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IACOPI DISCENDENZE E STORIA

Una vita di ricerche per conoscere chi sono.

  

Rivolgimento mondiale nel 1956

RIVOLGIMENTO MONDIALE NEL 1956

(Pubblicato su Rassegna Militare dell’Esercito n. 5/2007)

La divisione del mondo era già cominciata a Yalta fra Sovietici ed Americani. Nel 1956 gli Europei scoprono all’improvviso di essere ormai fuori gioco.

Nel 1945, a Yalta, Roosevelt e Stalin avevano sancito la scomparsa delle aree di influenza britannica, tedesca e francese in Europa, che erano state sostituite dalla divisione del mondo in due mondialismi (quello leninista e quello wilsoniano). Con il 1956 la coesistenza fra le due mondializzazioni segna una nuova tappa. Dopo aver tolto alle potenze europee il loro potere sul destino dell’Europa, Americani e Sovietici si mettono ormai d’accordo per liquidare ciò che resta delle aree di influenza britanniche e francesi nel terzo mondo.

Dopo la morte di Stalin, nel marzo 1953, la dottrina sovietica internazionalista conosce degli adattamenti, conseguenti alla evoluzione della situazione mondiale. Tenendo conto della superiorità strategica americana degli anni 1953-55 e della comparsa dell’arma termonucleare nel 1954, i dirigenti sovietici, anche se non lo ammetteranno ufficialmente prima del 1956, sono sempre di più convinti dell’impossibilità di una vittoria in una guerra nucleare e che pertanto il Comunismo dovrà imporsi sulla scena mondiale attraverso l’impiego di altri mezzi.

Questo cambiamento radicale nella maniera di pensare la contrapposizione dialettica fra comunismo e capitalismo costituisce l’origine delle riflessioni sulle vie da intraprendere per conseguire comunque l’obiettivo finale. Tali riflessioni si concretizzeranno nella famosa Dottrina della Coesistenza Pacifica, proclamata da Kruscev a Mosca, nel febbraio 1956, in occasione del 20° Congresso del Partito Comunista Sovietico (PCUS).

Da queste riflessioni emergono almeno due idee essenziali, che avranno delle significative implicazioni geopolitiche.

La prima idea: per poter progredire, il Comunismo deve appoggiarsi ai movimenti anticolonialisti e nazionalisti che interessano il terzo mondo sin dalla fine della seconda guerra mondiale. La Dottrina Jdanov che rifiutava il non allineamento è ormai superata. Nel mese di aprile 1955 ha luogo la conferenza afro-asiatica di Bandung. La Cina, l’India, l’Egitto e diversi paesi del Medio Oriente vi si incontrano per affermare il loro anticolonialismo e la loro volontà di non allineamento. I dirigenti sovietici decidono di giudicare positivamente questo movimento. L’appoggio della mondializzazione sovietica ai nazionalismi del terzo mondo viene a costituire una sfida capitale alla mondializzazione americana e contribuisce ad allontanarlo ancora un po’ di più dai vecchi imperialismi europei (britannico e francese).

La seconda idea: per dividere il blocco capitalista, il comunismo cerca di mediare con la socialdemocrazia in Europa, al punto tale da far credere a quest’ultima che sta perseguendo una politica della terza via, una specie di “non allineamento europeo”. In effetti la Francia di Guy Mollet, nella convinzione che la Germania rappresenti comunque il principale problema dell’Europa e cercando, inoltre, di fare da contrappeso agli Usa, cade nella trappola sovietica, almeno sino a quando l’appoggio sovietico al FLN algerino e la crisi di Suez non faranno comprendere chiaramente ai transalpini i limiti del viaggio fatto a Mosca dai dirigenti parigini (1).

In effetti, malgrado la critica ai metodi staliniani, l’URSS non modifica nulla riguardo agli obiettivi finali della sua politica: la vittoria del comunismo sul capitalismo. Numerosi eventi, fra il 1953 ed il 1956 attestano questa incrollabile determinazione:

  • - la repressione dei moti del giugno 1953 nella Germania dell’Est;
  • - la vittoria, nei mesi che seguono la morte di Stalin, di Kruscev e Molotov sulle idee di Beria e Malenkov, che erano orientati a scambiare il controllo assoluto di Mosca sulla Repubblica Democratica tedesca comunista con una divisione di potere fra comunisti e socialdemocratici in una Germania riunificata;
  • - il recupero del controllo della “via polacca” di Gomulka; il partito comunista polacco può anche prendere una via di tipo nazionale, ma nel rispetto di due condizioni irrinunciabili; rimanere “partito unico” e mantenere la Polonia nel Patto di Varsavia;
  • - il terribile intervento dell’Armata Rossa a Budapest nel novembre 1956, perché l’Ungheria non ha accettato le due lezioni contenute nella lezione polacca e per aver creduto alla destalinizzazione del 20° Congresso del PCUS.

Le conseguenze geopolitiche di queste due idee sovietiche (difendere il blocco all’interno e sostenere i nuovi nazionalismi all’esterno) saranno terribili per le antiche potenze coloniali e verranno alla luce con la crisi di Suez.

All’epoca Parigi e Londra consideravano Nasser come un pericolo per i loro interessi nel mondo arabo. I Francesi, in effetti, riconoscevano i maneggi di Nasser nei sollevamenti algerini, mentre gli Inglesi temevano per la sicurezza delle fedeli monarchie conservatrici di Irak e di Giordania. Secondo il punto di vista di Parigi e di Londra ed al di là, comunque, della pura e semplice prevaricazione di interessi privati, la decisione egiziana di nazionalizzare il canale crea una seria minaccia alle rotte del petrolio fra il Mediterraneo ed il Golfo Persico. In questo contesto le due vecchie potenze europee sono inevitabilmente forzate verso una drastica decisione: riprendere il controllo del canale anche con la forza. E’ noto che verrà a mancare un giorno all’operazione militare congiunta franco inglese per conseguire il controllo della totalità del canale, ma questo innegabile successo militare si trasformerà poi in una pesante sconfitta politica.

Almeno tre errori di analisi geopolitica contribuiscono a spiegare il fallimento politico dell’operazione di Suez.

Primo: Francesi ed Inglesi non si sono accorti che il Medio Oriente è diventato una variabile di aggiustamento del conflitto sovietico-americano, la cui posta essenziale resta il controllo dell’Europa. Nel momento in cui scoppia l’affare di Suez, Mosca si trova impegnata a reprimere l’ondata di emancipazione ungherese. L’operazione di Suez consente a Mosca di mascherare, attraverso un sostegno vigoroso alla lotta contro l’imperialismo occidentale in Medio Oriente, il proprio imperialismo in Ungheria. I Sovietici, con grande abilità, mentre da un lato minacciano di attacchi nucleari la Francia e l’Inghilterra, dall’altra tendono la mano a Washington, proponendo di adottare una posizione anticoloniale comune.

In realtà, le due vecchie potenze europee, avendo già perduto il loro potere in Europa a vantaggio di Americani e Sovietici, non potevano certo sperare di continuare a mantenere il loro predominio nel terzo mondo.

Secondo: le vecchie potenze europee non hanno saputo valutare correttamente fino a che punto la conservazione delle rispettive zone di influenza non corrispondesse più alla visione geopolitica degli USA. Di fronte al blocco Sovietico, Washington vuole costituire un potente blocco pro-americano, garantito attraverso sistemi di alleanze fra stati sovrani. Secondo gli USA queste alleanze sono rese fragili dal residuo di tutela e di influenza politica ancora esercitato dai loro alleati francesi ed inglesi. Il 1954 è l’anno in cui gli Americani abbandonano i Francesi in Indocina e dove si costituisce allo stesso tempo il Patto di Manila (SEATO, settembre 1954). Nel Medio Oriente, durante il corso del 1955, i Britannici, con il benestare USA, hanno riavvicinato l’Irak alla Turchia e quindi aggiunto l’Iran ed il Pakistan nel Patto di Bagdad. Ma Washington teme, dopo il rifiuto del Cairo ad associarsi al patto di Bagdad, che le iniziative individuali delle potenze europee possano spingere l’Egitto nelle braccia dell’URSS. In effetti, né la politica inglese nei confronti dell’Egitto, né la politica francese in Algeria si trovano in armonia con la visione americana, che è quella di impedire all’URSS di presentarsi come campione dell’anti-imperialismo.

Terzo errore, certamente non il minore, la sottovalutazione della nuova politica condotta da Israele. Indubbiamente Israele è una giovane potenza regionale che può comprendere e sostenere agevolmente questa vecchia potenza coloniale (in Algeria) che è la Francia. Nel 1956, non potendo ancora contare effettivamente sugli Stati Uniti per garantirsi militarmente ed ancor meno sulla Gran Bretagna (che, per rimanere vicina agli Arabi, assume talvolta atteggiamenti anche ostili), Israele si appoggia decisamente sulla Francia.

Ma Parigi non ha capito che Israele ha bisogno di coinvolgere tutto il Medio Oriente nella Guerra Fredda, proprio per evitare di fare concessioni ai Palestinesi. Già da prima del 1956 gli Americani esercitano sempre maggiori pressioni sugli Ebrei per arrivare ad una composizione del conflitto israelo-palestinese, causa prima dell’opposizione isarelo-araba.

In tale quadro Washington, che punta al controllo sul petrolio, vuole sostituirsi a Londra nell’influenza sul mondo arabo. Per fare questo l’America, sebbene sostenga da vicino il Sionismo, tenta comunque si strappare a quest’ultimo delle concessioni significative. Nel 1953, Eisenhower arriverà fino a sospendere segretamente gli aiuti economici a Tel Aviv, per obbligare Israele a rinunciare al progetto di deviazione delle acque del Giordano. Tale sospensione diventerà ufficiale dopo un sanguinoso raid condotto da Ariel Sharon, Comandante dell’Unità Speciale 101, sul villaggio arabo di Kyrba. Due anni più tardi, quando Israele reclamerà dagli USA una garanzia formale di sicurezza, John Foster Dulles, risponderà con la proposta di una garanzia condizionata: “Noi vi garantiremo se voi regolerete il problemi delle frontiere e dei rifugiati con la Palestina”.

Da quel momento ad Israele non rimane che una soluzione. Per poter diventare l’alleato strategico incondizionato degli Americani, il Medio Oriente deve entrare nella Guerra Fredda. Questo implica da un lato che il nazionalismo arabo tenda a sovietizzarsi e dall’altro che la Gran Bretagna e la Francia vengano rimpiazzate nella regione dagli USA.

Il Mossad è il primo servizio segreto a fornire alla CIA il rapporto segreto di Kruscev al 20° Congresso del PCUS (febbraio 1956). Entrando nell’operazione di Suez a fianco delle potenze europee, gli Israeliani sanno in effetti che dovranno ritirarsi. Ma sanno altresì che potranno ottenere delle contropartite: lo statuto di alleato incondizionato degli USA, l’autorizzazione occulta a sviare dell’uranio arricchito, prodotto nella fabbrica Apollo in Pennsylvania, per il loro programma nucleare sviluppato con l’aiuto della Francia (2) e ancora il diritto di passaggio delle navi di Israele nel golfo d’Aqaba, attraverso gli Stretti di Tiran (nel 1957).

Un anno dopo Suez il rivolgimento politico nella regione è già un fatto compiuto. La dottrina ufficiale degli USA considera ormai Israele come con un alleato “diga” contro il nazionalismo arabo e l’influenza sovietica nella regione. Nel luglio 1958 Ben Gurion suggerisce agli Americani di aiutarli a sviluppare una alleanza periferica che raggruppi Israele, Turchia, Iran ed Etiopia e nel corso dello stesso anno i servizi segreti dei tre primi paesi formalizzano le loro relazioni. In tal modo alla logica inglese del Patto di Bagdad si sostituisce, da un lato, sotto l’egida di Israele, un potente asse “anti-arabo” e dall’altro la Dottrina Eisenhower del gennaio 1957, che determina l’entrata del medio Oriente nella Guerra Fredda (in tale quadro gli USA accorderanno una assistenza economica e militare a qualsiasi paese o gruppo di paesi della regione, eventualmente desiderosi di beneficiarne, con il vincolo sottinteso che l’assistenza potrà comportare la presenza di forze armate americane).

Il 1956, oltre alla crisi di Suez, è anche l’anno in cui gli Europei perdono la loro indipendenza energetica. I Sovietici, con il sostegno ai non allineati e l’offensiva sul terzo mondo, si ripromettevano di sbarrare agli Occidentali la rotta del petrolio. Contribuendo anche loro a far entrare il Medio Oriente nella Guerra Fredda, essi arriveranno solo parzialmente a conseguire il loro obiettivo.

Mentre nel corso del 1957 il consumo europeo di petrolio supera per la prima volta quello del carbone e che l’80% del petrolio viene importato dal Medio Oriente, gli Europei non dispongono più, dopo il fallimento di Suez, una capacità autonoma di accesso alle risorse petrolifere.

Prendendo atto della bipolarizzazione nucleare del mondo (che accresce la dipendenza politica delle potenze che non dispongono dell’arma atomica) e della perdita dell’indipendenza energetica derivante dal petrolio, la Francia si ingaggerà risolutamente dopo il 1956 sulla via dell’energia nucleare (sia sul piano civile che su quello militare). Anche l’Inghilterra seguirà la stessa politica per quanto attiene al nucleare, cercando però, a differenza della Francia, di costruire un’alleanza molto stretta in tutti i settori con il gigante americano. E’ dunque a quest’epoca che nei grandi paesi comincia a farsi strada la convinzione che di fronte alla bipolarizzazione ed alla mondializzazione, non ci potrà essere una vera indipendenza nazionale al di fuori della via nucleare. L’anno 1957, con il lancio del primo missile intercontinentale sovietico e la messa in orbita dello Sputnik, non farà che consolidarsi lo scossone del 1956.

Ormai il mondo sembra destinato a dover essere diviso fra Americani e Sovietici. Il 20° secolo è ormai verso la fine e gli Europei sono ora in condizione misurare l’ampiezza della catastrofe che si è verificata. I loro nazionalismi, esacerbati e distruttori, hanno finito per cancellare il potere che esercitavano da tanti secoli, comandando il destino di altre civiltà. Gli errori ideologici della fine del 18° e del 19° secolo hanno fornito i loro frutti avvelenati.

Ma c’è ancora un’altra lezione da trarre dagli eventi del 1956, ma questa volta per i Sovietici. Il 1956 non è solamente la vittoria della mondializzazione sovietica ed americana sugli imperialismi francesi e britannici, ma è anche l’anno in cui, senza saperlo, la mondializzazione sovietica ha inconsciamente programmato la propria fine. In effetti, nel 20° Congresso del PCUS del febbraio 1956, Kruscev, in occasione di uno dei famosi discorsi segreti, denuncia i crimini dello stalinismo.

L’atto, senza dubbio necessario sul piano interno, apre nondimeno la via alla divisione del mondo comunista ed all’indietreggiamento progressivo della leadership del PCUS, a vantaggio di ogni tipo di “via nazionale”, dall’Ungheria alla Cina, passando per la Jugoslavia, all’Albania alla Romania. Ma ancor più il contraccolpo ideologico farà emergere le proprie conseguenze geopolitiche molto più tardi, con l’esplosione “nazionalista” del blocco sovietico nel 1989.

Il 1956 chiude per il vecchio mondo la porta delle zone di influenza e la apre al mondo bipolare, mentre una finestra comincia già ad aprirsi sulla lotta odierna fra la mondializzazione liberale e la volontà dei popoli di mantenere la propria identità.

NOTE

(1) Viaggio nel maggio 1956 al Cremlino di Guy Mollet e del suo ministro degli esteri, Christian Pineau.

(2) Cockburn Andrew e Leslie, “Dangerous Liaison. The inside story of US Israeli covert relationship” New York, Harper Collins, 1991 (pagine 68-87).

S. Giacomo di Compostella esce … dalla sua conchiglia

SAN GIACOMO di COMPOSTELLA

esce … dalla sua conchiglia

(stampato sul Bollettino SUBASIO di Assisi n. 3/16 del settembre 2008)

Dopo la scoperta, nel 9° secolo, delle reliquie dell’apostolo di Gesù in questa città della Galizia, migliaia di cristiani, provenienti da tutta Europa, attraversano i Pirenei. In meno di due secoli, la superficie del santuario si moltiplica per dieci. Una fama miracolosa … che si riverbera soprattutto nello sviluppo del commercio regionale.

Chi è dunque questo grande e potente personaggio che i cristiani vengono in massa ad implorare, da entrambi i lati dei Pirenei ?” Si tratta di S. Giacomo “l’apostolo del nostro Signore e Salvatore, il cui corpo è stato sepolto in Galizia e che tutti i paesi della cristianità: Francia, Inghilterra, Italia ed, in primo luogo, la Spagna, venerano come loro santo patrono e protettore. Spesso la moltitudine di quelli che vanno e vengono sulla strada dell’Occidente é talmente importante che, a volte, vi si trova appena lo spazio per avanzare”.

Con tali parole gli ambasciatori dell’emiro Alì Ben Yussuf (1106-1142) riferiscono al loro padrone, pervasi di ammirazione, dopo essersi recati a S. Giacomo di Compostella.

Giacomo, fra tutti i discepoli che accompagnano Gesù, appartiene al gruppo degli intimi e risulta presente in tutti i momenti importanti della sua vita. Dopo la morte di Gesù, Giacomo partecipa all’evangelizzazione della Palestina. Egli fa parte, con gli altri apostoli, del nucleo centrale della Chiesa primitiva di Gerusalemme, prima di essere decapitato per ordine di Erode Agrippa, nipote di Erode il Grande, intorno all’anno 44 dopo Cristo. Egli risulta, pertanto, il primo apostolo a subire il martirio.  Ed a questo punto si ferma la storia ed ha inizio la leggenda !

La tradizione attribuisce a Giacomo l’evangelizzazione della Spagna. Partendo dalla Palestina, egli vi sarebbe giunto a bordo di una nave da trasporto, carica di oro o di stagno, commercio che a quel tempo si era sviluppato fra la Galizia e la Palestina. Sbarcato in Andalusia, egli avrebbe iniziato da questa regione la sua predicazione, prima di proseguire la sua missione fino alla città di Iria Flavia, molto vicina all’attuale Compostella. Il suo ritorno in Terra Santa si sarebbe effettuato lungo la via romana di Lugo, che attraversa la penisola iberica, passando per Saragozza. Da lì l’apostolo si sarebbe diretto verso Valenza, al fine di reimbarcarsi per rientrare in Palestina, intorno al 42 dopo Cristo. Né gli “Atti degli Apostoli” , né la “Passio Sancti Jacobi, che circola in Europa nel 5° secolo, fanno allusione a questo episodio della vita del santo. Non è pertanto molto sorprendente se molti stimati studiosi di storia medievale nutrano forti dubbi sulla veridicità dell’evento.

Verso il 6° secolo si propaga, in effetti, la dottrina della “Divisio Apostolorum, vale a dire la ripartizione del mondo da cristianizzare fra gli apostoli, nella quale risulta che a Giacomo il Maggiore é stato attribuito il compito di evangelizzare la Spagna. Quest’idea si propaga in tutto l’Occidente cristiano verso la metà del 7° secolo grazie al “Breviarium Apostolorum, una raccolta di biografie degli apostoli, redatta in greco, poi rimaneggiata in latino, che evoca, appunto, la venuta di S. Giacomo nella penisola iberica. Beda il Venerabile, dettaglia questa suddivisione del mondo in settori apostolici. Isidoro di Siviglia e poi tutta la letteratura mozarabica, conferma la presenza di S. Giacomo in Spagna, senza peraltro apportare argomenti storici decisivi.

Il “Breviarium Apostolorum” fornisce un dettaglio importante: la scoperta della sua tomba in Galizia, che contribuirà alla nascita del santuario e del pellegrinaggio correlato. Dopo il suo martirio, il corpo di S. Giacomo sarebbe stato, secondo la leggenda, trasportato da due dei suoi discepoli e sepolto ai confini della Galizia. La sepoltura viene ritrovata sotto il regno di Alfonso 2° il Casto (759-842). A partire dal 9° secolo si trovano delle allusioni a questa “inventio”  nelle aggiunte al martirologio di Florus da Lione, che parla di una traslazione delle reliquie in Galizia e del culto di cui sono oggetto. Un documento tardivo, del 1077, riporta i supposti dettagli di questa scoperta. Un eremita, di nome Pelagio, sarebbe stato avvertito da un angelo, una stella e da dei lucori divini della presenza del corpo di S. Giacomo in un campo in Galizia. Il nome Compostella significherebbe appunto il “campo della stella”, dal latino “campus stellae o stellarum. Questa è una delle possibili interpretazioni.

Il vescovo di Iria Flavia, Teodomiro, dopo aver verificato l’esistenza di questa rivelazione, accompagna i fedeli nel luogo indicato e vi scopre anche una tomba ricoperta di marmo. Informato del fatto, il Re delle Asturie fa costruire tre chiese sul luogo indicato. Risulta in tale contesto molto difficile discernere la verità storica dalla leggenda. Nella versione greca del “Breviarium Apostolorum”, si legge che Giacomo il Maggiore venne sepolto in Acaia: “Sepultus est in Achaia marmorica”, che, per un errore del copista, diventa in latino “in arca marmorica”, ovvero in una tomba di marmo ! Le ricerche si orientarono verso Compostella, la cui etimologia, “compostum, significa luogo dove vengono sepolti i cadaveri. A quel punto mancava solo da trovare un corpo in una sepoltura di marmo. Orbene degli scavi hanno permesso di riportare alla luce un’antica necropoli cristiana che comprendeva, in effetti, un monumento funerario con un sepolcro di marmo, da cui poi l’assimilazione alla tomba dell’apostolo. Da quel momento inizia a svilupparsi la pratica del pellegrinaggio, locale in un primo tempo. Alla fine dell’8° secolo e nella prima parte del secolo seguente, la situazione nella penisola iberica e ben lungi dall’essere piacevole. Questo periodo, che corrisponde alla scoperta della tomba, è segnato da turbolenze, da guerre in cui i regni cristiani e mussulmani lottano in maniera sistematica ed incessante. Questo spiega la limitazione del pellegrinaggio al solo territorio spagnolo e la modesta diffusione iniziale del fenomeno: in effetti solo i fedeli della Galizia vi potevano facilmente recare. Il regno di Alfonso 2° il Casto coincide con la scoperta della tomba; la battaglia che egli guadagna ad Oviedo e la conseguente ritirata dei Mussulmani gli consentono di estendere il suo territorio. In tal modo egli può fare erigere una piccola chiesa, nella quale vengono a ritrovarsi ed incontrarsi i primi fedeli. Nell’872, il suo successore Alfonso 3°, di fronte al crescente numero di pellegrini, fa costruire, al posto del primitivo edificio, una costruzione più maestosa. La fama del pellegrinaggio di S. Giacomo crescerà talmente che determinerà il trasferimento della sede episcopale da Iria Flavia a Compostella nel 900. Ma occorrerà attendere il 951 per trovare le tracce del primo pellegrino straniero, nella persona del Vescovo di Puy, Goldescalco, il cui passaggio è segnalato nel monastero di S. Martino d’Albelda, nei pressi di Pamplona.

A partire da questa data, i riferimenti diventano molto più numerosi e si nota, per esempio, l’arrivo a Compostella dell’abate del monastero catalano di S. Cecilia di Montserrat.

La strada che porta a Compostella, sul bordo della quale si sviluppano i primi monasteri incaricati dell’accoglienza dei pellegrini, resta seminata di insidie. Il viaggio è ben lungi dall’essere senza rischi, come lo testimonia, fra gli altri, l’assassinio di Raimondo 2° di Ruoerge, nel 961. Verso il 980, cominciano anche le terribili incursioni di Al Mansur, che devasterà i territori cristiani nel 997.

Compostella viene saccheggiata e la basilica rasa al suolo. Sarà solo nei primi anni dell’11° secolo che la situazione troverà finalmente un sensibile miglioramento. La cattedrale romanica, il cui cantiere inizia nel 1075, sotto il regno di Alfonso 6° di Castiglia, viene completata nel 1188. Il rapporto di forze militari fra cristiani e mori inizia ad invertirsi, il crollo della potenza del califfato ommeyyade di Cordova e gli inizi della “Reconquista”, a partire dal nord della Spagna, contribuiscono ormai a fornire una relativa sicurezza. L’espansione del pellegrinaggio va pertanto di pari passo con il miglioramento della situazione militare del regno galiziano e l’epurazione dottrinale del clero spagnolo, toccato dall’eresia adozionista (che poneva l'accento sull'adozione di Gesù, come uomo, da parte di Dio) e con la Reconquista.

In questo caso la figura dell’apostolo gioca un ruolo fondamentale anche nella lotta fra la croce ed il crescente (mezzaluna). La leggenda racconta che, nell’844, il santo sarebbe apparso con la spada in mano a fianco dei cristiani nella Battaglia di Clavijo, sotto le spoglie di un cavaliere sfolgorante, per condurli alla vittoria. Questa apparizione trasforma S. Giacomo nel patrono della lotta contro gli infedeli e questo episodio risulta all’origine del suo soprannome “Matamoros” (l’uccisore dei Mori). Ormai, sempre secondo la leggenda, S. Giacomo appare al fianco dei Cristiani nelle battaglie più importanti e decisive (Simanca, Ourique, Coimbra e soprattutto Las Navas de Tolosa nel 1212). Fra l’11° ed il 12° secolo, la Reconquista cristiana registra dei progressi decisivi e le controffensive condotte dagli Almoravidi e quindi dagli Almohadi, non impediscono al pellegrinaggio di Compostella di raggiungere il suo apogeo. La sicurezza della strada viene ormai garantita e la penisola comincia ad aprirsi all’influenza di oltre Pirenei, grazie specialmente all’azione dell’Ordine di Cluny, che impianta numerosi monasteri lungo il percorso. I Francesi, insieme ai Catalani, tenuto conto della loro relativa vicinanza, sono i primi pellegrini stranieri a recarsi sulla tomba dell’apostolo a partire dall’11° secolo. Fra i pellegrini di rilievo notiamo Baldovino, Conte di Guines, che nel 1084 effettua il suo viaggio insieme al vescovo di Lilla, Ingelramo. Nella seconda metà del secolo si afferma il carattere internazionale del pellegrinaggio. Il santuario riceve la visita di Valloni, Tedeschi, Fiamminghi, insieme ai primi Inglesi.

In questi tempi, secondo l’espressione di Padre Sarmento, saggio benedettino, “la Galizia subisce una metamorfosi sino a diventare una Palestina occidentale”. Per la prima volta la sua fama si estende sino alla Scandinavia, con l’arrivo di un pellegrino svedese del 1180 ed i personaggi importanti, ecclesiastici o laici, non si contano più. In quest’epoca si sviluppano effettivamente le strutture ospedaliere che contribuiranno a favorire l’ulteriore espansione del pellegrinaggio.

Nel 13° secolo, arrivano a Compostella anche i primi Ungheresi. La città viene onorata dalla visita del Duca d’Austria Leopoldo, nel 1212 e da quella della principessa Ingrid di Svezia, nel 1284. Fra il 1213 ed il 1215, Francesco d’Assisi vi avrebbe effettuato il pellegrinaggio, di cui sono testimonianza i numerosi monasteri, che scandiscono la strada e che la tradizione vuole siano stati fondati dal “Poverello di Assisi”. Prima di partire per la Crociata, numerosi cavalieri vengono a cercare la protezione del santo. Ormai il pellegrinaggio è solidamente organizzato: i pellegrini beneficiano del sostegno delle autorità politiche e religiose, che vigilano sulle loro famiglie durante la loro assenza. Per orientarsi, essi dispongono di una vera guida del pellegrino il cui testo viene incorporato nelle grandi compilazioni a gloria di S. Giacomo: il “Liber Sancti Jacobi. La guida sarà pubblicata per la prima volta nella sua totalità nel 1882.

I pellegrini di S. Giacomo provengono da tutti gli strati della società. I primi in ordine di tempo, come è stato evidenziato, sono stati dei personaggi illustri, sia ecclesiastici che laici, poi,  col passare del tempo, la loro origine sociale si diversifica. Essi viaggiano da soli o in gruppo, a piedi, a dorso d’asino o a cavallo, mentre i più ricchi effettuano il loro viaggio in lettiga. Il pellegrinaggio più nobile e di maggior valore deve essere effettuato da soli ed a piedi e per molti il ricorso all’aiuto di un animale domestico appare come un impedimento al raccoglimento spirituale. L’immagine originale che ci rimanda all’iconografia medievale è quella del pellegrino isolato con il suo mantello, la sua bisaccia, il suo bordone (bastone) e la conchiglia di S. Giacomo, cucita sul suo cappello. Ma a causa dei pericoli e della solitudine che incombono sull’individuo, col tempo si preferisce viaggiare in gruppo. Partire per Compostella è come lasciare tutto: famiglia, impiego, affari, per un viaggio lungo e rischioso che può durare da sei mesi a due anni. Morire in pellegrinaggio è il colmo della felicità per un cristiano, a tal punto che certuni redigono il loro testamento prima di partire.

Le motivazioni che animano i pellegrini sono le più svariate. La più meritoria è quella di intraprendere l’avventura per pura devozione. Ma più spesso il viaggio deriva da una richiesta: cercare presso il santo taumaturgo il favore di un aiuto o di una guarigione. Si attribuiscono, in effetti, a S. Giacomo numerosi miracoli. Altri pellegrini lo fanno per penitenza, sperando di espiare i loro peccati o il loro crimine; il pellegrinaggio penitenziale viene imposto dalle autorità ecclesiastiche e dai tribunali religiosi. Si può ugualmente effettuare il viaggio per conto terzi, sia a titolo postumo, sia in pellegrinaggio “vicario”. In questo caso specifico, il vivente invia qualcuno al suo posto: può essere un membro della famiglia, un servitore o un pellegrino professionista, che viene remunerato per la sua prestazione. Infine alcuni sono guidati da motivazioni politiche: re, imperatori o papi mettono le loro imprese sotto la protezione ed il patronato del santo.

Compostella si è dunque sviluppata intorno alla chiesa costruita nel 9° secolo da Alfonso 2°, a seguito della scoperta della sepoltura. Il primo periodo di evoluzione della città è condizionato soprattutto dall’attività dei suoi vescovi e dalla personalità di ciascuno di essi. Ma nei differenti rimaneggiamenti evidenzia una costante: la posizione dell’edificio sepolcrale rimane la stessa. Nel 10° secolo, con il trasferimento della sede episcopale da Iria Flavia a Compostella, il vescovo Sisnandus fa elevare una muraglia intorno alla prima cinta, attraversata da sei porte ed all’interno della quale viene posto il palazzo vescovile. I pellegrinaggi, che assumono progressivamente una dimensione fino a quel momento sconosciuta, obbligano la città ad un considerevole sforzo di ricezione ed alla messa in opera di strutture collettive monumentali. In due secoli, la superficie recintata si vede moltiplicata per dieci. Nell’11° secolo persino un vasto territorio “extra muros” si estende all’esterno della città, per accogliere dei nuovi residenti: i mercanti, gli artigiani, i borghesi, i cambiatori ed i rappresentati dei diversi mestieri si distribuiscono in tutto lo spazio abitato. Grazie alla ricchezza ed alla diversità dei materiali dei suoi monumenti, la città mette in mostra allora uno straordinario splendore.

Lo spirito degli affari e del commercio degli abitanti, che si industria immediatamente a trarre vantaggio dalle esigenze spirituali non è certo una caratteristica di oggi, come peraltro ce lo dimostra la guida del “Liber Sancti Jacobi”. I bottegai ed i venditori ambulanti, installati sul piazzale settentrionale della basilica, propongono ai credenti: “otri di vino, scarpe, bisacce in pelle di cervo, borse, corregge, cinture, ogni specie di erba medicinale ed altre droghe oltre a tante altre cose ancora”.

Numerose incisioni antiche permettono di ripercorrere le tappe della costruzione della basilica. I lavori vengono iniziati nel 1075, come evidenziato, per iniziativa del re Alfonso 6° e del vescovo Diego Pelaez. Xavier Barral i Altet ci fornisce delle interessanti spiegazioni sulla sua architettura: “Il piano simmetrico e regolare, a croce latina, è composto da una navata principale lunga dieci arcate. Essa è circondata da locali bassi semplici e preceduta da un nartece. Il coro è costituito da una larga cappella assiale dalla pianta semicircolare. Sul deambulatorio si aprono cinque cappelle a raggiera. Le dimensioni, le proporzioni dell’articolazione dei differenti elementi conferiscono all’edificio una impressione di purezza e di equilibrio”. La funzione della città del pellegrinaggio presiede alla concezione dell’edificio. Bisogna tener conto dell’afflusso crescente dei pellegrini, ma anche dello svolgimento del culto. Il fedele fa il suo ingresso nel santuario, attraverso la porta della gloria, quindi penetra nella navata. La sala delle reliquie, il Tesoro della Cattedrale ed il chiostro sono posti sulla sua destra. Il 25 luglio, la città riveste il suo abito illuminato per festeggiare S. Giacomo ed offre l’immagine di una “festa spettacolo stravagante”, in cui il sacro ed il profano si affiancano in un miscuglio di colori e di magnifiche liturgie per la gloria dell’apostolo di Dio, in un atmosfera da una nuova terra promessa !

Il pellegrinaggio di Compostella, dopo essere stato un fenomeno di primo piano nel corso del Medioevo ed avere, per un certo tempo, offuscato Gerusalemme ed controbilanciato Roma, conosce, a partire dal 14° secolo, una progressiva erosione. E nonostante questo il santuario rimane prospero, perché gli Inglesi affluiscono in massa a bordo dei battelli, noleggiati specificamente per l’esigenza ed ancorati nel vicino porto de La Coruña e perché l’Austria, arrivata in ritardo al pellegrinaggio, accresce la sua frequentazione. Ma in Spagna, lo spirito della Reconquista si è ormai spento, gli Spagnoli sono riusciti a riprendere il controllo del loro paese e con la caduta di Granada, nel 1492, l’Islam è stato definitivamente scacciato. La moltiplicazione degli abusi e la perdita di un vero spirito di pellegrinaggio sono le cause essenziali del declino del fenomeno. In effetti a questa epoca, sotto il mantello del pellegrino comincia a nascondersi un numero crescente di truffatori e di vagabondi, che operano le loro malefatte all’insegna della “conchiglia di S. Giacomo”, il simbolo del pellegrinaggio.

Questi falsi pellegrini prendono il pretesto da questa marcia spirituale per vagabondare, mendicare, rubare e vivere a spese degli altri fedeli, nonostante i provvedimenti presi contro di loro dalle autorità politiche e religiose

Questi disordini contribuiscono a discreditare la pratica del pellegrinaggio presso le anime pie. Le autorità ecclesiastiche diventano più reticenti nei confronti dei lunghi spostamenti e dei rischi morali e fisici che essi comportano. La pietà si fa più interiore e la “devotio moderna” nel 15° secolo indica la preferenza più per la meditazione che per la … strada. Più tardi la Riforma contribuirà a prosciugare le sorgenti, più recenti e più feconde, delle vocazioni al pellegrinaggio, quali quelle dell’Inghilterra, della Scandinavia e dell’Europa centrale. Il pellegrinaggio si spegnerà per mancanza di pellegrini nel corso del 17° secolo per conoscere infine un forte risveglio nel 20° secolo.

BIBLIOGRAFIA

BARRAL i ALTET Xavier, “Compostella il Grande Cammino”, Gallimard, 1993;

Traduzione del testo latino del Liber Sancti Jacobi, 1990.

Sandwich

SANDWICH

(stampato sul quotidiano CORRIERE dell’UMBRIA di PG, del 9 marzo 2009)

E’ proprio per non interrompere le sue partite di carte che questo Lord si è fatto servire questo pasto leggero, sempre pronto, antenato del fast food moderno ?

John Montagu, 4° Conte di Sandwich, nasce a Londra il 3 novembre 1718. Dopo aver condotto degli eccellenti studi, molto rari per l’epoca per un giovane dell’alta nobiltà, egli effettua il tradizionale giro dell’Europa (il Grand Tour) per il quale ogni giovane britannico si deve distinguere. Il suo tour non è di quelli classici, né di quelli senza pericoli, poiché egli viaggia a lungo nell’impero turco, studiando archeologia greca, al punto da farsi una reputazione di orientalista. Si sposa nel 1741 con Dorothy Fane, sorella cadetta del rappresentante della Gran Bretagna presso il Granducato di Toscana. Nel 1744 il conte di Sandwich viene chiamato a far parte del gabinetto del Ministero della Marina (Admiralty o Ammiragliato). Questo è il periodo delle piccole squadre di governo capaci, per questo fatto, di dare impulso a riforme e ad innovazioni.

A partire dal 1746 Sandwich si vede affidare importanti missioni diplomatiche sul “continente” e nel 1748 succede al Duca di Bedford nella carica di “1° Lord dell’Ammiragliato”. Il nuovo primo ministro è un uomo fondamentalmente pratico e la sua attività si svolge prevalentemente “sul campo”. Ognuna delle sue ispezioni è seguita da un diluvio di istruzioni che non entusiasmano minimamente i suoi sottoposti, che cominceranno ad opporgli resistenza al punto tale da costringerlo, nel 1751, alle dimissioni.

A quel punto il conte di Sandwich si concede non uno, ma ben dodici anni sabbatici, che egli consacra al cricket, allo yachting, alla caccia ed alla pesca. Questo personaggio eccentrico è anche un grande amatore di musica antica. Sarebbe durante questo periodo che la tradizione gli attribuisce la paternità del suo pasto leggero sempre pronto, che porterà poi il suo nome. Viene infatti attribuita al conte una reputazione di giocatore incallito, anche se è molto probabile che non lo fosse molto di più degli altri nobili della sua epoca.

La nobiltà inglese (gentry) trascorre, infatti, delle notti intere a giocare a carte, specialmente al whist (l’antenato del bridge). Si gioca con puntate di denaro, spesso anche rilevanti. Per questi giocatori accaniti, il dover lasciare il tavolo da gioco rappresentava una angoscia, anche fosse per il solo tempo da dedicare alla propria ristorazione. Sandwich ha a quel punto l’idea, soprattutto gioca a casa sua, di farsi portare dal suo cuoco qualcosa per sfamarsi rapidamente (origine del fast food): della carne di bovino salata e del formaggio fra due fette di pane. Questa formula presenta, tra l’altro, il notevole vantaggio di mantenere le mani pulite. Ed ecco così la nascita del “sandwich” !

Il termine appare per la prima volta in Francia sul “Moniteur” del 1802. Questa forma di ristorazione però esisteva certamente già in precedenza, ma da quel momento la moda di questo eccentrico signore si diffonde in tutti gli ambienti dei giocatori delle società bene d’Europa. Ma è tuttavia possibile che il sandwich sia nato non sul tavolo da gioco del conte ma piuttosto sul suo tavolo dell’ufficio, durante i periodi in cui egli, trovandosi alla testa del potente Ministero della Marina, era costretto a piegarsi sulle carte … … geografiche !

Sandwich viene nuovamente nominato 1° Lord dell’Ammiragliato nel 1763, ma il governo al quale appartiene cade appena due anni più tardi. Egli diventa a quel punto Segretario di Stato, seguendo da vicino ed incoraggiando le esplorazioni di James Cook. E’ nel corso della sua seconda spedizione che quest’ultimo scopre, fra l’America del Sud e l’Antartide, le isole che verranno battezzate con il nome di Sandwich, ritornato nel frattempo, 1771 (e fino al 1782), 1° Lord dell’Ammiragliato.

Dal punto di vista sentimentale, il Conte di Sandwich assiste alla progressiva follia di sua moglie, ma a partire dal 1761 si consolerà nelle braccia di Martha Ray, appena diciassettenne. Egli ne fa un soprano per gli “oratori” del musicista tedesco Haendel, che ama presentare in concerto per i suoi illustri ospiti, non disdegnando egli stesso di mettersi ai tamburi. Martha gli darà cinque figli, prima di essere assassinata nel 1779 da un ammiratore non corrisposto e respinto.

Ritiratosi dagli affari pubblici, il conte rimane molto impegnato dalla musica (questa volto molto più del gioco). Nel 1784, egli dà inizio ed organizza la grande commemorazione di Haendel, morto nel 1759.

Il Conte di Sandwich muore a Londra il 30 aprile 1792 all’età di 74 anni. La sua memoria rimarrà per qualche tempo sbiadita, avendolo alcuni storici accusato di essere stato uno dei responsabili del fallimento inglese nella guerra d’indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Riguardo la sua discendenza non ci si sorprenderà per il fatto che l’11° Conte di Sandwich abbia creato da qualche anno, insieme a suo figlio, una catena di fast food a base di sandwich denominati “Conte di Sandwich”, con la specificazione ed il vanto di “250 anni di esperienza” !!

Sakharov: nascita di un dissidente

Sakharov: nascita di un dissidente

 

(Stampato su “SUBASIO” n. 4/14 del dicembre 2006, Bollettino trimestrale dell’Accademia Properziana del Subasio di Assisi)

 

Circa trent’anni fà, il 10 dicembre 1975, Elena Bonner, riceveva a nome di suo marito Andrei Sakharov, trattenuto in Russia, il Premio Nobel per la Pace. Veniva in tal modo riconosciuta la lotta del fisico russo in favore dei diritti dell’uomo nel suo paese.

C

osciente del pericolo che rappresenta la bomba ad idrogeno in Russia, Andrei Sakharov inizia alla metà degli anni 1950 la riflessione che lo farà entrare progressivamente nella dissidenza. Ciò nondimeno questo scienziato, fra i più decorati dell’URSS, è egli stesso il padre della bomba H sovietica, la cui prima esplosione ha luogo nel 1953. Una scelta che in effetti non rinnega, nella convinzione che il mantenimento della parità nucleare con gli USA era, secondo lui, il solo modo perché tale arma non venisse utilizzata.

Tuttavia Sakharov, molto rapidamente, si allarma nel vedere moltiplicarsi gli esperimenti nucleari. Egli si commuove particolarmente per il numero delle vittime anonime delle ricadute radioattive degli esperimenti atmosferici, il numero delle quali ha calcolato con minuzia: ogni megatone di esplosione sperimentale nell’atmosfera comporterebbe circa 10 mila vite umane.

L’attitudine superficiale del Cremlino nei riguardi dell’arma più terribile che esista, fa temere il peggio allo scienziato. Da allora egli moltiplica le lettere ai dirigenti del suo Paese. Egli li avverte sul pericolo che rappresentano i test atmosferici e mostra loro la possibilità di simulare i test attraverso il computer. Ma Krushev non ne vuol sapere.

Sakharov ne è ormai convinto: il regime sovietico è fondamentalmente violento. Indubbiamente Mosca firma nel 1963 un trattato con gli USA sulla interdizione dei test nucleari atmosferici. Ma questa vittoria non può cancellare, ai suoi occhi, i vizi profondi del sistema.

I suoi ideali umanitari, Sakahrov li deve al suo ambiente familiare, particolarmente tollerante ed aperto verso il mondo. Il suo nonno Ivan non aveva forse firmato con Tolstoi, nel 1905, un pamphlet contro la pena di morte ? All’università di Mosca Sakharov cresce nell’atmosfera liberale della scuola del fisico Leonida Mandelstam, dove subisce l’influenza del suo direttore di tesi Igor Tamm. Preparando nel 1957 un articolo sulla bomba termonucleare senza ricadute radioattive - detta “pulita” - egli ha accesso alle pubblicazioni occidentali: è allora che il fisico viene a conoscenza della letteratura critica nei confronti della bomba, quella di Albert Schweitzer in special modo. Le sue convinzioni  si consolidano in seguito alla lettura di Leo Szilard, Linus Pauling, Niels Bohr ed Albert Einstein. Ma Sakharov non limita le sue prese di posizione al suo solo campo di specializzazione. Egli ha già presso pubblicamente la difesa del lavoro di Leonid Zorin, “Gli Ospiti”, che graffia la nuova burocrazia del Partito, arrogante ed avida, quando nel 1957, egli invia una nuova lettera a Krushev, questa volta per sostenere un medico accusato di illecito arricchimento. Ben presto l’affare Lyssenko diventa, dopo i test termonucleari, il suo secondo grande motivo di contestazione del regime. Trofim Lyssenko è quel “ciarlatano della biologia sovietica” che, contro ogni verità scientifica, insiste sull’influenza dell’ambiente nella modificazione dei caratteri ereditari (arrivando persino a predire la trasformazione del grano in segale!), teoria che , con l’appoggio del regime, egli vuole imporre in URSS. Nel 1964, in occasione di una riunione dell’Accademia Sovietica delle Scienze, Sakharov riesce ad impedire la nomina al Consiglio dell’Accademia del rappresentante di Lyssenko. Da allora i suoi interventi si moltiplicano: nel 1966 egli firma una lettera contro la riabilitazione di Stalin nell’apparato sovietico. Lo stesso anno egli partecipa sulla Piazza Puskin ad una manifestazione silenziosa che sollecita il regime a rispettare la costituzione. Nel 1967 egli interviene presso Breznev in favore dei dissidenti Alexander Ginzburg, Yuri Galanskov, Vera Lachkova ed Alerei Dobrovolski.

Sakharov continua anche nel suo lavoro scientifico. Ma alla fine il suo percorso di oppositore prende il sopravento: il 22 luglio 1968, la pubblicazione sul New York Time delle sue “Riflessioni sul progresso, la coesistenza pacifica e la libertà intellettuale”, segna l’inizio ufficiale della sua dissidenza. Questo testo sarà diffuso in 18 milioni di esemplari, meno certamente di Lenin e di Mao, ma certamente di più di Georges Simenon e di Agata Christie, ironizza l’autore. In questo breve lavoro Sakharov reclama il miglioramento del sistema socialista, il blocco della corsa agli armamenti ed il riavvicinamento a lungo termine dei due grandi blocchi geopolitici.

Una voce libera di tale rilievo all’Est, genera inizialmente l’incredulità dell’Occidente: ma esiste veramente Sakharov ? Non è per caso una invenzione della CIA o del KGB ? Il suo manifesto finisce per essere preso sul serio, ma le reazioni restano comunque limitate. In quel momento la guerra nel Vietnam mobilita le coscienze e gli intellettuali occidentali. Sakharov viene a perdere in breve tempo il suo lavoro legato agli armamenti: è ormai considerato da regime come una minaccia. Ma egli non per questo arresta la sua azione.

Nel 1970 fonda a Gorki, insieme a due altri scienziati, Andrei Cherdoklebov e Valeri Chalidze, uno fra i primi comitati di difesa dei diritti umani in Unione Sovietica. Fatto determinante egli incontra a quel tempo Elena Bonner, anch’essa dissidente attiva, che sposa nel 1972. Nel momento in cui gli viene assegnato il Premio Nobel per la Pace nel 1975, la stampa sovietica si scatena contro di lui. Il fisico non è autorizzato ad andare ad Oslo a ricevere il premio ed in questa occasione sarà sua moglie Elena che si reca in Norvegia e che pronuncia il discorso di ricevimento a suo nome.

L’espulsione da parte delle autorità sovietiche di Alexander Solgenitzin nel 1974, rinforza maggiormente l’autorità morale di Sakharov all’interno della dissidenza sovietica. Il fisico entra in corrispondenza nel corso di questi anni con il Presidente USA Jimmy Carter, cosa che contribuisce ad irritare vieppiù il Presidente Breznev.

Poi il 24 dicembre 1979 sopraggiunge l’invasione sovietica dell’Afghanistan: Sakharov, ancora una volta, non risparmia le sue critiche ed a questo punto le autorità sovietiche decidono di impedirgli di esprimersi pubblicamente. Il 22 gennaio 1980 Sakharov viene arrestato e relegato con la sua donna nella città chiusa di Gorki a 400 chilometri da Mosca. Seguono quindi diversi anni di isolamento quasi totale, sotto una costante sorveglianza poliziesca. Sakharov inizia a diverse riprese degli scioperi della fame, di cui uno per ottenere che sua moglie possa essere operata in Occidente ed ottiene successo, anche se i suoi carcerieri procedono alla sua alimentazione forzata per salvargli la vita. In ogni caso la sua situazione suscita un vasto movimento di appoggio in Occidente ed in particolare presso l’ambiente degli scienziati.

Il 23 dicembre 1986, nell’entusiasmo delle Perestroika e con il permesso di Mikhail Gorbaciov, Sakharov ritorna a Mosca. Diventato una grande figura politica del suo paese, muore nel 1989, senza aver visto il crollo dell’URSS.

Il trionfo di Sebastopoli

IL TRIONFO DI SEBASTOPOLI

(Pubblicato su “Subasio” n. 2/13 del giugno 2005, Bollettino trimestrale dell’Accademia Properziana del Subasio di Assisi)

La vittoria di Sebastopoli, ottenuta per gran parte dall’Esercito francese nel 1854 - 55, nella Guerra di Crimea, rappresenta il momento più altro della carriera di Napoleone 3° che con questa vittoria acquisisce una invidiabile posizione di arbitro delle nazioni. Il Piemonte di Cavour, con la sua ridotta ma dignitosa partecipazione, riesce a porre all’attenzione del mondo il problema della nazione italiana.

I diplomatici trattengono a forza il respiro quando il 28 febbraio 1853 il principe Menschikov, inviato straordinario dello Zar, sbarca a Costantinopoli, pieno di sussiego e di arroganza. Questo rutilante personaggio è effettivamente incaricato della missione ufficiale di regolare “l’annosa e marginale questione del Luoghi Santi”, come lo ripete lo Zar Nicola, oppure ha il compito di portare il colpo di grazia al “grande e decrepito malato” del panorama politico internazionale, quale l’Impero Ottomano ?. Dopo qualche settimana di “suspense” la verità emerge davanti agli occhi di tutti, specie agli Inglesi che avrebbero voluto credere volentieri alla buona fede del loro grande amico Nicola: la questione dei Luoghi Santi non era altro che un semplice pretesto. In questo frangente i Francesi, molto più attenti e lucidi, avevano già da tempo cominciato a dubitare sulle vere intenzioni dello Zar. Ma la farsa dei Russi procede su due livelli.

Il 22 aprile 1853 il russo Menschikov ed il francese Lacour firmano un compromesso accettabile per le due parti in conflitto in Palestina (i monaci cattolici ed i preti ortodossi), ridefinendo i privilegi degli uni e degli altri. Il 4 maggio seguente il Sultano fornisce il suo accordo ed a questo punto la crisi sembra risolta. Ma ecco che a questo punto, per iniziativa della Russia, la crisi si acuisce nuovamente attraverso una vera e propria bomba diplomatica. Di fatto il 5 maggio il principe Menschikov presenta alla Sublime Porta un ultimatum nel quale lo Zar esige il diritto di protettorato su tutti i sudditi ortodossi dell’Impero Ottomano (più di 10 milioni di persone ovvero un quarto della popolazione dell’Impero). Una richiesta assurda che lede nel profondo la sovranità dell’Impero Ottomano e soprattutto porta i Russi sul tanto agognato Bosforo. Davanti a questo fatto le potenze europee non possono rimanere a guardare.  A Londra finalmente si rendono conto che gli obiettivi della politica russa non sono assolutamente cambiati dai tempi di Pietro il Grande. E’ la riscoperta della teoria dell’espansione verso i mari caldi che per la corte di San Pietroburgo è stata da sempre un articolo di fede. Insomma i Francesi questa volta avevano ragione e ne erano tanto convinti che il 19 marzo precedente avevano deciso in un Consiglio dei Ministri di inviare la loro flotta del Mediterraneo al largo delle coste della Grecia, per fornire un indiretto sostegno al Sultano e far intendere ai Russi che Parigi non avrebbe passato sotto silenzio una tale forzatura degli equilibri europei.

Va sottolineato che la decisione francese non era stata affatto compresa a Londra che la giudicava prematura, velleitaria ed avventurista (era stato da poco proclamato a Parigi il 2° Impero, che naturalmente gli Inglesi vedevano con grande sospetto). Londra, oltre ad una amicizia di lunga data con lo Zar, temeva gli effetti di un ritorno bonapartista e di un suo spirito di “revanche” nei confronti della “perfida Albione”. Dopo un periodo di crisi e di reciproche scorrettezze, nel mese di maggio, dopo l’ultimatum del principe russo, la situazione cambia repentinamente  e l’Inghilterra si riavvicina a questa Francia che disprezza e teme allo stesso tempo. Sembrano rivivere i bei tempi della Entente Cordiale del 1831 !! A questo punto Londra e Parigi, superati i contrasti esistenti e da buoni alleati decidono di sostenere la Turchia e di difendere i loro comuni interessi nel Mediterraneo.

Il 13 giugno 1853 una flotta combinata franco britannica dà fondo all’ancora nella baia di Bésika, all’entrata dei Dardanelli. Per Napoleone 3° il riavvicinamento con l’Inghilterra è una vittoria diplomatica, gentilmente offerta dalla Russia su di un piatto d’argento. Una condizione basilare per l’attuazione della sua politica ed ottenuta senza alcuna sollecitazione. Da parte sua lo Zar comincia a pagare il prezzo delle sue illusioni a cominciare dai Turchi dei quali aveva sottovalutato la loro capacità di resistenza.

Sebbene le sue truppe invadono senza combattere dal 3 luglio 1853 i possedimenti del Sultano, i Turchi non si sottomettono e saranno proprio loro che tireranno in ottobre i primi colpi di cannone della guerra. Nicola paga ugualmente le sue illusioni sull’atteggiamento dell’Inghilterra, che non immaginava neanche lontanamente che sarebbe stata capace di stringere una alleanza con la sua vecchia nemica di Waterloo e soprattutto proprio con il … nipote dell’Orco.!!!

E che dire dell’Austria, che doveva molto alla Russia dopo l’intervento contro gli Ungheresi del 1848 ? Questa, lungi dal dichiararsi neutrale, come vivamente sperato, eccola prendere la testa di tutte le iniziative diplomatiche che cercano di convincere i Russi ad accettare le condizioni imposte dai franco inglesi per evitare la guerra (condizioni peraltro in gran parte condivise). L’atteggiamento dell’Austria si spiega per il fatto di voler evitare una guerra aperta ma anche di diminuire l’eccessiva influenza assunta dallo Zar nei Balcani.

Ma l’errore di apprezzamento più grave di Nicola è quello fatto a proposito di Napoleone 3°, nonostante che il Ministro dell’Interno, Persigny, proprio all’inizio della crisi, avesse tentato di mettere in guardia il suo ambasciatore a Parigi:

“Voi credete il nostro imperatore dominato da un seguito di persone di basso livello. Orbene, giudicandolo solo sulla base delle disposizioni più o meno bene recepite ed interpretate da parte di tali persone, voi vi esporrete alla possibilità di commettere grossolani errori di valutazione. In definitiva … a forza di tirare la corda sulla base del vostro orgoglio voi, inevitabilmente, la spezzerete”. Che è poi esattamente quello che succederà.

Ma come poteva lo Zar, dio vivente, fare marcia indietro senza perdere la faccia? Davanti questo difficile dilemma il 26 giugno 1853 lo Zar, invece di scegliere un percorso conciliante, lancia un appello alla guerra santa al suo popolo, sebbene da più parti le potenze occidentali avevano fatto intendere che non cercavano la guerra a tutti i costi. Francia ed Inghilterra volevano semplicemente che lo Zar rinunziasse alla sua idea di protettorato ed alle sue pressioni sul Sultano, ma, purtroppo, l’atteggiamento altezzoso, rigido ed imperioso di Nicola le obbligherà a poco a poco a fare passi in avanti verso una guerra diventata ormai inevitabile.

L’8 ottobre, dopo aver pazientato tre mesi anche per l’intervento delle potenze occidentali, i Turchi intimano al Principe Gorschakov, Comandante del Corpo di Spedizione russo di evacuare i principati danubiani. A Costantinopoli gli spiriti si sono surriscaldati e gli Ulema predicano da ogni moschea la Guerra Santa: è ormai da troppo tempo che la Turchia subisce i colpi di testa delle zarine e degli zar.  Il 25 ottobre iniziano le ostilità da parte de comandante turco Omer Pashà nella località di Isakcha sul Danubio ed il Cancelliere russo Nesselrode, uno dei falchi della corte zarista potrà esclamare soddisfatto: “Ci è stata dichiarata la guerra!” In effetti lo squilibrio di forze sul terreno era tale che gli Occidentali non hanno altra scelta che spingere le loro flotte nel Mar di Marmara, a diretta difesa della capitale dell’Impero. L’escalation degli eventi prosegue e nel porto anatolico di Sinope il 30 novembre 1853 la flotta russa distrugge una flottiglia turca all’ancora, provocando un massacro, ma, al di là dell’esecrazione generale, tale evento, considerando la vicinanza delle flotte occidentali, viene percepito come una forma di aperta provocazione. Nello stesso momento l’armata turca del Caucaso subisce una pesante sconfitta sul fronte del Caucaso da parte di un Armata zarista, resa espertas da diversi anni di lotta contro i ribelli ceceni di Chamyl. A questo punto la posizione di Costantinopoli comincia a diventare critica e la Francia decide il 3 gennaio 1854 di entrare con la flotta nel Mar Nero come risposta alle azioni della Russia: Di fatto Napoleone 3° farà dire dal suo ministro degli esteri che poiché “lo Zar ha preso in ostaggio i principati danubiani, noi prendiamo in ostaggio il Mar Nero. Da questo punto la flotta russa non deve uscire più dai suoi porti. Quello che vogliamo è la cessazione pura e semplice delle ostilità”. 

Ma il 4 febbraio ha luogo la quarta di queste brutali iniziative - dopo l’ultimatum di Menschikov, l’invasione dei principati ed il massacro di Sinope - che non lascia altro sbocco che alla guerra. La Russia rompe le sue relazioni diplomatiche con Londra e Parigi. Non serve più a nulla neanche la Conferenza di Vienna che era stata aperta due mesi prima da parte dell’Austria e che aveva riunito contro lo zar un fronte diplomatico comune e chiarito con il protocollo del dicembre 1853 i limiti che lo zar non poteva permettersi di superare:

 “L’esistenza della Turchia nei limiti definiti dai trattati rappresenta una delle condizioni necessarie dell’equilibrio europeo” !

Da ultimo il 29 gennaio 1854 Napoleone 3° aveva indirizzato una lettera personale allo Zar dal tono misurato e conciliante nella quale proponeva il regolamento di tutta la questione per via diplomatica ed il “ritiro di tutte le forze belligeranti dai luoghi o dai motivi di guerra conclamati”. Ma la risposta dello Zar fu per contro amara, aggressiva ed insolente. “La mia fiducia riposa esclusivamente in Dio e nel mio diritto. La Russia ed io ne sono garante, saprà mostrare nel 1854 quello che fu nel 1812 ….” Il 27 marzo 1854 la Francia e l’Inghilterra dichiarano guerra alla Russia, non avendo questa dato risposta all’ultimatum per l’evacuazione dei principati e Napoleone, all’apertura della sessione legislativa, potrà a questo punto tranquillamente affermare che “tutta l’Europa sa ora che se la Francia ha sguainato la spada è perché vi è stata costretta !” L’imperatore si sente fiducioso e forte come non mai proprio come quando era stato eletto Presidente della Repubblica nel dicembre 1848, quando aveva ricevuto l’approvazione del Corpo di Stato del dicembre 1851 o come quando il popolo aveva salutato ed approvato la restaurazione dell’impero nel novembre 1852.

Non c’é più una opposizione e la stampa, male informata ed intimidita marcia compatta nei ranghi definiti dal regime e l’opinione pubblica francese è in generale ostile alla Russia, che giudica come il maggiore responsabile dell’offuscamento del paese dopo il 1815. Inoltre in una società lasciata da lungo tempo alle sole preoccupazioni materiali, la guerra d’Oriente si annuncia foriera di una dimensione eroica indispensabile all’orgoglio ed al temperamento nazionale.

Da un punto di vista generale nella società europea si assiste alla riapparizione del colera e dopo il cattivo raccolto del 1853 anche quello del 1854 non si annuncia particolarmente favorevole. Ma l’imperatore sente che il momento è favorevole e che può contare anche sul sostegno di gran parte dei suoi avversari politici.

In Inghilterra nel giro di qualche mese si assiste ad un radicale cambiamento di rotta. Da osteggiatori delle analisi dell’”avventuriero delle Tuileries” si arriva a diventare convinti partigiani della guerra e vengono stesi in comune con i Francesi dei piani d’azione con la scelta di obiettivi prioritari, fra i quali il grande porto militare di Sebastopoli in Crimea. Tutti affermano che lo scopo della guerra è ilò mantenimento dell’integrità della Sublime Porta. In realtà il vero obiettivo inglese è la radicale eliminazione della potenza russa, unica garanzia a lungo termine del mantenimento del controllo delle vie commerciali dell’Oriente e delle Indie e poco importa e non disturba oltremodo di poter ottenere tali risultati con il significativo contributo delle ….  truppe francesi! Ma contrariamente a quanto si è affermato da più parti Napoleone non era uno stupido ed era cosciente della situazione reale nella quale difenderà esclusivamente i propri interessi.

Nel 1856 egli non terrà in alcun conto delle recriminazioni di Londra per imporre la pace che desiderava quando la vorrà. E anche nella primavera del 1854 si comporterà secondo una logica legata agli interessi francesi. Mentre al di là della manica si spinge senza esitazioni per la guerra, egli continua a privilegiare sino all’ultimo momento la negoziazione, a contare sull’alleanza e gli interessi dell’Austria ed a sperare che una semplice dimostrazione di forza potrà essere sufficiente per far riflettere lo zar. Speranze tutte sfortunatamente deluse.

Nel mese di aprile 1854 l’armata francese che conta già 60 mila uomini agli ordini del Maresciallo de Saint Arnaud. E le forze inglesi assommanti a 30 mila unità agli ordini di Lord Raglan si riuniscono a Gallipoli, presso i Dardanelli e poi si dislocato a Varna in Bulgaria. Lo sforzo delle due potenze è immane laddove si pensi ad un trasporto di oltre 3 mila chilometri di tutte queste migliaia di uomini con cavalli, artiglierie, materiali, rifornimenti ecc.. Uno sforzo logistico inaudito per l’epoca, che registra per la storia la prima vera “proiezione di forze” in un teatro lontano in un quadro combinato ed interforze (esercito, marina ed amministrazione dello stato). Si parlerà poi molto nel dopo guerra, specie in Francia, sull’impreparazione, sul disordine e sull’improvvisazione delle partenze. Ma va anche detto che, oltre alla notevole dimensione delle forze movimentate, deve essere anche tenuto in conto che si trattava di una guerra non preparata e che, specie all’inizio, non si aveva alcuna intenzione di condurre seriamente. A questo si aggiunga la vaghezza di numerosi elementi informativi e le molte incognite pesanti sul conflitto quali: che faranno i Russi ? Che potranno fare i Turchi ?, che decideranno gli Austriaci ?, quali saranno le risorse locali disponibili in Bulgaria ed in Crimea o altrove?  Per la Francia va soggiunto inoltre che, dopo il colpo di stato del 1852 sin era iniziato un programma di progressivo disarmo delle sue forze per non preoccupare troppo i suoi vicini.

Nel giugno 1854 30 mila Francesi e 20 mila Inglesi sono accampati a Varna, nel luglio - agosto i Francesi arrivano a 50 mila ma la situazione non è ancora di quelle senza ritorno: I Russi, con i loro 150 mila uomini, si sono già scontrati con i Turchi sul Danubio ma non hanno ancora mostrato alcuna intenzione di avanzare su strada per Costantinopoli che essi intendono sbarrare.

I campi alleati sono nel frattempo devastati da una epidemia di colera che uccide quasi 5 mila Francesi, Inoltre una spedizione militare in Dobrugia, con lo scopo di dare un po’ “d’aria” alle truppe ammassate ed intasate a Varna, si conclude con un mezzo fiasco che verrà attribuito a torto al comandante francese.

Il 10 agosto un terribile incendio divora nelle fiamme quasi tutti rifornimenti dell’Armata francese, tanto che la salute del maresciallo francese, che soffre già di una pericardite, si aggrava repentinamente. Ma soprattutto dopo il 23 giugno 1854 l’Armata alleata d’Oriente non ha più obiettivi. In quel periodo la Russia, temendo l’intervento dell’Austria, evacua i principati ripiegando in Bessarabia, senza che peraltro lo Zar rinunci alle sue pretese sull’area. Che fare ? Il momento è veramente critico. Dove colpire questo gigante dal ventre molle ?, sapendo perfettamente che è fuori discussione di invadere la Russia, né di ritornare a mani vuote in Europa senza aver scongiurato la minaccia né di continuare a debilitarsi nell’inazione  sotto l’effetto dell’epidemia.

Il 18 luglio 1854 il Consiglio di guerra franco inglese prende una decisione difficile, tenuto conto della debolezza di mezzi a disposizione, specie in artiglierie: gettarsi sulla Crimea ed impadronirsi della fortezza di Sebastopoli. Assalto o assedio, ci sono ancora troppe incognite per rispondere a tale quesito. Si è detto da più parti che gli Inglesi hanno forzato al mano a Saint Arnaud per andare a Sebastopoli, ma in realtà i documenti provano il contrario. Di fatto Lord Raglan e de Saint Arnaud erano favorevoli di principio all’impresa, ma l’ammiraglio inglese Dundas, che esercitava un comando indipendente dagli alleati, opponeva un netto rifiuto a rischiare la sua flotta nell’avventura.

Alla fine la decisione viene presa nel consiglio del 26  agosto su pressione del comandante francese. La nuova missione se da un lato è vista con entusiasmo dalle truppe, dall’altro i quadri dirigenziali delle armate non mostrano altrettanto entusiasmo. Le prospet8ive non sono certo allettanti. Non si conosce nulla o quasi di quello che traverà in Crimea e soprattutto si teme che la brutta stagione in arrivo potrebbe produrre problemi notevoli al flebile cordone ombelicale dei rifornimenti con le rispettive nazioni, tenuto conto che il mar Nero è noto per i suoi venti e le sue tempeste nella stagione invernale. E se l’operazione si risolvesse in un fallimento come si potrebbe immaginare un reimbarco delle forze sotto il fuoco nemico in una regione così distante dalle basi nazionali !

In ogni caso il 10 settembre 1854 30 mila Francesi e 20 mila Inglesi e 7 mila Turchi sbarcano in Crimea, nei pressi di Eupatoria, una quarantina di chilometri a Nord della piazzaforte. Il 20 seguente avviene il primo scontro con i 50 mila uomini di Menschikov, trincerati sulle alture a dominio della riva sud del fiume Alma. Il piano di Saint Arnaud, ben congegnato ed impostato sulla manovra napoleonica di Austerlitz, si risolve in una vittoria del tipo Moscowa (il nemico riesce a sfuggire all’accerchiamento) per i ritardi e la lentezza di esecuzione degli Inglesi che non chiudono a tempo la loro tenaglia. I Russi, battuti ma non distrutti, riescono a ripiegare in buon ordine nella piazzaforte, dopo aver preso ben coscienza della forza degli Alleati: l’aggressività francese, la solidità inglese e l’efficacia e portata del fucile a canna rigata.

A questo punto , il 23 settembre, i Russi fanno affondare dei battelli all’imboccatura della rada di Sebastopoli, annullando di fato il piano alleato di prendere la città per mezzo di una azione di forza combinata da terra e dal mare.  Si ripresenta davanti agli occhi dei francesi lo spettro di Mosca e la malattia tormenta sempre di più il comandante francese. Il 26 questi lascia il comando al generale Canrobert, per morire il successivo 29 dopo che gli Alleati sono riusciti ad organizzare, a sud della piazzaforte, dei porti nelle baie di Balaklava e di Kamiesch.

I Russi mettono a profitto questo rallentamento delle operazioni per rinforzare le loro difese a terra, rendendo vana anche l’ultima possibilità di prendere la città d’assalto. Ormai si sbarca materiale d’assedio ed artiglieria. Si scava e ci ristabilisce per l’inevitabile assedio. Ma i Russi in questo momento non si rendono conto che, cercando di salvare Sebastopoli, si tirano la zappa sui piedi andando incontro ad una inevitabile sconfitta.

Questo è l’inizio di una lunga, penosa e sanguinosa zuffa di undici mesi. Un assedio in piena regola ? non propriamente ! perché ci sarebbe volute forze due volte superiori per investire da ogni lato la piazza, che da parte sua non cesserà di ricevere rinforzi e rifornimenti. Si assisterà piuttosto al progressivo avvicinamento di due campi trincerati, uno verso l’altro con cannoni che rispondono a cannoni, sortite che si oppongono agli assalti, lavori di contro approccio e di contro mina ai lavori di approccio e di mina ed infine i tiratori scelti finlandesi  ai cacciatori inglesi e francesi. Nel fango nella neve, al vento, al freddo, sotto temporali devastanti, falcidiati dalle malattie, gli uomini dei due campi soffrono perdite notevoli ed il loro calvario prefigura in qualche modo quello delle trincee della 1^ Guerra Mondiale. Il combattimento diventa accanito, perché ormai è chiaro che la decisione del conflitto, a parte operazioni secondarie in altri teatri, sarà in Crimea e non altrove. Solidamente accampata alle spalle degli Alleati una armata russa di soccorso tenterà tre volte di sbloccare la piazzaforte, ma le battaglie di Balaklava (25 ottobre 1854), di Inkermann (5 novembre 1854 della Cernaja (dove si metterà in mostra il piccolo e ben organizzato contingente piemontese) e quindi di Traktir (16 agosto 1855) si tradurranno in inutili massacri.

La flotta russa del mar Nero da parte sua è stata surclassata e costretta a rimanere nei porti per la mancanza di navi a vapore. Il sistema russo non è in grado di reagire adeguatamente per la mancanza di ferrovie e di strade degne di tale nome. Questo duro scontro fra la vecchia e la nuova Europa non può che terminare con la sconfitta della prima. Quando ormai gli Alleati si impadronisco l’8 settembre 1855 dell’ammasso di rovine che è ormai diventata Sebastopoli, la Russia non ha più truppe disponibili, non ha più denaro e soprattutto non ha più entusiasmo e forza per continuare la guerra. Per la Francia imperiale si tratta di un vero trionfo. Perché il trionfo finale è attribuibile alle truppe francesi del generale Pelissier, che dispone del doppio degli effettivi inglesi ed è attribuibile al generale Mac Mahon, che si impadronisce del bastione strategico di Malakoff, facendo cadere la piazzaforte, nello stesso momento in cui gli Inglesi falliscono ancora una volta nel loro attacco al forte del Gran Redan. Questo sentimento di frustrazione vissuto dagli Inglesi sarà quello che li spingerà nel desiderio di prolungare la guerra, contro la volontà netta di Napoleone 3°.

Negoziando sempre a Vienna e nonostante il rifiuto degli Austriaci di entrare nel conflitto, l’imperatore francese riuscirà ad ottenere dallo Zar il 16 gennaio 1856, l’ammissione della sconfitta. Lo Zar Alessando, successo nel frattempo a Nicola morto di dolore, accetta a questo punto di trattare sulla base dei “quattro punti” definiti da Parigi : un nuovo statuto per i principati danubiani; la libertà di navigazione sul Danubio; la neutralizzazione del Mar Nero e la rinuncia a qualsiasi protettorato russo su sudditi ortodossi del Sultano.

La Pace sarà firmata a Parigi il 30 marzo 1856 al termine di uno scintillante congresso della durata di cinque settimane, tra i fasti dell’esposizione universale e le feste di gioia per la nascita del principe imperiale (16 marzo).

L’impero francese è ormai al suo apogeo, sia all’interno sia all’estero. Tutti possono credere che si stia in marcia verso un nuovo ordine internazionale plasmato dal diritto e dalla giustizia. Napoleone 3° appare come il padre della futura Romania, l’arbitro delle nazioni, l’uomo verso il quale sono rivolti tutti gli sguardi, specie dei popoli oppressi, che trovano nel napoleonico “Principio delle Nazionalità” una speranza per il loro futuro. In tale contesto si inserisce il gioco del Governo piemontese di Cavour che, con la politicamente sofferta partecipazione alla Guerra di Crimea, riesce a portare all’attenzione del mondo il problema dell’indipendenza italiana ed inaugurerà al Congresso di Parigi una politica di relazioni internazionali credibili che lo porterà poi alla Guerra d’Indipendenza del 1859, primo vero passo verso l’unità della Nazione Italiana.

Ma lo stato di grazia di Napoleone 3° non durerà a lungo. L’esercito, che ha perso nell’impresa 95 mila uomini, ha sì mostrato la sua forza, ma anche le sue debolezze, alle quali non verrà posto rimedio in tempo utile, Colpa del disdegno del lavoro di stato maggiore, del primato della forza dello slancio e della baionetta sull’’intelligenza, tendenza dei grandi capi ad atteggiamenti cortigiani e servili. Sebbene per tutti gli eserciati é ormai noto che “il fuoco uccide”, l’esercito francese si ostina a portare in battaglia il kepì ed i pantaloni rossi. Riguardo al servizio sanitario non sarà fatto molto per renderlo più efficiente: solo l’inglese Florence Nightingale durante questa guerra farà qualcosa.

Con l’Austria ormai è chiaro che la Francia marcia verso lo scontro, avendo accettato l’alleanza con il Piemonte, il suo peggiore nemico. Con questa mossa, visto dal punto di vista francese, Napoleone ha messo le mani nel vespaio italiano, ma nessun Capo di Stato francese ha saputo mai rinunciare nel corso dei secoli alla possibilità di ottenere ingrandimenti territoriali e questi ormai bloccati con la Spagna e con la nascente Germania, sembravano ancora possibili verso il confine naturale delle Alpi.

Grazie a Napoleone ed al prezzo di appena 28 morti in combattimento in Crimea (gli altri morranno di malattie), Cavour riesce ad entrare nel complesso gioco internazionale ed a tessere la trama della futura guerra all’Austria.

Più tardi appare nella storia il signor Bismarck ed allora la “buona stella francese” dovrà duramente confrontarsi con la “realpolitik prussiana”. L’Inghilterra, frustrata dalla conclusione della guerra in Crimea, tende a raffreddare le sue relazioni con Parigi, proprio nel momento in cui Napoleone, nel tentativo di mettere sotto pressione Vienna, cerca di riannodare le relazioni con gli Zar. Tale azione nella pratica appare coerente con il pensiero dell’imperatore che non ha mai avuto l’intenzione di distruggere la potenza russa e il suo tenace perseguimento porterà a quella sorta di simpatia franco - russa della fine del secolo.

Comunque al di là delle belle parole lo zar Alessandro non è in condizione di dimenticare rapidamente l’umiliazione di Sebastopoli e nel contempo la sconfitta ha offuscato all’interno della società russa la posizione sacrale rivestita dallo Zar e minato il suo autocratico potere.

Indubbiamente Napoleone ha avuto da sempre la debolezza di essere stato solo. Inoltre la sua politica del Principio delle Nazionalità ed in particolare la sua politica italiana porterà all’allontanamento da sé di una larga parte del suo elettorato tradizionale, specie quello cattolico. Quello tradizionale che vede nella politica di sostegno alla formazione dei nuovi stati nazionali un danno per la Francia in quanto, modificando radicalmente il vantaggioso “statu quo”, consente la formazione alle frontiere est della nazione di stati sovrani forti (Germania, Italia), futuri potenziali avversari. La crescente ostilità dei cattolici si lega invece all’appoggio fornito da Napoleone 3° ad uno stato italiano anticlericale e dichiaratamente orientato, con Roma capitale, a mettere fine al potere temporale del Papa Re.

La guerra di Crimea in definitiva se è anche magistralmente servita per imporre nuovamente la Francia imperiale e bonapartista in uno scacchiere europeo reticente, ha dato libero sfogo alla politica estera personale dell’imperatore, alla lunga contraria ai gli interessi vitali della Francia.

In fin dei conti il trionfo di Sebastopoli porta con sé i germi della successiva sconfitta di Sedan.

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