rinforzato la sua influenza in Corea, dove si era imposto un governo filo russo. I Giapponesi aveva tentato di bloccare questa avanzata russa, assassinando la Regina Min, che dominava allora la corte coreana e determinava il corso della politica estera. L’azione non riuscì a sortire l’effetto desiderato in quanto il Re Kojong, marito di Min, spaventato dallo svolgersi degli avvenimenti si rifugia nel 1896 presso la legazione russa a Seul, rimanendovi per quasi un anno.

Tokio e San Pietroburgo riuscirono comunque a trovare un accordo nel 1898. I due paesi si impegnano a non interferire negli affari interni coreani e la Russia, in particolare, a rispettare gli interessi commerciali giapponesi nella penisola.

Questa apparente arretramento dello Zar era motivato dai successi russi in Manciuria. La Russia in effetti era riuscita ad ottenere dalla Cina l’autorizzazione a costruire una ferrovia attraverso la penisola di Liaodong e la concessione delle città di Dalian e Port Arthur, che diverrà una formidabile base militare russa.

Port Arthur, in particolare, nel cui golfo non gelano le acque durante l’inverno, offriva alla Russia zarista, con la ferrovia, un accesso permanente al Pacifico.

La Manciuria passava così sotto l’esclusiva influenza russa.

La Corea, veniva a perdere molto della sua importanza nella politica di espansione dell’impero russo.

Nonostante i suoi relativi successi in Corea, il Giappone veniva a trovarsi in una condizione di perdente e di umiliato. Veva perso definitivamente la penisola del Liaodong ed inoltre l’avanzata russa in Manciuria faceva  apparire sul futuro delle pesanti minacce sull’avvenire della stessa Corea, di cui la Russia appariva nei fatti più favorita ad impadronirsene. I timori giapponesi sembrano rapidamente avverarsi. A partire dal 1900 la Russia, approfittando della rivolta dei Boxers in Cina, fa entrare 80 mila uomini in Manciuria. Fra il 1900 ed il 1903 il Giappone e la Russia tentano più volte di regolare le loro controversie pacificamente. Intensi contatti diplomatici hanno luogo fra i due paesi. Diverse opzioni vengono esaminate: spartizione della penisola coreana; neutralità della stessa sotto garanzie internazionali; scambio della Corea in cambio della Manciuria, con il quali il Giappone avrebbe riconosciuto la preminenza degli interessi zaristi nella regione e la Russia quelli preminenti giapponesi in Corea.

Purtroppo nessuna di queste proposte riesce ad incontrare il favore delle parti soprattutto perché il Giappone da parte sua aveva fatto un’altra scelta, quella dell’alleanza con la Gran Bretagna. Londra infatti temeva le ambizioni russe nella regione e non disponeva nell’area di mezzi efficaci per opporvisi direttamente: il grosso delle truppe britanniche in Asia Orientale era stato trasportato in Africa del Sud dove divampava dal 1899 la guerra dei Boeri. La situazione, insperata per il Giappone era proprio una occasione da non perdere in quanto per la prima volta nella sua storia si offriva la possibilità di concludere una alleanza con una potenza occidentale.

Con l’alleanza anglo giapponese, firmata a Londra nel gennaio 1902, le due nazioni si impegnavano a rimanere neutrali in tutti i conflitti regionali dove fosse implicato uno dei signatari. Tuttavia, in caso d’aggressione da parte di due stati o più, l’aiuto di reciproca assistenza militare sarebbe scattato automaticamente.

La minaccia di un intervento francese a fianco della Russia veniva così definitivamente eliminata: Parigi nel caso in questione non avrebbe rischiato un conflitto diretto con l’Inghilterra per soccorrere l’alleato russo alle prese con i giapponesi. Con questa scelta la via verso la guerra era ormai aperta.

A Tokio tuttavia si rimaneva esitanti nonostante le scelte operate. La Russia era un gigante di 146 milioni di abitanti con un esercito di più di 2 milioni di uomini. Il Giappone possedeva appena 46 milioni di abitanti ed 1 milione di uomini in armi. Sul mare il rapporto di forze era ancora più sfavorevole. Il costo umano e finanziario di uno scontro con l’impero zarista rischiava di essere colossale e l’esito dell’impresa non appariva certo scontato.

Per questo ulteriori negoziazioni intermittenti, senza esito, vengono condotte con San Pietroburgo fino alla fine del 1903. L’opinione pubblica giapponese, scaldata a punto e rinvigorita da un’educazione patriottica allora in vigore, spinge per la guerra. Alla fine all’inizio del mese di febbraio del 1904 il Giappone prende la sua decisione: attacco del potente esercito russo e qualche giorno più tardi iniziano le ostilità.

I Russi, superata la sorpresa dei primi assalti nipponici, riesce a portare il Giappone in un terreno a lei decisamente più favorevole: una guerra d’usura senza precedenti. Trincee, filo spinato, mitragliatrici diventano elementi familiari ed usuali nell’assedio di Port Arthur, che dura otto mesi (da febbraio a settembre 1904), anticipano ampiamente, con la loro brutalità, i combattimenti della 1^ Guerra Mondiale.  Più di 15 mila giapponesi perdono la loro vita per la conquista della città e la titanica battaglia di Mukden, nel marzo 1905, vede la vittoria del sol levante al prezzo di sacrifici enormemente superiori.

Lo Zar, nonostante le sconfitte patite in Manciuria, spera ancora di ribaltare la situazione in suo favore. Decide pertanto di gettare nella battaglia la flotta del Baltico. Ma nel maggio 1905 l’Armata navale russa, giunta nell’area dopo un faticosissimo periplo dei continenti lungo diverse migliaia di chilometri, viene annientata dall’ammiraglio Togo, nello stretto coreano giapponese di Tsushima

I due avversari, ormai spossati, accettano a questo punto di iniziare dei negoziati. Il presidente americano Teodoro Roosevelt, interponendo i suoi buoni uffici, riesce a mettere d’accordo le parti, che il 5 settembre 1905 segnano un trattato di pace a Portsmouth negli USA.

Lo Zar, indebolito dalle sue sconfitte, ma anche da una situazione interna pre rivoluzionaria, sulla quale era riuscito a mala pena ad ottenerne il controllo, concede al Giappone tutti i privilegi che il Giappone aveva acquisito sul campo in Manciuria e riconosce l’esistenza di interessi politici economici e militari giapponesi nella Corea. La Russia cede inoltre a Tokio il controllo della metà meridionale dell’isola di Sakhalin, a nord dell’arcipelago.

Nonostante il successo ottenuto, il Trattato di Portsmouth viene accolto con amarezza e rabbia dall’opinione pubblica giapponese, che aveva largamente sostenuto il conflitto. Il sacrificio di vite umane e materiali sofferto dalla popolazione era stato, a suo dire, “svenduto” dai politici.  Erano stati mobilitati 1 milione e 300 mila uomini, con 80 mila morti e 450 mila feriti per dei vantaggi giudicati irrisori. Tra l’altro la Russia non risulta obbligata a versare delle riparazioni di guerra al Giappone. In effetti la guerra era costata quanto l’equivalente di sei anni di prodotto nazionale ed il nazionalismo giapponese risultava frustrato nelle sue aspettative.

Di fatto la furia popolare esplode fin dalla giornata della firma del trattato di pace. Diverse sommosse si scatenano a Nibiya e Tokio. La folla se la prende con tutto quello che simbolizza il disfattismo dei dirigenti. Posti di polizia, giornali governativi, sedi ministeriali vengono attaccati ed incendiati. Gli scontro poi si espandono rapidamente a tutto l’insieme del territorio ed il 7 settembre il governo decide di dichiarare lo stato d’assedio nelle grandi città del Paese.

L’ordine verrà ristabilito solo qualche settimana più tardi. L’impatto tuttavia era stato molto duro. Per la prima volta il Giappone era stato scosso da un movimento popolare di ampiezza nazionale. Il “popolo” faceva così un ingresso fragoroso sulla scena pubblica di quel paese. Ma anche all’estero la guerra russo giapponese aveva risvegliato grandi passioni. Dagli Ebrei in Russia agli Arabi dell’Impero ottomano, dall’indiano Nehru al cinese Sun Yat Sen, l’inattesa vittoria del Giappone sulla potenza zarista aveva entusiasmato le folle ed i dirigenti di tutto il mondo e soprattutto trasmesso un soffio di speranza alle numerose popolazioni sottomesse. I fatti dimostravano che gli imperi, nonostante i loro muscoli, erano vulnerabili e la liberazione dei popoli diveniva un sogno possibile.

Ma è comunque questa l’unica e più importante conclusione che può essere tratta da questo conflitto. Se l’impero russo era stato in effetti profondamente lacerato dalla sconfitta ed era entrato per così dire in un coma sociale profondo, foriero di ben più gravi avvenimenti storici, la guerra del 1904 - 05 confermava crudamente le caratteristiche delle guerre di nazione, intraviste nella Guerra di Secessione americana, ma diventava sopratutto anche il punto di partenza del tragico percorso dell’imperialismo giapponese. Dal novembre 1905 la Corea diviene praticamente un protettorato giapponese, prima di essere più semplicemente annessa nel 1910. Il Giappone, da quel momento e fino all’amara conclusione della 2^ Guerra Mondiale, non avrà che un solo obbiettivo: il mantenimento e l’espansione del suo impero in Asia.

Conclusa nel 1648 con i trattati di Münster e di Osnabrück, la Pace di Vestfalia mette fine alla guerra dei Trent'anni, uno dei conflitti più sanguinosi della storia. Mentre l'Europa moderna si forma attorno agli stati-nazione, una nuova organizzazione delle relazioni internazionali appare all'orizzonte. Sarà questo modello a condizionare la geopolitica per oltre due secoli.

La Pace di Vestfalia è la conclusione di lunghi negoziati che, per una lunga serie di anni, mirano a porre un termine alla Guerra dei Trent'anni. Questa guerra interminabile e sanguinosa è un conflitto atipico che comincia in qualche modo come la continuazione in grande scala delle guerre di religione che avevano scosso l'Europa nel XVI secolo. Successivamente, al conflitto religioso si sovrappone e quindi si sostituisce uno scontro fra le potenze rivali del momento. La Guerra dei Trent'anni genera una netta mutazione della geopolitica europea, con il regresso di grandi imperi e la comparsa di stati moderni, di cui la Francia costituisce, con la Svezia, una delle emanazioni. 

Il conflitto si infiamma nel 1618, dopo l'ordine dell'arcivescovo di Praga di radere al suolo un tempio degli ugonotti. A seguito delle proteste di questi ultimi, l'imperatore Ferdinando II d'Asburgo, cattolico, redige una risposta che provoca grande disappunto. Il 23 maggio 1618 i rappresentanti imperiali, in occasione di una riunione con gli ugonotti, vengono sommariamente condannati e quindi gettati dalle finestre del castello, luogo dell'incontro: l'avvenimento, meglio conosciuto come Defenestrazione di Praga, ha un potentissimo valore simbolico, che si rivela la scintilla della guerra. 
Inizialmente si tratta di una lotta politica all'interno del Sacro Romano Impero Germanico, 

avviata però su base religiosa. La dimensione legata alla fede costituisce l'aspetto emotivo del conflitto, con un incremento di violenza, soprattutto nei confronti delle popolazioni civili. 
Ciò nondimeno, le rivalità politiche domineranno questa guerra con la crescita di potere di paesi ostili all'egemonia della casa d'Austria. In tale contesto la Danimarca, ma soprattutto la Svezia e la Francia, interverranno in successione, siglando alleanze di interessi, in cui le considerazioni di ordine religioso sono praticamente assenti. Durante gli ultimi anni della guerra, i combattimenti servono soprattutto ai negoziatori della pace, abili a utilizzare le vittorie come una leva diplomatica, fatto che tende di fatto a ritardare gli accordi. 
La Guerra dei Trent'anni si gioca essenzialmente sullo spazio centrale dell'Europa. La Germania, spezzettata, ne è la prima vittima: occorrerà ad essa più di un secolo per riprendersi. Lo spazio egemonico della casa d'Asburgo (Spagna, Austria, Sacro Impero), che dominava l'Europa nel secolo precedente, esce diviso e indebolito dalla guerra. La Spagna perde definitivamente il prestigio che fu suo con le grandi conquiste del XVI secolo, e il Sacro Impero si dovrà ormai accontentare di giocare un ruolo secondario, fino alla sua dissoluzione nel 1806. 
Francia, Svezia e Olanda sono i grandi vincitori. L'Inghilterra - alle prese con una forte crisi politico-sociale - risulta largamente assente dal conflitto. Questa assenza, però, le conferisce una collocazione particolare nell'ambito dell'Europa, sul cui scenario giocherà il ruolo di arbitro dell'equilibrio formatosi dopo il 1648. 

Con lo sviluppo degli stati moderni nasce anche un'economia mercantile e, con essa, il futuro sistema capitalista. L'Europa geopolitica che emerge nel 1648 è completamente diversa da quella del 1618: nelle sue grandi linee questa nuova carta ricorda quella di oggi, anche se Germania e Italia devono attendere il XIX secolo prima di imporsi sulla scena europea e scuotere l'ordine che le ha a lungo poste ai margini. 
Il sistema geopolitico nato dalla pace di Vestfalia ingloba quasi tutta l'Europa, compresa la Russia. E dato il ruolo egemone svolto dal Vecchio Continente fino agli inizi del XX secolo, l'architettura di questo trattato sarà indirettamente quella di quasi tutto il pianeta. Le regole di buona condotta degli stati stabilite in questa occasione, ivi comprese quelle che emanano dal diritto internazionale - il cui padre fondatore Hugo Grotius è uno degli ispiratori della pace -, definiranno le relazioni internazionali fino al termine della Prima Guerra Mondiale, quando gli Stati Uniti tentarono di instaurare nuovi parametri con la creazione del primo organismo di sicurezza collettiva globale, la Società delle Nazioni. 
Di fatto saranno due uomini di chiesa, i cardinali Richelieu e Mazarino, ad elaborare i termini della pace, imponendo un nuovo ordine europeo, in cui la Chiesa viene allontanata dal proscenio della scena politica. Francia e Svezia, entrambe alleate e dominatrici sui campi di battaglia, approfittano del loro ascendente strategico per arrivare ad una pace che serva i loro interessi. E gli statisti incaricati di ricercare la pace sono persone realiste, pratiche, che vedono in primo luogo gli interessi delle loro rispettive nazioni, ma che non mancano del sentimento e della volontà di agire per il bene comune dell'Europa e impostando correttamente i termini di una pace duratura. 
Disinnescare le passioni dalla politica è, con ogni evidenza, una delle motivazioni primarie degli architetti della pace di Vestfalia. Evitare la guerra totale ne rappresenta l'altra preoccupazione. Il "mai più" dei pacifisti del XX secolo avrebbe potuto essere la loro professione di fede. Ma, contrariamente a questi ultimi, i "pacifisti" del XVII secolo, decisamente più realisti, volevano sradicare un certo tipo di guerra, e non tutte le guerre. La Rivoluzione del 1789 smonterà, per prima, questo edificio diplomatico, e il periodo napoleonico sarà solamente una parentesi. Il crollo totale dell'equilibrio al volgere del XX secolo ridurrà tutto in fumo. Fra il 1648 ed il 1914, con una interruzione fra il 1789 e il 1815, il sistema di Vestfalia, di contro, svolge egregiamente la propria funzione. 

La Pace di Vestfalia comporta quattro conseguenze immediate. La prima è quella di mettere un termine definitivo al conflitto. La seconda è quella di ridisegnare la carta geopolitica dell'Europa con un centro di gravità che si sposta dal centro-sud (Spagna, Sacro Romano Impero-Austria) verso ovest e il nord (Francia, Olanda, Gran Bretagna, Svezia). La terza è quella di stabilire due pilastri essenziali: il mantenimento dell'equilibrio delle potenze e il rispetto assoluto della sovranità nazionale degli stati appartenenti al 

sistema e dal quale saranno esclusi, ad esempio, i paesi extraeuropei "colonizzabili". La quarta conseguenza è quella di mettere fine all'idea che ci si faceva della cristianità nel medioevo, quella cristianità che Carlo V, nel secolo precedente, pretendeva ancora di riunificare sotto la bandiera degli Asburgo. Con Vestfalia è l'Europa che si avvantaggia sulla cristianità. L'indipendenza degli stati (e dei principi) costituirà il nocciolo del sistema nel momento in cui evapora il concetto di un'Europa cristiana sotto forma di una monarchia universale gravitante attorno al binomio Roma-casa d'Asburgo. 
Non disgiunto dall'equilibrio delle potenze, il principio del rispetto della sovranità degli stati rappresenta uno dei meccanismi essenziali dell'ordine di Vestfalia. Il risultato è un concetto fondamentale della politica moderna: la ragion di stato. Rimesso in discussione dopo la fine della guerra fredda, il principio di non ingerenza sarà per tre secoli e mezzo una delle rare, se non l'unica legge sacra della politica internazionale. Certamente, l'imperialismo coloniale extraeuropeo tiene poco conto della sovranità dei paesi colonizzati, ma questi non fanno parte, dall'inizio, del sistema derivato dai trattati e in ogni caso tali paesi non vengono considerati dagli Europei come stati veri e propri. 
All'inizio, il principio di non ingerenza segna un apporto considerevole alla causa dei diritti dell'uomo. La Guerra dei Trent'anni si era infiammata con le passioni religiose che travagliavano l'Europa nei secoli XVI e XVII. Durante il conflitto, l'odio fra protestanti e cattolici aveva determinato morte e distruzione. E' proprio per evitare nuove guerre di religione e massacri indiscriminati che gli architetti della pace instaurano questo principio, che dapprincipio si basa sulla vecchia idea del cuius regio, eius et religio, ovvero la religione del principe è la religione del popolo. 

Ufficializzando il carattere religioso di ogni stato ed eliminando l'ingerenza di altri paesi negli affari interni degli stati, gli accordi di Vestfalia determinano il principio della sovranità assoluta, al fine di proteggere le popolazioni e preservare l'integrità politica degli stati. Da ciò deriva, in linea di principio, una maggiore sicurezza e una migliore stabilità interna ed esterna. Preservando l'integrità politica degli stati - ma non necessariamente territoriale - la pace permette ai diversi attori di stabilire nuove alleanze. E' in questo gioco di alleanze, che si fanno e si disfano con rapidità sconcertante, che si mantiene l'equilibrio generale del sistema. L'uso della forza continua a essere circoscritto e serve a difendere e a promuovere gli interessi nazionali dei rispettivi paesi. Nonostante tutto, la carta geopolitica disegnata nel 1648 resterà sensibilmente la stessa fino ai nostri giorni, almeno nelle sue grandi linee, ponendo in evidenza lo straordinario lavoro realizzato dai negoziatori della pace. 
Sul piano geopolitico, la Francia consegue il vecchio sogno di Enrico IV di vedere il continente gravitare intorno alla nazione transalpina. D'altronde la Francia rappresenta l'incarnazione dello stato moderno del sistema di Vestfalia. Essa diventa il nucleo politico e quindi culturale della nuova Europa. Per diversi secoli la Francia sarà al centro di questa politica di equilibrio che essa stessa ha contribuito a instaurare, giocandovi un ruolo ambiguo, stretta fra il desiderio di sfruttare al massimo la sua potenza e quello di mantenere il sistema in vigore. Le ambizioni di Luigi XIV metteranno rapidamente alla prova la solidità del meccanismo e riveleranno la natura dei nuovi rapporti di forza, con l'Inghilterra che si posiziona come grande rivale della Francia. L'opposizione fra i due paesi è esemplare: la potenza continentale e la potenza marittima, lo stato centralizzato e lo stato mercantile. 

Dopo Luigi XIV, che sta al gioco pur spingendo il "regolamento ufficioso" fino ai suoi limiti, sarà ancora la Francia a contribuire a scuotere il sistema nato a Vestfalia. La Rivoluzione del 1789 all'inizio mette fine all'omogeneità politica dell'Europa - vitale per il mantenimento dell'equilibrio - apportando una dote di elementi perturbatori: terrore politico, ideologie rivoluzionarie, volontà universalista, nazionalismi. Questi elementi contribuiranno alla caduta finale del sistema durante la seconda parte del XIX secolo. Anche Napoleone minerà momentaneamente questo equilibrio, costruendo un apparato militare capace di dominare gli altri eserciti europei. La restaurazione geopolitica del Congresso di Vienna (1814-15) tenta di ristabilire tutti i parametri dell'ordine di Vestfalia. Fatto significativo, gli artefici di questa restaurazione hanno l'intelligenza di includere nei negoziati la Francia, rappresentata da Talleyrand, ovvero il paese colpevole dell'implosione dell'equilibrio europeo. I negoziatori di Versailles, dopo la Prima Guerra Mondiale, non avranno la stessa lungimiranza. 
La cultura diplomatica dei paesi dell'Europa è impregnata da una lunga pratica della politica messa a punto con la pace di Vestfalia. E ancora oggi perdurano in Europa i suoi vecchi riflessi. La Francia continua a imporsi diplomaticamente nel seno dell'Europa continentale, mentre una potenza decrescente come l'Inghilterra si compiace ancora del suo ruolo tradizionale di grande arbitro. Circa un secolo dopo la morte dell'ordine vestfaliano, questo continua ad abitare i nostri pensieri. Nei momenti di dubbio ci serve da riferimento. E qualunque sia il sistema che governerà le relazioni internazionali in futuro, il nuovo si posizionerà inevitabilmente in relazione al sistema instaurato nelle due piccole di Münster e di Osnabrück nel XVII secolo.

BIBLIOGRAFIA
  • Josef V. Polisensky, La Guerra dei Trent'Anni: da un conflitto locale a una guerra europea nella prima metà del Seicento - Einaudi, 1982.
  • C. V. Wedgwood, La Guerra dei Trent'Anni - Mondadori, 1998.
  • R. Romano, L'Europa tra due crisi. XIV e XVII secolo - Einaudi, 1980

1648: CON LA PACE DI VESTFALIA NASCE UN NUOVO ORDINE MONDIALE (di Massimo IACOPI)
(Pubblicato su Rivista STORIA in Network n. 175, maggio 2011 con lo pseudonimo di MAX TRIMURTI)

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