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IACOPI DISCENDENZE E STORIA

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La spada di Damaschino

LA SPADA DI DAMASCHINO

Tecnica di fabbricazione della spada nel medioevo

(stampato sul “SUBASIO” n. 1/12 del marzo 2004, Bollettino trimestrale dell’Accademia Properziana del Subasio di Assisi,)

Quando si osserva una spada ricoperta di ruggine in una vetrina di un museo, difficilmente si riesce ad immaginare capire quale fosse il suo vero aspetto e soprattutto quali tesori di tecnologia furono utilizzati per la sua fabbricazione.

Le spade di damaschino del cosiddetto periodo “oscuro” del medioevo, sono fra le più belle mai forgiate dalla mano dell’uomo ed i loro nomi si sono persino trasmessi fino ai nostri giorni, come Excalibur, Durandal. Da un punto di vista storico esse corrispondono all’epoca carolingia o anteriore. Successivamente la fabbricazione di tali tipi di armi subisce un lento inarrestabile declino per praticamente quasi sparire nel periodo delle Crociate. Questo declino è ancora oggi difficilmente comprensibile: per certi autori la spiegazione risiede nella forte domanda di spade esistente nel periodo delle predette spedizioni in oriente, coniugata con l’impossibilità di effettuare una produzione di massa per delle armi così complesse. A queste cause sicuramente fondate va forse aggiunta anche quella di un cambiamento nell’estetica delle spade e soprattutto quella della modernizzazione nella produzione degli acciai e nelle tecniche di tempra[1]  e di rinvenimento[2]

La tecnica del damaschinato attraverso la saldatura di forgia ha subito una eclisse di circa mille anni prima di essere riscoperta, principalmente per merito di Eduard Salin, negli anni 50 e 60. In effetti, in occasione degli scavi di cimiteri merovingi e più raramente nella scoperta di spade carolingie (bisogna tener conto che la Chiesa, a partire da questa epoca, aveva invitato i fedeli a non deporre dei corredi funerari accanto ai defunti), gli archeologi si erano accorti che le spade ritrovate possedevano dei disegni strani sul piatto delle lame. Si avanzò persino l’ipotesi che dei fili di metallo fossero stati incrostati nel metallo a fini di decoro, ma dopo alcune analisi di laboratorio si accorsero che la decorazione era l’effetto della massa del metallo, cosa che escludeva a priori una qualsiasi pseudo tecnica di damaschinato.

Ulteriori sperimentazioni permisero di scoprire la tecnica di fabbricazione. La lama era stata semplicemente forgiata con dei metalli eterogenei, nel caso specifico, ferro ed acciaio e questo secondo uno schema predeterminato al fine di produrre un certo effetto estetico.

In seguito queste tecniche sono state pazientemente riprodotte da parte di artigiani specializzati il cui talento e capacità tecnica ha permesso di riottenere una perfetta riproduzione di questo tipo di spade.

La Damaschinatura ed il Damaschino ritorto

Per comprendere la nozione di Damaschinato, è sufficiente immaginare gli importanti vincoli meccanici che una spada deve soddisfare: deve possedere un taglio molto duro in modo di essere affilato ma deve anche essere abbastanza leggera e resistente da non spezzarsi sotto l’effetto di un impatto violento su un elmetto o su uno scudo. Tutto il paradosso della spada viene dal fatto che il ferro è leggero ma malleabile e duttile mentre l’acciaio temprato è duro ma facile alle rotture. Per conciliare ed ottimizzare i due vantaggi e nel contempo minimizzare i due inconvenienti è sufficiente associare intimamente questi metalli; cosa che è resa possibile dalla eccellente qualità posseduta da questi elementi di saldarsi fra di loro a caldo. Poiché questi metalli reagiscono in maniera diversa all’applicazione di un acido (l’acciaio annerisce ed il ferro rimane neutro) sarà quindi possibile alla fine della lavorazione ottenere un disegno di bell’effetto sulla lama.

La più grande parte delle lame del medioevo è pertanto forgiata secondo la tecnica del damaschino che poi troverà un perfezionamento nel Damaschino ritorto.

Un forma primitiva di questa metodologia si trova nella lunga spada di Tène la cui tecnologia sarà perfezionata dai Germani, trovandosi questi isolati dall’influenza dei Romani per effetto del “limes” sul Reno e sul Danubio. D’altronde i Romani, pressati da una produzione di massa di armi ed equipaggiamenti da approvvigionare per le legioni, avevano piuttosto un concezione di tipo industriale nello loro cose e pertanto non erano particolarmente interessati alla produzione di armi dalla fabbricazione molto sofisticata. Ciò nondimeno diversi atelier romani, sparsi per tutto l’Impero, produssero anche tale tipo di armi, specialmente quello di Amiens, che era più vicino alla zona di riferimento.

La spada dei Celti è il prodotto dell’assiematura, a caldo, di lamine di ferro e d’acciaio poste le une contro le altre a “mille foglie”. Il disegno che ne risulta è più o meno regolare e ciò dipende dalla qualità della lama e dal saper fare (abilità tecnica) dell’artigiano o del fabbro ferraio che ha lavorato.

Una decorazione supplementare può essere aggiunta con un procedimento di rivelazione con l’acido effettuata in maniera selettiva con degli stampi in cera, in modo da non corrodere certe parti del metallo. Questa tecnica molto semplice consente di generare disegni come scavati ad acquaforte. Nonostante la somma delle tecnologie messe in opera, la spada celtica risulta di seconda qualità se comparata  con la tecnologia usata nella spada lunga delle “invasioni vichinghe”.

L’idea veramente geniale del damaschino ritorto, inventata in qualche parte dell’est del Reno verso la fine del 1° secolo, consiste in un perfezionamento delle  di fabbricazione e del trattamento della spada dei Celti. Nella nuova tecnica le lamine composite sono meno numerose ma soprattutto esse vengono ritorte in modo da rendere la saldatura a caldo più resistente ed ottenere la moltiplicazione delle superfici di contatto. L’interesse è pertanto duplice: esteticamente il risultato è un superbo disegno a forma di gallone, conseguenza dell’alternanza delle spire di torsione, moltiplicato dal numero degli accoppiamenti delle barre di base. L’altro interesse è che questa struttura composita rende la lama damaschina tre volte più resistente alla flessione rispetto ad una lama omogenea.

Infine il taglio, inizialmente lavorato per martellatura a freddo, viene sostituito con l’applicazione di una barra d’acciaio puro, riportata e saldata a caldo intorno all’anima o parte centrale della spada, con un processo di saldatura abbastanza complesso da eseguire e quindi successivamente martellato.

Il risultato finale è quello di un’arma flessibile, resistente ed affilata che viene chiamata “Spatha” (nome dal quale deriva la spada). Nella terminologia dell’epoca la “Spatha” si oppone al “Gladium”, nome della spada corta usata dal legionario romano ed alla “semi Spatha” che designa lo “scramasax”, il grande coltellaccio molto in voga nelle tribù germaniche.

Il procedimento di fabbricazione della “Spatha” rimane più o meno costante dal 2° al 10° secolo, cioè fino alla apparizione delle lame fabbricate con la tecnologia detta del “sandwich”.  Quest’ultima tecnica consiste nell’inserire una placca di acciaio duro fra due placche di ferro dolce oppure a fare a seconda dei casi il contrario (una barra di ferro dolce ricoperta da due barre di acciaio duro che, ricoprendo le parti laterali, vanno costituire il taglio della lama).  Durante questi otto secoli cambia solamente la forma della lama: fina e leggera fino all’8° secolo si allunga, poi si allarga verso la base, fatto che impone lo scavo di una gola lungo la faccia per alleggerirla, nella quale si incidono dediche o il nome del fabbricante e l’aggiunta di un pomello massiccio con la funzione di contrappeso.

Le tappe di fabbricazione di una spada lunga

La fabbricazione della lama di damaschino comprende una serie di operazioni di forgiatura di differente complessità. Durante l’alto Medioevo questa fabbricazione è senza dubbio condotta in serie, almeno in qualche decina di esemplari. Gli apprendisti preparano i pezzi più semplici per forgiatura a martello, mentre i mastri ferrai effettuano personalmente le delicate saldature del damaschino ed il fissaggio del taglio di riporto. Vale la pena sottolineare d’altronde che il commercio e soprattutto il traffico delle lame di spada era, in relazione al prezzo del mercato, molto lucrativo. Questo fattore può infatti spiegare la fabbricazione di tali armi su scala media condotta spesso da vere e proprie officine, che disponevano persino di marchi di fabbrica, come Ulfberht (noto dall’850 al 1125), Ingerii (noto dal 925), Leutfrit, Gicelin o Niso  per la maggioranza tedeschi e che, tanto per cambiare, erano già all’epoca oggetto di contraffazione da parte di atelier concorrenti. Molte di queste spade sono conservate in vari musei europei.

Nella fase preparatoria è opportuna realizzare una serie di lingotti di ferro e d’acciaio che vengono successivamente sovrapposti per strati di 5 o di 7) cifre dal valore rituale e funzionale). Questa operazione viene condotta facendo bene attenzione di alternare ogni sfumatura di colore del metallo: gli strati esterni di questo composito sono realizzati in ferro puro poiché questo metallo essendo meno sensibile al calore dell’acciaio, resiste meglio alle elevatissime temperature (tra 1000° e 1200°) necessarie alla saldatura. Il composito viene quindi sottoposto alla saldatura per martellatura. Questa operazione è probabilmente facilitata dall’uso di una pasta di saldatura che permette di eliminare l’ossigeno e la calamina (ossido di forgia) della superfici di contatto. Oggi si utilizza il borace, all’epoca i fabbri utilizzavano la sabbia silicea a base di quarzo oppure un fango argilloso. Va anche sottolineato che i metalli dell’epoca era più facili da saldare grazie alla presenza di scorie incapsulate nella massa e che agivano da fondente.

Una volta che il composito è divenuto perfettamente omogeneo e forma un nuovo lingotto composito, esso viene stirato (allungato) in barre da 60 a 90 cm.. Ogni barra viene ritorta per alternanza di fase in modo da ottenere un valido effetto decorativo; infatti per aumentare la varietà dei disegni la metà delle barre è ritorta in un senso e l’altra metà in senso opposto. Al di là del suo evidente lato estetico questa operazione ha anche la funzione di rinforzare le saldature moltiplicando le superfici di contatto di metalli di differenti sfumature. La barre sono forgiate con una sezione quadrata oppure molate di un terzo del loro spessore. Possono essere anche ritagliate a caldo con un cesello ed in tal caso solo il materiale interno può essere recuperato. Con questo processo supplementare si limitano le perdite di metallo. In ogni caso è prevalente l’uso della sezione quadrata per eliminare il rilievo provocato dall’operazione di torsione. 

A questo punto il mastro ferraio, per realizzare una anima di spada di damaschino, assiema due o tre barre appena lavorate avendo cura di alternare il senso dello spire di torsione. Questo assemblaggio viene allora saldato avendo cura di proteggere il metallo per mezzo di una pasta per saldatura. La riunione di questi elementi fornisce l’anima della spada, parte che serve a fornire il decorativo e la flessibilità alla futura lama. A questo punto il prodotto realizzato viene allungato della lunghezza desiderata oppure di aggiungervi il taglio prima di allungarla.

Il taglio riportato consiste in una barra di acciaio duro (da 0,5 a 0,7% di carbonio) che viene aggiunto su entrambe le parti dell’anima di damaschino. Questa operazione molto delicata viene fatta in due tempi: in una prima fase di pre forgiatura ed in una fase di molitura molto fine. Nella prima fase la barra scaldata alla temperatura minima di saldatura (per evitare di deformare il decoro esterno) vengono saldate per mezzo di una martellatura appropriata (non troppo forte per evitare di deformare l’anima, né troppo debole per saldare) a partire dalla punta o dalla base. Una volta terminata questa fase la spada presenta una sezione rettangolare ed a questo punto  viene effettuata la fase di molitura del taglio della lama, che può essere fatta anche per martellatura nella fase di sgrossatura. La martellatura peraltro oltre che più lunga  presenta delle limitazioni nel suo impiego per il rischio di far saltare le saldature o deformare il disegno (la molitura é l’operazione più rapida ma anche più costosa per forte la perdita di materiale). Dopo una molitura fine per portarla nella sua forma definitiva, la spada viene scaldata fino al rosso ciliegia quindi temprata in modo da indurire l’acciaio (al tempo dei carolingi il raffreddamento avveniva nell’acqua, nell’olio e molto frequentemente nel sangue di montone o di bue, questi ultimi di proprietà analoghe ma decisamente meno costosi dell’olio). L’opzione di raffreddare la lama nel sangue rivestiva forse all’epoca anche una ritualità magica, in quanto attraverso il sangue si voleva trasmettere vita e forza alla futura spada. Tecnicamente è attraverso il processo di tempra che l’artificio di una struttura a damaschino prende tutto il suo valore. In effetti solo parti in acciaio induriscono, quelle di ferro rimangono neutre e questo fenomeno assicura alla lama durezza e flessibilità, proprietà assolutamente impossibili da ottenere da una lama in metallo omogeneo.

Dopo il processo di tempra la lama diviene molto dura, ma allo stesso tempo fragile come un vetro. Ciò implica una ulteriore operazione chiamata di “rinvenimento”. La lama viene rimessa sul fuoco di forgia fino ad arrivare ad una colorazione blù che è l’indicatore della temperatura necessaria a questa fase 2 - 300°). Tale procedimento che tende ad attenuare la tempra ha per scopo di ridurre le tensioni della lama e soprattutto di rendere il taglio meno fragile.

Le ultime operazioni effettuate una volta che la lama è terminata, cioè molitura, pulitura ed affilatura, consistono nel mettere in rilievo la damaschinatura per effetto di un bagno acidulo, il cui scopo è quello di annerire le parti in acciaio. Dopo una pulitura a sabbia, per ottenere una superficie meno scabra la lama viene lasciata per diverse ore in un bagno a base di urina concentrata, di aceto o di altri acidi naturali. Alla fine del trattamento la lama presenta un motivo andato. Il disegno poteva essere nero su argento oppure secondo dei testimoni oculari, rosso su argento. I canali d’acciaio resi visibili attraverso il contrasto dell’acido venivano percepiti come dei vasi sanguigni che irrigavano la lama che apportavano forza e potenza. Inoltre i galloni del damaschino rassomigliavano ad una pelle di serpente. In effetti era molto corrente giocare con la lama facendoci scorrere i raggi del sole, in questo modo si poteva allora vedere il “serpente” muoversi lungo l’acciaio, allontanandosi o avvicinandosi al portatore della spada.

Il prezzo di una spada veniva stimato quindi stimato secondo la natura della sua damaschinatura, non avendo questo elemento unicamente una vocazione estetica: esso traduceva infatti anche la qualità meccanica della lama e questo senza alcuna possibilità di ….. truffa !  Tenendo conto della rilevanza della tecnologia applicata per la sua fabbricazione, una spada era un arma molto costosa e rimpiazzata presso i più poveri, o piuttosto presso i “meno ricchi”, con lo scramasax e quindi all’epoca dei Vichinghi dalla grande ascia a due mani o Breitax, l’arma che equipaggiava i famosi “housescarls” del Re Aroldo di Inghilterra nella sfortunata battaglia di Hastings contro i normanni di Guglielmo il Conquistatore. Ma fornire una idea del prezzo di una spada lunga rimane un problema difficile per l’impossibilità di compararlo con le logiche di valore attuali. In ogni caso si può comunque fornire qualche utile indicazione di riferimento. Una spada poteva valere il prezzo di uno schiavo di “buona qualità”, di tre vacche, oppure di un cavallo per una lama “bellissima”. Sul piano monetario, sebbene questo sia evidentemente variato nel corso degli otto secoli di vita della spada lunga, il prezzo poteva essere di tre soldi d’oro sotto i Merovingi fino a cento grammi d’argento all’epoca dei Vichinghi. Nell’arsenale dei combattenti dell’epoca, solo l’elmetto e soprattutto la cotta di maglia potevano avere un valore superiore, il primo articolo valeva da una volta e mezza a due volte il valore di una spada ed il secondo poteva raggiungere persino il triplo del suo valore.

Bouzy O.   :                   Le armi dall’8° al 15° secolo,             Mergoil,      1990

Bongrain Gilles :           I Coltelli d’arte,                          Crepin Leblond, 2000

Salin Eduard :               La Civilizzazione Merovingia,      A. e J. Picard,    1988

 

[1] Raffreddamento brutale di un acciaio riscaldato a 800° a fine di indurirlo

[2] operazione, diversa dalla ricottura, con la quale si ottiene l’attenuazione dell’effetto di tempra attraverso un riscaldamento dell’acciaio già temprato ad una temperatura più bassa di quella della tempra (200° - 300°)

La vettura da trasporto nel medioevo

LA VETTURA DA TRASPORTO NEL MEDIOEVO

(Stampato su “SUBASIO” n. 2/14 del giugno 2006, Bollettino trimestrale dell’Accademia Properziana del Subasio di Assisi)

 

Il Medioevo ha conosciuto diversi mezzi di locomozione a ruote, adibite a trasporto di persone e di mercanzie. Ereditate dal periodo precedente (carrette a quattro ruote, carrette a due ruote, tirate da asini o buoi e soprattutto da cavalli). Se in questo settore, come in altri, l’uomo medievale non porta innovazioni, tuttavia egli contribuisce all’apporto di numerose migliorie tecniche.

Il periodo precedente

Come in tutte le invenzioni collettive, la comparsa della ruota non ha una data certa né una collocazione geografica precisa. Le prime vetture a due ruote sarebbero nate da una specie di barella (all’indiana), tirata da un animale e documentata in epoca preistorica. Le vetture a due ruote sono comunque presenti nella maggioranza delle civiltà del Medio Oriente. I Sumeri (4000 - 2000 avanti Cristo) utilizzano delle vetture a due o a quattro ruote piene. I Babilonesi (2000 - 500 a.C.) sono i primi utilizzatori della ruota a raggiera ed utilizzano primariamente il cavallo in luogo dei buoi. All’epoca degli Assiri (1000 - 600 a.C.) diviene comune l’uso del carro a due ruote, utilizzato particolarmente a fini di guerra. Importati in Egitto dagli Hiksos, questi carri di guerra sono particolarmente tenuti in considerazione dagli Egizi a partire dalla 18^ Dinastia e giocano un ruolo sempre più importante nelle battaglie. I Greci, a loro volta, utilizzano sia il carro a due ruote, che il carro coperto a quattro ruote, per il trasporto delle donne. Tuttavia questi ultimi sono abbastanza rari, perché il loro impiego è condizionato da una rete viaria in buono stato.

L’epoca romana è segnata dall’abbandono del carro di guerra, la biga, a vantaggio della cavalleria, ma i carri ad un solo asse vengono utilizzati per le corse, con due o quattro cavalli da tiro. Una quadriga, tirata appunto da quattro cavalli, è usata dall’Imperatore durante il trionfo, mentre i sacerdoti ricorrono all’uso del Pilentum, una vettura sacra a due assi, che serviva al trasporto delle statue degli Dei e di altri oggetti rituali. L’uso del Carpentum, pesante carro a quattro ruote, era all’inizio riservato al trasporto dei membri della famiglia imperiale ed ai grandi personaggi. Lo sviluppo, al tempo di Roma, di una rete stradale e l’istituzione del cursus pubblicus (una specie di stazione di posta al servizio degli organismi dello stato) rendono più facile l’uso delle vetture a ruote (ad un asse per i viaggi brevi; a due assi per i viaggi a lungo raggio). La ricchezza del vocabolario dei romani in tale settore è un sintomo evidente dell’importanza che il mezzo a ruote assume nel contesto della società imperiale. I testi menzionano un certo numero di veicoli dagli usi ben definiti: l’Essedum, un carro a due assi che serviva ai viaggi o al trasporto di prodotti agricoli, la Raeda, una grossa vettura a due assi anch’essa destinata ai viaggi. La Carruca dormitoria era, come lo dice chiaramente il nome, un mezzo speciale adattato per potervi dormire. L’Angaria era invece una grossa vettura utilizzata dalle legioni per il trasporto dei feriti e dei malati, mentre il Cisium era una piccola vettura rapida a due ruote. Ma conviene ricordare anche la Clabula, vettura a due assi dalle pareti aperte o a griglia adatta per il trasporto di persone o di mercanzie, il Plaustrum vettura ad un asse tirata da due cavalli affiancati, la Birota vettura leggera ad un asse, la Vereda ed il Currus, dalle capacità di trasporto leggermente superiori.

I popoli germanici, slavi e scandinavi utilizzano anch’essi delle vetture a ruote nei loro numerosi spostamenti. Si tratta essenzialmente di pesanti carriaggi a due assi con ruote a raggiera, ricoperte a volte di bronzo. Questi popoli, il cui know how nel settore è notevole, saranno all’origine di una importante innovazione: l’avantreno girevole che, chiudendo con l’era dei carri rigidi, consente finalmente alla vettura una accresciuta facilità e flessibilità d’utilizzazione.

L’Alto Medioevo: una crisi nel mezzo di trasporto

Gli sconvolgimenti connessi con la caduta dell’impero romano e un nuovo modo di pensare tipico di questo periodo, punteggiato da una insicurezza generica e generalizzata, provocano un arretramento molto netto nell’utilizzazione delle vetture negli spostamenti. La rete stradale organizzata dai Romani, ormai senza una manutenzione regolare per mancanza di risorse e di tecnici, contribuisce alla rarefazione del traffico delle vetture a due ruote ed, in particolar modo, il traffico dei carriaggi a due assi scompare quasi del tutto. L’istituzione lungo il percorso di numerosi pedaggi costituisce un altro elemento frenante per la circolazione delle vetture a ruote. Da ultimo l’utilizzazione della vettura per gli spostamenti non è vista di buon occhio nella società. Il mezzo di trasporto per eccellenza per i personaggi importanti è il cavallo o il muletto (usato molto dal clero). Gli spostamenti in vettura sono considerati dalla popolazione come un segno di debolezza fisica, di vecchiaia oppure un sintomo di sibaritismo (persona amante del lusso o di piaceri raffinati).

Tutto questo però non impedisce ai Re Merovingi di servirsi di carri tirati da buoi. Quest’ultimi, più potenti, ma più lenti del cavallo, possono sopportare anche delle ruote non in buone condizioni. La denominazione specifica di questi carriaggi non è generalizzata ed in molti casi sopravvive il loro nome romano. Ad esempio Eginardo nella sua “Vita di Carlo Magno” ci dice che il Re Chilperico, nel 570 circa, effettuava i suoi spostamenti su un “carpentum”, tirato da buoi e condotto alla maniera dei contadini da un “postiglione”. In tale periodo coesistono anche dei mezzi di trasporto speciali detti “Basterne”, delle specie di lettighe portate da muletti.

All’epoca carolingia gli sforzi di Carlo Magno nel restaurare la rete stradale ereditata dall’epoca romana, finiscono in un fallimento. Ciò nonostante il periodo è segnato da una certa ripresa di attività nel settore. Una scoperta romana, utilizzata anche dai popoli slavi, la vettura a cassone sospeso, ritorna in auge.  Questi mezzi consistono in un carro largo, dotato di una struttura sospesa a quattro pali, a loro volta collegati all’assale. Teoricamente più confortevole di una vettura rigida, non sembra però aver conosciuto un grande sviluppo, anche perché a l’epoca poteva essere un buon mezzo di addestramento al … mal di mare ! In effetti tale tipo di mezzo, se agevolmente sopportabile per i brevi percorsi, nei lunghi percorsi diviene decisamente faticoso ed adatto, piuttosto, a dei lupi … di mare ! Le vetture ad avantreno girevole, già note ai Germani ed ai Celti, fanno nuovamente la loro comparsa.  Questo tipo di vetture risulta riconoscibile sulle miniature del tempo, proprio per il fatto che l’avantreno anteriore dispone di ruote di diametro inferiore a quelle dell’asse posteriore. E’ infine a quest’epoca che si diffonde nuovamente il timone a due stanghe (a barella), gia noto ai Romani, al posto del timone tradizionale ad una stanga.

Ma la più grande innovazione tecnica di questo periodo è rappresentata dalla ferratura dei cavalli e dalla comparsa del collare, da porre sulla spalla del cavallo. I ferri facilitano la progressione dell’animale e proteggono i suoi piedi, mentre il collare, applicato alle spalle, permette un impiego più efficace della forza del cavallo. Il collare, apparso intorno all’8°  - 9° secolo,  si diffonde specialmente nell’11° - 12° secolo. Esso rimpiazza l’attacco alla romana, che applicava la trazione alla gola del cavallo, comprimendo il petto e rendendo così difficile la respirazione dell’animale. Il collare viene in tal modo impiegato con profitto nei lavori agricoli, ma anche per il traino delle vetture, perché consente il trasporto di carichi più pesanti.

Il ritorno della vettura da viaggio

A partire dall’11° - 12° secolo gli spostamenti in carrozza prendono un nuovo sviluppo. La moda dei pellegrinaggi, l’organizzazione delle Crociate verso la Terra Santa e lo sviluppo del commercio, specie nell’est europeo, generano un notevole mole di traffico. I principi ed i grandi signori non esitano ad intraprendere lunghi viaggi in vettura con il loro seguito. Fra l’agosto 1157 ed il gennaio 1162 risulta che l’imperatore Federico Barbarossa abbia percorso circa 3 mila chilometri nei suoi spostamenti da Halle a Poznan in Polonia, poi nella Franca Contea, quindi Magdeburgo e Ratisbona, per uno percorso medio giornaliero di circa 20 chilometri.

Le note spese dell’imperatore Enrico 7° durante i suoi viaggi nel 1312 - 13, mettono in evidenza che i suoi viaggi costavano molto più caro della spesa per il mantenimento della sua scorta militare e che la corte al seguito utilizzava a tal fine  una miriade di carriaggi.

Nei paesi anglo sassoni questa attività stradale in piena espansione si accompagna alla contemporanea redazione di un vero e proprio codice della strada. Uno di questi codici, il Sachsen und Schwabenspiegel, stabilisce la larghezza delle strade, i sorpassi, e le priorità (ad esempio le vetture cariche avevano la priorità su quelle scariche). Un altro regolamento tedesco precisa che il carico di una vettura, immobilizzata a seguito della rottura di un asse, va a vantaggio del signore sulle cui terre è avvenuto l’incidente ! Nel 1285 lo Statuto di Winchester prevede che le strade che collegano le città mercato devono essere di una larghezza sufficiente da permettere il doppio senso di circolazione ai carriaggi e che le stesse devono essere organizzate con una fascia di 200 piedi per ciascun lato, interamente disboscata. Lo stesso regolamento vieta il traffico di vetture con cerchi in ferro o rinforzati da chiodi, al fine di preservare lo stato delle strade.

Questo periodo è peraltro segnato da nuovi progressi nel campo della tecnica (spesso però introdotti dall’Oriente): il bilanciere, pezzo di legno o di ferro connesso al timone ed al cassone della vettura ed al quale, con delle corregge, vengono collegati gli attacchi del cavallo, l’inclinazione verso l’esterno della parte alta del piano della ruota rispetto all’asse di rotazione, che riduce lo sforzo esercitato sul fusello dell’asse e l’inclinazione dei raggi verso l’interno della ruota, per renderla meno sensibile ai colpi laterali.

La vetture a cassone sospeso, con l’impiego di catene o di cinghie, si diffondono nuovamente a partire dalla fine del 14° secolo in Ungheria ed in Italia.

Le carrozze da viaggio, impiegate durante il Medioevo, risultano di tipo diverso in funzione delle risorse disponibili e del rango dei viaggiatori. I più poveri viaggiano con delle vetture di preminente uso agricolo: dei semplici cassoni ad un asse, tirati da buoi o carri a due assi ricoperti da una tettoia.  Queste tettoie, normalmente ribaltabili sono formate da un telone di pelle o di stoffa montata su delle centine di legno curvate a semicerchio e collegate fra loro da tre o cinque listelli di legno, la cui estremità è guarnita a volte con delle finizioni (coppe) metalliche. I principi ed i signori fanno sovente ricorso a delle vetture a due assi arredate comodamente e con lusso. Queste vetture, non sempre ad avantreno girevole, sono trainate da due cavalli attaccati a freccia (uno dietro l’altro) o ad un timone oppure a dei bilancieri. Si possono trovare anche dei carri più piccoli per una o due persone, con attacchi a quattro cavalli, due al timone e due al bilanciere, sospeso all’estremità anteriore del timone. Questo tipo di carrozza è molto veloce ma decisamente meno confortevole, poiché risulta sospesa male. Gli Ungheresi utilizzano dei carri molto leggeri in vimini, trainati da un solo cavallo, ma che possono portare fino ad otto persone.

Tutte le vetture di lusso sono largamente provviste di cuscini e di tappezzeria, spesso ricordate negli inventari del 14° e 15° secolo. Nel 1262 quando Carlo d’Angiò entra a Napoli, appena conquistata, egli è seguito dalla sua consorte installata in un magnifico carro ricoperto e tappezzato di velluto blù cielo e decorato all’interno di gigli ricamati con filo d’oro. Nel 1457 quando Ladislao 5° chiede in sposa Maddalena la figlia del Re Carlo 7° di Francia, invia a questi in dono nella città di Tours una vettura sospesa (detta anche “carro tremolante”)  “moult somptueux et moult riche”.

Nel 1450 l’Imperatore Federico 3° si fa costruire una vettura d’apparato riccamente decorata con sculture di legno (antesignana delle posteriori carrozze reali), che utilizzerà a Roma nel 1454 in occasione della sua incoronazione e del suo matrimonio. Sempre nel 15° secolo la fidanzata di Mattia Corvino, Re d’Ungheria, Beatrice d’Aragona, figlia di Ferdinando di Napoli, fa il suo ingresso a Buda in una carrozza sospesa dorata, ricoperta di velluto verde, ricamato d’oro.

A fattor comune per tutti questi mezzi, al di là del loro migliorato standard di comodità, rimane però la loro lentezza. Mentre un cavaliere allenato può percorrere fino ad ottanta chilometri al giorno, una carrozza trainata da cavalli non supera, nel migliore dei casi, i 30 chilometri di percorso giornaliero.

Le prime artiglierie

LE PRIME ARTIGLIERIE

di Massimo Iacopi

 

(Stampato su RIVISTA MILITARE ESERCITO n. 6/2001, del dic. 2001)

L'avvento delle prime bombarde, che si può far risalire alla prima metà del XIII secolo, ebbe un impatto decisivo e rivoluzionario nella storia delle armi e delle battaglie, decretando la definitiva decadenza degli ideali cavallereschi del Medio Evo. L'onore e la gloria non si affidarono più alla punta di una spada, ma ad un colpo di archibugio o di cannone, in nome della storia e del progresso.

 

 

La spada, nelle sue varie for­me e dimensioni, ha da sempre rappresentato l'ar­ma emblematica del Medio Evo, ma verso la fine dello stesso pe­riodo l'utilizzo in Europa della polvere da sparo e delle prime ar­mi da fuoco dà inizio a un irre­versibile e radicale cambiamento nella società. Sebbene verso l'an­no mille i guerrieri slavi dei duca­ti russi avessero già sperimentato a loro spese l'efficacia e la sorpre­sa dell'uso del fuoco greco da parte dei bizantini, questo utiliz­zo, primordiale in Occidente, di miscele incendiarie (mistura di zolfo e nafta), attraverso rudimentali tubi di lancio, non aveva lasciato una impronta decisiva sul modo di condurre la guerra fra i popoli dell'epoca.

Di fatto verso la fine del XIII secolo, erano giunte in Europa, dall'Oriente, due fondamentali innovazioni tecniche, quali l'im­piego della bussola nella naviga­zione e l'introduzione dell'uso della polvere da sparo. L'uso di quest'ultima era conosciuto già da molto tempo in Cina e in In­dia per motivi pirotecnici e i pri­mi congegni bellici a polvere di cui si ha notizia sono quelli im­piegati dai mongoli di Gengis Khan nel 1219, durante l'inva­sione e conquista dello stato isla­mico del Kharezm (territorio che comprendeva approssimativa­mente gli attuali stati dell'Afghanistan, del Turkmenistan, del Kazakistan e buona parte dell'Iran e del Pakistan). Tali congegni, che sopravanzano di molto - tempo­ralmente - il primo mortaio rea­lizzato dai cinesi nel 1280, erano costituiti da tubi in grado di lan­ciare bombe fumogene, aventi sul nemico soprattutto effetti du­plici di tipo psicologico: uno di paura, conseguente al rumore, e l'altro di disorientamento, deri­vante dal fumo.

Va peraltro soggiunto che fra l'arrivo della così detta polvere da cannone e la sua piena ed effica­ce utilizzazione nelle artiglierie passerà più di un secolo e che, nel Medio Evo, il sintagma Arti­glieria, derivante dall'ars tollendi (arte di distruggere) o dall'ars telorum (arte di lanciare), non ave­va lo stesso significato odierno, ma piuttosto un senso decisa­mente molto più ampio. Di fatto con il termine generico di arti­glieria si designavano allora tutti i congegni di lancio comprese le macchine d'assedio, le stesse ba­lestre e tutti i tipi di bocca da fuoco, anche portatili.

Da un punto di vista storico non si conosce con precisione la data di introduzione delle armi da fuoco sotto i nostri cieli e la prima menzione affidabile risale ad un documento del 1326 quan­do il Governo di Firenze dispone la fabbricazione (Provvisione) di cannoni di bronzo (canones de mettallo) e di palle di ferro, allo scopo di assicurare la difesa del­la città e del territorio della Re­pubblica.

Ma il primo esempio di rappre­sentazione di un prototipo di cannone appare nel manoscritto De Nobilitatibus Sapiens et Sapientia Regum, redatto nel 1325

dall'inglese Gauthier de Milimete. Tale bocca da fuoco si presenta come un vaso, costituito da un bulbo di ferro o di bronzo, con apertura svasata a ugello, che lancia una grossa freccia, presu­mibilmente rivestita di cuoio alla base, per creare il necessario in­tasamento.

Tale forma primordiale di can­none è stata confermata nel 1861 dall'archeologia con il ritrova­mento a Loshult, in Svezia, di una bocca da fuoco in bronzo molto simile, con un rigonfia­mento alla bocca e un maggiore spessore alla camera di scoppio.

Il disegno del manoscritto mo­stra inoltre un artigliere ante litteram che innesca, con un fer­ro incandescente posto all'estre­mo di una lunga asta, quella che appare una miccia. Il personag­gio indossa in particolare un abi­to speciale per proteggere il capo ed il collo, segno evidente della scarsa sicurezza del personale operatore a fronte di un materia­le certamente non affidabile, in sperimentazione e dall'efficacia assai precaria. I primi cannoni infatti non mietono vittime solo

tra i nemici, ma anche tra coloro che lo impiegano, come testimo­nia significativamente la morte di re Giacomo Il di Scozia, avve­nuta nel 1460, a seguito delle fe­rite riportate per lo scoppio di un cannone.

Si può quindi concludere con una certa approssimazione che i primi cannoni fanno la loro apparizione intorno al 1320 e che da un punto di vista militare il primo impiego di artiglierie in combattimento sembrerebbe ri­salire al 1346, in occasione della battaglia di Crecy, ma tale rife­rimento, occorre precisare, vie­ne riportato dallo storico fran­cese Mezeray, vissuto sotto il re­gno di Luigi XIV. Ci dice appun­to il Mezeray che «... gli Inglesi avevano in quella famosa giorna­ta quattro o cinque cannoni che provocarono non poca paura, poiché era la prima volta che si vedevano delle macchine "folgo­ranti o fulminanti" nelle nostre guerre». Anche Giovanni Villani nella sua «Nuova Cronica» fa però un riferimento alla batta­glia di Crecy, citando che le arti­glierie presenti «... facìeno si grande timolto e romore, che parea che Iddio tonasse con grande occisione di gente e sfondamento di cavalli». Sempre nel 1346 viene comun­que segnalato l'impiego dei pri­mi cannoni durante l'assedio di Calais.

Per quanto attiene l'impiego delle artiglierie navali, tale data va spostata al 1372 quando le na­vi spagnole di Enrico Trastamare, alleate del Re di Francia, sconfig­gono e colano a picco davanti a La Rochelle, con il fuoco dei lo­ro cannoni, i battelli della flotta inglese del Conte di Pembroke.

Già nel 1500 il Guicciardini, al­la pagina 211 del volume della sua monumentale «Storia d'Ita­lia», ci fornisce una definizione moderna di artiglieria che: «... comprende ogni arma da fuoco non portatile per ferire lontano, di qualunque dimensione, for­ma o materia qualsi siasi...». In ogni caso oggi l'artiglieria è or­mai per definizione corrente la bocca da fuoco non portatile che si caratterizza appunto per i suoi tre elementi fondamentali. Il propellente (la polvere da spa­ro), il mezzo di lancio ed il proietto mentre con artigliere si indica «ogni uomo assoldato o ascritto al Corpo d'Artiglieria, de­stinato al servizio al pezzo, al ma­neggio oppure maestranze addette alla fabbrica, allestimento, prepa­razione e conservazione delle armi, materiali e munizioni di guerra».

Esaminiamo ora separatamente i vari elementi così come ci ap­paiono all'inizio della loro storia.

IL PROIETTO

Agli albori delle bocche da fuoco e per un certo tempo le frecce si affiancano sicuramente ai proietti di vario materiale. Tale afferma­zione è suffragata da quanto è de­sumibile dal libro dei conti del 1340 della città di Lille in Fran­cia. In tale anno vengono pagati 6 lire e 16 soldi ad un certo Giovan­ni Piet de Fur per tre tuiaux de tonnerre (1) e cento garros, che sono appunto le frecce rinforzate in cuoio. La freccia, anche se mo­dificata, è chiaramente non ade­guata alle nuove esigenze e viene rapidamente abbandonata a van­taggio di elementi proiettabili, quali palle forgiate di ferro, di ra­me, di bronzo o di piombo.

Naturalmente la pietra conti­nua ad essere ampiamente utiliz­zata, così come lo era stata prima della comparsa della polvere da sparo e i primi cannoni prende­ranno anche il nome di petrieri.

Ma ci sono ragioni ben precise che giustificano ampiamente la lunga persistenza dell'uso di tale materiale. Una grossa palla di pietra non solo è più facile da fabbricare ma è soprattutto più leggera di qualsiasi altro metallo forgiato impiegato. La stessa, ol­tre a raggiungere portate maggio­ri, non fa correre il serio rischio di far esplodere la bocca da fuo­co, per effetto dell'eccessivo inta­samento provocato da un equiva­lente proietto di metallo, decisa­mente più pesante della pietra.

La fusione, che modificherà so­stanzialmente il quadro di situa­zione, sarà solo una innovazione del XV secolo e la prima bomba, ovvero palla scoppiante con ani­ma caricata, risulterebbe essere stata utilizzata nel 1452 dai Fran­cesi contro gli Inglesi durante l'assedio di Bordeaux.

In ogni caso i proietti per l'arti­glieria venivano classificati in re­lazione al peso, misurato in lib­bre, o in relazione al diametro, misurato in pollici.

LA POLVERE DA SPARO

Al di là della composizione del fuoco greco, già noto in Occidente verso l'anno mille, nessuno sa come la polvere è apparsa nel­l'Europa del Medio Evo. La storia del monaco alchimista Bertoldo Schwarz o il Nero, inventore del­la polvere, sembra piuttosto una leggenda.

I metodi iniziali di fabbricazio­ne della polvere, molto empirici, sono piuttosto frutto di esperien­ze personali di alchimisti o di ar­tiglieri e gli stessi metodi sono diversi a seconda delle persone, dei luoghi e degli scopi. In ogni caso gli ingredienti fondamenta­li sono tre: salnitro, zolfo e car­bone, probabilmente non raffi­nati e mescolati a mano. I testi conosciuti ci forniscono un rife­rimento molto vago delle per­centuali utilizzate, che - rispetto alle odierne (75% di salnitro, 10% di zolfo e 15% di carbone) - erano rispettivamente ed orien­tativamente del 41%, del 29,5% e del 29,5%. Solo i testi relativi al XV - XVI secolo ci forniscono mi­gliori indicazioni sulla propor­zione degli ingredienti. Un certo Biringuccio, nel 1540, mescola 5 parti di salnitro per una parte di carbone e mezza parte di zolfo (dati riportati nel suo trat­tato di Pirotecnia, stampato a Venezia nel 1559), Il matematico Tartaglia, nel 1546, riporta più di venti metodi di fabbricazione della polvere e un certo Vigenere, francese, specifica, nel 1537, che per l'archibugio occorre una composizione di cinque parti di salnitro contro una di carbone e di zolfo, mentre per il cannone per sette parti di salnitro occor­rono una parte di carbone e un quarto di zolfo.

Tale differenziazione ha una sua logica in quanto una bom­barda non ha le stesse esigenze balistiche interne di un archibu­gio. L'artigliere, in questo caso, ha bisogno di una polvere più vi­va e dalla consistenza più fine ed il polverino, così come lo dice il nome, destinato all'innesco, deve essere ancora più fino. Purtroppo tale polvere, molto instabile, una volta intasata nel­l'anima della bocca da fuoco, ten­de ad agglomerarsi o aggregarsi e la fiamma detonatrice, non rag­giungendo con immediatezza il cuore della massa, determina una combustione irregolare della pol­vere, che continua a bruciare an­che dopo che il colpo è partito. Il tutto con una perdita di potenza e, soprattutto, di prezioso mate­riale, dato che all'epoca la polve­re era molto costosa per la rarità del salnitro.

Questa prima polvere da sparo, chiamata serpentina, oltre che molto instabile, aveva anche la tendenza a dissociarsi, quando trasportata in barili. Per effetto del movimento, il carbone di le­gna, più leggero, risaliva alla su­perficie, mentre il salnitro e lo zolfo si raccoglievano in fondo.

Prima dell'impiego occorreva quindi mescolare di nuovo il composto con gravi rischi di inci­denti, perché per effetto della fri­zione delle parti poteva avvenire un innesco accidentale.

Agli inizi del 1400 si ha un mi­glioramento della polvere grazie alla granulazione. La polvere granulata viene ottenuta attra­verso un processo di fabbricazio­ne ottenuto per mescola dei tre ingredienti allo stato umido.

Dalla pasta ottenuta, decisa­mente più omogenea, lasciata a seccare, si perviene successiva­mente allo stato granulare. Questa nuova lavorazione, che dà origine a un prodotto più stabi­le, permette un trasporto sicuro e di pronto impiego. Inoltre la forma granulare della polvere da sparo dà luogo ad una combu­stione più rapida e omogenea al­l'interno della bocca da fuoco, migliorando le qualità balistiche e riducendo sensibilmente le perdite di materiale.

IL CANNONE

Sin dall'inizio il ferro ed il bronzo sono i materiali utilizzati per la costruzione del cannone. Quelli in ferro sono realizzati con

la stessa tecnica usata per co­struire i barili. Di fatto vengono applicate ed assemblate su un modello di legno (di calibro de­finito), una accanto alle altre, una serie di doghe/verghe di fer­ro forgiato. Queste sono succes­sivamente serrate da una serie di anelli di spessore variabile (fa­sce di tenuta), uniti o spaziati fra di loro, anch'essi di ferro for­giato, di opportune dimensioni. La calettatura o messa in opera delle fasce di tenuta sulle verghe, avviene a seguito della preventiva dilatazione termica delle stesse.

Questa tecnica primitiva ha consentito la fabbricazione di pezzi di tutti i calibri, dalla sottile e allungata colubrina alla grande bombarda, utilizzando al meglio le capacità dei mastri forgiatori.

Sembra incredibile ma le prime artiglierie della storia sono, in termini concettuali, straordina­riamente moderne. Di fatto i pri­mi pezzi, denominati in Francia veugliers e courtaud, sono costi­tuiti da due elementi separati, dal peso massimo di 500 chilo­grammi l'uno: una bocca da fuo­co (volata) e una culatta o scatola a polvere, riunite per il tiro, a in­castro o con parziale avvitamen­to, sopra un rudimentale affusto di legno, che col tempo evolverà verso forme più efficaci. Tale struttura permetteva il carica­mento a retrocarica, attraverso la culatta e presentava, in relazio­ne ai pesi degli elementi compo­nenti, una discreta mobilità tatti­ca, tanto che il tutto poteva esse­re trasportato da otto cavalli senza l'affusto, oppure in tre carichi separati allocati su altrettante carrette tirate da tre cavalli cia­scuna. Tali artiglierie, dal calibro medio da 140 a 190 mm e utiliz­zate soprattutto nelle operazioni di assedio, saranno presenti sul campo di battaglia sino alla metà del 1400. Sebbene concettual­mente moderne e con una caden­za di tiro rimarchevole per l'epo­ca (due, tre colpi al minuto), la loro scomparsa è la naturale con­seguenza del limite tecnico del calibro utilizzato e della carente sicurezza connessa con la tecnica di accoppiamento degli elementi costituenti. Il ridotto calibro uti­lizzato non le rendeva pienamen­te idonee ad un impiego comple­to in batteria, (2) in quanto seb­bene efficaci contro le difese di approccio alle fortificazioni, co­stituite da legname riempito di terra, le stesse erano praticamen­te inadeguate ad aprire brecce nelle mura. Inoltre l'accoppia­mento culatta - volata, necessaria­mente rudimentale, provocava pericolose fughe di gas e di fiam­me verso l'esterno.

Esistono alcuni esempi di tali tipi di cannoni in diversi musei europei e fra questi vale la pena di ricordare un pezzo/volata della fine del 1300, conservato presso il Museo di Luoviers nell'Eure in Francia, dal peso complessivo di 400 chili, dalla lunghezza com­plessiva di 1,66 m e dal calibro di 195 mm, costituito dall'accoppia­mento 20 verghe/doghe dello spessore di un centimetro, man­tenute e serrate da 12 fasce/anelli di tenuta, di tipo e spessore varia­bile. Poteva tirare palle di pietra di circa 8 chilogrammi.

I limiti dei primi cannoni por­teranno, alla fine del 1300, alla realizzazione di un pezzo più po­tente e decisamente più idoneo alle operazioni di breccia. Si tratta della comparsa della bom­barda cannone (3), bocca da fuoco, tipo monoblocco di gran­de calibro, ad avancarica, con una camera a polvere di dimen­sioni decisamente ridotte rispet­to alla volata. Di fatto nell'asse­dio di Oudenarde del 1382 viene segnalato l'impiego della prima bombarda cannone per le opera­zioni di breccia. Con la nuova tecnica, i calibri si incrementano significativamente, così come il peso delle palle da lanciare con­tro le difese.

Se da un lato si ottiene final­mente l'effetto di creare vistose brecce nelle mura avversarie, dal­l'altro i pesi ed i costi crescono in misura esponenziale e la mobilità diventa un ... optional, decisa­mente oneroso. Per trasportare nel 1474 la bombarda Borgogna o Borgognona occorrono ben sei carri per più di cento cavalli, mentre per trasportare la bom­barda Orleans ne occorrono al­meno quarantuno.

Valga per tutte l'esemplare di bombarda esposto presso il Mu­seo dell'Esercito a Parigi. Risalen­te alla metà del 1400 e dal calibro di 486 mm, pesa complessiva­mente 1 500 chilogrammi, ha lun­ghezza di 2,02 metri e può lancia­re proietti di pietra dal peso di 125 chili. La bocca da fuoco è composta di 23 verghe/doghe re­lativamente spesse (1 cm circa), tenute assieme da 33 anelli/fasce contigui, dallo spessore variabile dai 3,5 ai 5 cm per la volata, men­tre la culatta è realizzata con un pezzo massiccio forgiato.

Particolare interessante è quel­lo tratto da un manoscritto che riporta nel dettaglio i materiali, il numero e le mansioni del perso­nale adibito al servizio di una bombarda. 11 persone in tutto: un cavaliere o gentiluomo esper­to nel suo impiego (l'ufficiale ar­tigliere ante litteram), un canno­niere e un suo valletto (leggasi: aiutante), un falegname e il suo aiutante, nonché sei serventi per le operazioni di puntamento. Al pezzo erano inoltre assegnati due armi da fuoco portatili, due ser­pentine e quattro carri affusto per la messa in batteria.

L'impatto della bombarda nei combattimenti è sicuramente de­cisivo, come devastante è certa­mente il suo impiego per le forti­ficazioni dell'epoca. La caduta di Costantinopoli del 1453, segna inconfutabilmente un momento di strapotere delle artiglierie (ri­sulterebbero impiegate in tale oc­casione bombarde da 930 mm di calibro con palle di pietra dal pe­so di ben 590 chilogrammi) sul vecchio impianto delle fortifica­zioni del medio evo, costringen­dole, in tutta fretta a cambiare la loro struttura. Ecco dunque spa­rire dalla geografia difensiva le torri maestose, le cinte ampie e le merlature svettanti, a favore di un generale abbassamento delle strutture, rinforzate da ampi ter­rapieni, che preludono al futuro fronte difensivo bastionato.

Questi nuovi pezzi, pesanti, possenti, portavano nomi di ori­gine, come ad esempio la Trevi­giana, la Bresciana, la Borgogno­na, la Namurese, la Basilea, l'Artois; nomi di committenti, come la Galeazzesca o la Fregosina; no­mi di donne, come Elena, Semi­ramide, la Giulia (realizzata da Alfonso I d'Este con il materiale di una statua di papa Giulio II), la Margherita arrabbiata (Dulle Griete) o nomi bizzarri, non di ra­do minacciosi, come: la Vipera, il Terremoto, il Gran diavolo, il Di­luvio o Non più parole.

La maggior parte delle località di produzione delle artiglierie era concentrata nel Belgio (Namur, Mons, Anversa, Malines, Dinant), nella Germania (Francoforte, Norimberga, Augusta) e nell'Italia settentrionale (Ferrara, Venezia, Brescia, Milano, Genova).

Per dare una misura della po­tenza crescente della bombarda basta citare alcuni dati relativi alla bombarda Dulle Griete (Margherita arrabbiata) di Gand nel Belgio del 1382. Dal peso di 15 tonnellate, con una lunghezza di 5 metri e un cali­bro di 640 mm, poteva lanciare palle di 340 chilogrammi fino ad un chilometro di distanza. Fa­moso per la sua imponenza è anche il Cannone dei Darda­nelli, in bronzo, posto nella Torre di Londra, dal peso di 17 tonnellate e dalla lunghezza complessiva di 6 metri che poteva lanciare palle da 500 kg fino a 1500 metri e lo Zar Puschka, conservato presso il Cremlino di Mosca, pesante 40 tonnellate con un calibro di 920 mm e una lunghezza di poco superiore ai 5 metri.

Altro pezzo di rilievo è il Mons Meg, costruito nel 1449 per Fi­lippo il Buono, duca di Borgogna, e donato nel 1457 al re di Scozia dal suo proprietario. I suoi dati più significativi sono: 6 tonnellate di peso, circa 4 metri di lunghezza, calibro di 480 mil­limetri e palla da 150 chilogram­mi. La bocca da fuoco, oggi custodita a Edimburgo, è costituita da 25 barre longitudinali dì ferro forgiato, serrate da 36 fasce/anelli calettati.

Chiaramente anche ì difensori delle fortezze sono obbligati a ri­spondere con il fuoco al fuoco de­gli assedianti. Ecco dunque na­scere nel 1400  la bombarda mor­taio, con le stesse caratteristiche costruttive della bombarda can­none, ma dal tiro molto curvo e con finì prevalentemente difensivi (4). Sempre dal Museo dell'Eser­cito francese possiamo ricavare alcuni dati caratteristici di base di una dì queste. Costituita da 18 verghe/doghe dì spessore inferio­re al centimetro, rinforzate da 10 anelli/fasce contigui di spessore variabile e con un congegno per regolare l'inclinazione, ha lun­ghezza dì 93 cm, peso dì 475 kg e poteva lanciare palle dì 27 kg. Parallelamente, si evidenzia la necessità dì accompagnare le truppe in battaglia: nasce così l'artiglieria da campagna, ovve­ro cannoni meno gravi e più corti di quelli da muro, che ac­compagnano e sostengono le truppe nei campi o nelle fazio­ni. In pratica ì progenitori dell'ar­tiglieria volante e dell'artiglieria semovente. Entrano quindi nella storia una lunga serie dì artiglierie leggere dai nomi più diversi e la cui classificazione sì rifà o al calibro o al peso della palla lanciata. Così, ol­tre ai cannoni, doppi e persino tripli, abbiamo il serpentino, artiglieria da 2 a 6 pollici (da 50 a 150 mm); la colubrina con calibri da 20 a 50 mm; il sagro, cannone da 17 calibri di lunghezza che lanciava palle da 8 a 12 libbre dì peso; il falcone, o mezzo sagro, che lanciava palle da 6-7 libbre; il falconetto, che tirava palle da 3-4 libbre, lo smeriglio che poteva scagliare palle da una libbra, ecc..

L'artiglieria da campagna avrà le sue prime giornate storiche nelle battaglie di Formìgny del 1450 e soprattutto nella battaglia dì Castìllon del 1453, ricordata come l'ultima battaglia della Guerra dei Cento Anni, dove oltre trecento cannoni francesi hanno fatto la differenza. Per Formìgny il cronista ci ri­corda compiaciuto che l'artiglie­ria mobile francese ha consentito dì «occire ces mechants archers anglois qui ont navré tant de bon chevaliers a Crecy, Poitiers ed Azincourt» (5).

Per l'artiglieria volante e semo­vente, dopo il famosissimo esem­pio agli inizi del 1400 dell'arti­glieria portata su carrette da par­te delle truppe dì Jan Zizka di Trocnow, durante le guerre dì re­ligione hussìte in Boemia, abbia­mo in Italia, nel 1467, il caso del­la battaglia della Molinella dove Bartolomeo Colleoni, Capitano Generale della Serenissima, im­piega per la prima volta, contro Federico III dì Montefeltro, bombarde e spingarde montate su carretti al seguìto delle fanterie.

È chiaro che, con l'aumento delle portate e dei calibri e so­prattutto con la progressiva effi­cienza combustiva della polvere, i vecchi cannoni forgiati divengo­no vieppiù inadeguati alle esigen­ze. La accresciuta violenza dell'e­splosione diviene progressiva­mente insostenibile per cannoni costituiti da doghe dì metallo as­semblate più o meno efficiente­mente e solo nel corso del 1500 la scoperta del processo dì fusione del ferro consente dì passare alla fabbricazione dì cannoni in ferro in una unica colata.

Due notazioni infine sui mate­riali utilizzati per la fabbricazio­ne delle artiglierie. Abbiamo vi­sto che inizialmente vengono impiegati essenzialmente il fer­ro e il bronzo, con una decisa prevalenza del secondo, perlo­meno agli inizi. Sebbene il bron­zo fosse decisamente più costo­so, a causa della necessità dì im­piegare il rame, minerale all'e­poca non facilmente reperibile, il suo processo di lavorazione era sicuramente più semplice ed efficace, in quanto sì avvaleva dì procedimenti costruttivi analo­ghi a quelli per le campane e cioè veniva colato in stampi pre­disposti dove rimaneva sino al suo completo raffreddamento. Il ferro invece, anche se indubbia­mente molto più economico e facilmente reperibile, aveva co­me significativo inconveniente la necessità dì una lunga opera dì fucinatura. Sta di fatto che i cannoni in bronzo, per il loro ri­levante valore, entrarono a far parte del tesoro pubblico di molte Nazioni, dove venivano registrati con ì dati del loro pe­so. Tale prassi rimase in vigore fino al 1500, allorché il progres­so tecnologico, consentendo soddisfacenti risultati nel pro­cesso di fusione del ferro, deter­minerà la produzione di canno­ni in ferro più economici e dal costo complessivo di 1/5 di quel­li in bronzo, a parità di calibro. Il netto miglioramento del pro­cesso di fusione del ferro è da ascrivere, nella prima metà del 1500, soprattutto all'Inghilterra, dove il re Enrico VIII (1509 ­ - 1547), pressato da esigenze mili­tari ma soprattutto da problemi economici, opera una decisa spinta in tal senso. Di fatto, nel 1545, William Levett, parroco inglese del Sussex, regione bri­tannica ricca di ferro, ottiene il primo riuscito esperimento di produzione di cannoni in ferro colato (in realtà si trattava di un prodotto simile alla ghisa, per la notevole presenza di fosforo nel minerale ferroso) e in tal modo inaugura un ulteriore capitolo della storia dell'artiglieria.

Prima di concludere sembra opportuno spendere due parole sull'impatto della comparsa delle bocche da fuoco sull'immagina­rio collettivo dell'epoca. L'arti­glieria, a differenza della netta presa di posizione assunta con­tro l'uso della balestra, non sarà oggetto di uno specifico anate­ma ufficiale religioso, a parte la decisa posizione contraria di Ruggero Bacone. La Chiesa, avendo già precedentemente e pesantemente fallito nella sua azione di interdire l'uso della ba­lestra, si mostra nel caso specifi­co molto più prudente, anche se il nuovo ingegno, con il suo ru­more di tuono ed il demoniaco odore dello zolfo, avrebbe potu­to costituire un serio pericolo per l'anima degli utilizzatori.

A livello intellettuale non poche riserve però rimarranno nel corso dei secoli. La comparsa dell'arti­glieria modifica irreversibilmente la forma dei combattimenti e seppellisce definitivamente e con molti rimpianti l'ideale cavallere­sco del Medio Evo. L'onore e la gloria ora non si sorreggono più sulla punta di una lama e sul va­lore personale del corpo a corpo e la subdola astuzia di un sem­plice colpo di archibugio o di una colubrina determina la fine di tutto un mondo.

Bayard, il famoso cavaliere senza macchia e senza paura, del cui ideale il Don Chisciotte di Cervantes sarà l'ultima espressio­ne, ne era ben conscio quando, nel disperato tentativo di salvare un'era, faceva appendere tutti gli archibugieri nemici catturati. Ma l'inesorabile nemesi storica de­terminerà la sua morte per mez­zo di una palla tirata da uno spa­gnolo sulla sua colonna vertebra­le. Anche il Petrarca lamenta nel De Remedis utriusque Fortunae l'eccessiva diffusione del tartareo instrumento e lo stesso Ariosto nell'Orlando Furioso imprecava contro le nuove macchine “...o  maledetto, o abominoso ordigno / che fabbricato nel tartareo fondo / fosti per mano di Belzebù maligno /che ruinar per te disegnò il mon­do / all'inferno onde uscisti, ti ra­signo ...”.

Francesco di Giorgio Martini, pur denunciando nel suo trattato di architettura civile e militare la «diabolica invenzione», reagirà in maniera più pacata e raziona­le, prendendo realisticamente at­to delle nuove esigenze, realiz­zerà con fertile ideazione, nuove e più efficaci rocche ed apprestamenti difensivi, assumendo, di fatto che, come natura non facit saltus, così non si possono met­tere indietro le lancette dell'oro­logio della storia e quindi del progresso. In conclusione l'artiglieria, nata nella prima metà del 1300 ed ini­zialmente attività per pochi ... ap­prendisti stregoni, giunge verso la fine del 1400 ad un suo defini­tivo consolidamento e, benefi­ciando quindi dei progressi tecni­ci del secolo seguente, verrà ad assumere nel Rinascimento quel­la forma e quella struttura che manterrà fino agli inizi del 1800. Gribeauval, Cavalli, insieme alla riscoperta del medievale carica­mento dalla culatta sono storia di ieri dell'artiglieria, le ultime tap­pe di una storia di oggi che dura ormai da 800 anni.

NOTE

(1) Letteralmente: «tubi da tuono».

(2) La parola batteria, effetto del bat­tere le mura o i ripari di un luogo for­tificato con le artiglierie, divenne col tempo il luogo dove sono disposte (riunione di più pezzi) le artiglierie, in atto di battere o bersagliare truppe e ripari.

(3) Per distinguerla dalla bombarda mortaio.

(4) D'altronde il sistema di carica­mento per la volata non avrebbe con­sentito un agevole puntamento e tiro in depressione dagli spalti di un castello, senza la inevitabile fuoriuscita della palla per gravità dalla bocca da fuoco.

(5) «Uccidere questi malvagi arcieri inglesi che hanno afflitto tanti buoni cavalieri a Crecy, Poitiers e Azincourt».

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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* Brigadier Generale, Comandante del Centro Addestramento e Sperimentazione Artiglieria Contraerei

L'apogeo di Bisanzio

L’APOGEO DI BISANZIO

Mille anni fa, il secolo della Dinastia dei Macedoni

(Pubblicato su Impero Romano d’Oriente dell’ottobre 2003)

Nata da una classica rivoluzione di palazzo, la dinastia dei macedoni è quella delle profonde riforme dell’impero bizantino, grazie alle quali l’impero torna ad essere una potenza degna della sua eredità romana.

Nessun’altra famiglia è stata mai tanto favorita dalla sorte e dalla benevolenza divina. Niente di più strano quando si pensi ai bagni di sangue che hanno caratterizzato la sua ascesa al potere a Bisanzio. Ciò nonostante l’albero della dinastia ha messo delle forti radici ed ha germogliato numerose talee, ciascuna all’origine di un frutto reale incomparabile in bellezza e splendore”.

 Con queste parole il cronista Psellos non ha mancato di mettere in evidenza il paradosso sul quale è fondata la dinastia dei macedoni. Infatti è assai difficile immaginare che, allorché Basilio 1° (811 – 886), detto a torto il Macedone[1], cinge il diadema imperiale macchiato dal sangue dell’imperatore Michele 3° detto l’Ubriaco (842 – 867), comincia un periodo di rinascita per l’impero.

Ma è proprio la dinastia[2] fondata da quest’uomo rude e zotico, ma estremamente intelligente, che ridarà all’impero, per tutto un secolo, i mezzi per ritrovare le sue ambizioni universali, ormai perdute dal regno di Giustiniano. Grazie alle sue riforme ed a quelle dei suoi successori, Bisanzio, per lungo tempo ostaggio degli Avari, degli Arabi o ancora degli Slavi, ridiviene una potenza mondiale di primo piano.

I fondatori

Il 23 settembre 867 Basilio 1°, già co – Imperatore, assassina nel corso di una cena sanguinosa, Michele 3°, al quale doveva per intero tutta la sua carriera.

Già dal momento della sua turbolenta ascesa al potere Basilio comincia a trarre immediatamente una prima preziosa lezione: quella dell’eccessivo indebolimento del potere centrale a Bisanzio. Uno dei suoi principali compiti sarà pertanto quello della riaffermazione dell’autorità del potere imperiale, incombenza alla quale si dedicherà con tenacia anche il suo successore e figlio, Leone 6° detto il Saggio o il Filosofo.

Questa “Renovatio imperii” sarà incentrata essenzialmente su una serie di elementi fondamentali: l’affermazione di una dinastia legittima, il pieno recupero del potere centrale dello stato e la restaurazione della potenza militare.

Il primo impegno è dunque quello di legittimare e rendere stabile la nuova dinastia. A tal fine Basilio, già dall’867, fa incoronare imperatori i suoi quattro figli, assicurando in tal modo, per ogni evenienza, la continuità della dinastia. Poi il potere tenta di entrare nelle grazie del popolo. Vengono fatte rapidamente circolare delle leggende, nelle quali Basilio è indicato come un eroe guerriero discendente da Costantino. Per meglio ottenere l’adesione popolare, Basilio sceglie un santo Patrono per la sua famiglia, Sant’Elia, che viene festeggiato in grande pompa ogni anno il 6 giugno. In questo modo la famiglia imperiale si costruisce progressivamente una evidente legittimità nello spirito popolare.

Il secondo atto della riforma dell’impero tocca la ricostruzione amministrativa. Basilio inizialmente ristabilisce il diritti del potere imperiale su quelli del Patriarca[3]. La lunga disputa iconoclasta aveva data alla Chiesa una influenza determinante a fronte di imperatori indeboliti nel loro potere. La potenza dei Patriarchi spesso superava quella del sovrano. In tal modo il Patriarca Photius o Fozio 1° (857 - 867 e 877 – 886) era uno dei personaggi chiave della disputa Roma - Bisanzio, ai tempi di Michele 3°.

In tale contesto, Basilio decide di scacciare Photius nel corso dello stesso 867, riaffermando in tale modo la supremazia del Palazzo sulla Chiesa. E per dimostrare che la Chiesa non poteva più esimersi da questa nuova situazione, suo figlio Leone 6° fa nominare suo fratello, Stefano Syncello, Patriarca di Bisanzio nell’886 (sino all’893).

Sul piano amministrativo Basilio lotta contro i potentati locali che sono cresciuti un po’ dappertutto nell’Impero. Egli ricostruisce una struttura piramidale nell’amministrazione e questo sforzo di centralizzazione dell’amministrazione sarà portato a termine da suo figlio Leone 6°, che nel 902, riorganizza i Thémata (Temi)[4], ovvero le province militari dell’Impero.

Parallelamente Basilio e Leone rifondano per intero il diritto bizantino. Il Procheiron emanato nell’870 da Basilio e soprattutto le “Basilikà”, una serie di leggi imperiali, promulgate da Leone 6°, ammodernano, rendendolo concreto, il vecchio codice giustinianeo. Questa riforma giuridica non è certamente un fatto secondario. Essa mostra evidente la volontà della famiglia dei Macedoni di presentarsi come eredi dell’imperatore Giustiniano, l’imperatore che occupa ancora un posto di rilievo nell’immaginario collettivo di Bisanzio.

Ed è proprio la stessa volontà che guida Basilio nelle sue campagne militari in Italia. Questa è l’ultima pietra dell’opera dei primi macedoni: ridare al paese le sue ambizioni universali, cosa che contribuirebbe non poco alla affermazione ed alla legittimazione della dinastia. Approfittando in particolare modo della debolezza dei Carolingi, Basilio conquista, a partire dall’870, tutto il sud dell’Italia. Bisanzio rimette piede stabilmente in tal modo nella penisola italiana e può nuovamente cominciare a sognare in un allargamento ad occidente, tre secoli dopo Giustiniano.

Leone 6° non verrà però a beneficiare delle favorevoli condizioni geopolitiche incontrate da suo padre e l’esercito bizantino sarà costretto a ripiegare un po’ dovunque. L’Impero deve pagare un tributo ai Bulgari nell’894, l’ultimo possedimento siciliano, Taormina, cade nel 904 e la flotta viene distrutta a Chio nel 912 dai pirati arabi.

Ciò nondimeno Leone riuscirà durante questi difficili anni a riformare l’esercito ed a rendere più efficace la sua organizzazione. Vengono creati nuovi Temi nelle zone di frontiera più difficili ed il numero di soldati di guarnigione in ciascun tema viene reso più adeguato e soprattutto più flessibile alle esigenze di difesa.

La più piccola unità del Tema, la Drungoi o Drungae[5] (circa 1000 uomini), viene suddivisa in bande di 200 uomini. In tal modo è possibile rinforzare un qualsiasi punto delle frontiera movendo delle bande, senza sguarnire il settore impoverito. Leone 6° rinvigorisce le attività di addestramento nell’esercito specialmente quella degli arcieri. Ma la sua preoccupazione è la cavalleria che rinforza in ogni modo. Vengono create in tale quadro delle piccole unità montate, meglio armate e soprattutto più mobili. Durante il suo regno la Cavalleria dei Temi raggiunge la cifra di 6 mila effettivi. Infine, proseguendo il lavoro del genitore che aveva riorganizzato il comando della flotta, Leone costituisce un gruppo navale d’elite di 1000 uomini nell’ambito della ammiraglia imperiale. Egli favorisce in particolare l’utilizzazione del fuoco greco[6] nell’ambito della flotta bizantina.

Infine in materia di arte militare Leone 6° risulta persino l’autore di un manuale di tattica (Taktica) che farà scuola per tutto il 10° secolo, che ha come idea base la flessibilità dello strumento militare. Leone vi descrive a grandi linee la strategia dei nemici di Bisanzio (esame del nemico), per “poterla impiegare ed anche per perfezionarla”. La conoscenza delle tattiche utilizzate dal nemico sarà in effetti la chiave dei successi futuri di Bisanzio.

Alla fine del regno di Leone la famiglia dei Macedoni sembra ormai solidamente ancorata al potere. Ma questo legame col potere si basa_______________________________________________________________________________________________________________________________ su una volontà forte di rialzare le sorti dell’impero e di arrestare un declino che, dopo l’imperatore Eraclio (nato nel 575 ed imperatore dal 610 al 641), sembrava irreversibile.

I quasi 50 anni di riforme rischiano però di essere messi in discussione dalle fondamenta da una terribile crisi.

La crisi dell’Impero e la sua rinascita.

Alla morte dei Leone 6° nel 912, la dinastia risulta all’improvviso indebolita da una crisi di successione. L’unico figlio dell’imperatore defunto, Costantino 7° (905 – 959) Porfirogenito[7], ha appena 7 anni ed è il frutto del terzo matrimonio del Basileus[8], peraltro non riconosciuto dalla Chiesa. Gli oppositori delle riforme, guidati dal Patriarca Nicola 1° (901 – 907 e 912 – 925), un discepolo di Photius, riesce a prendere il sopravvento ed ad imporre sul trono il fratello di Leone, Alessandro 3° (870 – 913), un uomo noto per la sua debolezza di spirito. Successivamente un anno più tardi, dopo la morte di Alessandro, Nicola accetta di riconoscere la legittimità di Costantino, a condizione che venga nominato Capo del Consiglio di Reggenza. Nello stesso tempo il partito anti riforme, o se si vuole patriarcale, cerca di smantellare metodicamente le riforme adottate da Basilio e da Leone.

A questo punto entra nella scena Simeone, il Khan[9] dei Bulgari (893 – 927), che, tenuto conto della debolezza dell’Impero, considera arrivato il momento propizio per impossessarsi di Bisanzio. Qualche settimana dopo la morte di Alessandro, Simeone assedia Costantinopoli. La potenza bulgara è tale che il Patriarca Nicola accetta di incoronare Simeone co - Imperatore e gli arriva persino a promettere la mano della sorella di Costantino. Per il patriarca questa è l’occasione per indebolire definitivamente la dinastia dei Macedoni e per Simeone, cresciuto come ostaggio a Bisanzio, la possibilità di coronare il sogno di un impero universale greco - bulgaro.

Ma il popolo di Costantinopoli non è assolutamente d’accordo con questa soluzione. Formato all’idea della legittimità della dinastia macedone, la gente della strada si solleva non appena Simeone si allontana dalla città. Nicola, a sua volta, è costretto ad abbandonare la capitale e la madre di Costantino, Zoé Zautsina (nata intorno all’880), si impadronisce del potere. Ma la donna non può resistere alla pressione bulgara che con Simeone annienta la flotta bizantina e nel 917 distrugge ad Anchialos l’esercito imperiale. Anche Zoé si vede costretta a lasciare il potere. Nella nuova crisi che si apre alla rinuncia di Zoé, sotto la grave minaccia dei Bulgari, entrano in scena le Forze Armate, chiamate dalla stessa Zoé, con la figura di Romano Lecaperius o Lecapeno (870 – 944), Drungario[10] di Marina. Costui diviene a questo punto l’uomo forte dell’impero. La differenza sta nel fatto che il “Putsch” di Lecapeno nel 918 non ha alcuna somiglianza con quello di Basilio nell’867. Le sommosse di Bisanzio del 913 avevano chiaramente mostrato che lo spirito legittimista del popolo non gli avrebbe consentito di creare una nuova dinastia. Egli sceglie dunque la soluzione di essere il garante della dinastia macedone ed il protettore di Costantino 7°.

Ma egli è parimenti convinto che le sconfitte dell’impero di fronte ai Bulgari sono la conseguenza e l’effetto della debolezza del potere centrale. In tale contesto anche lui vuole essere imperatore per riprendere in mano gli affari dello stato. Incoronato nel 920, Romano 1°[11] lascerà tuttavia la preminenza ufficiale a Costantino 7°, una cosa insolita se fosse successa appena 50 anni prima dove il giovane sarebbe stato inevitabilmente destituito ed ucciso. Da questi eventi la dinastia esce rinforzata dalla crisi e Lecapeno può ormai guardare con una certa ironia le pretese dello Zar dei Bulgari che a suo dire, “volendo, potrebbe assumere anche il titolo di Califfo !!!  Ma di fatto questo titolo, come quello di Basileus, sarebbe semplicemente usurpato e non conterebbe nulla !

Sotto il regno di Romano 1° non solo le riforme vengono consolidate ma potranno anche esserne raccolti i frutti nel campo militare. Il vecchio ammiraglio riesce a restaurare l’unione nell’impero. A partire dal 920 ottiene la legittimazione di Costantino 7° a seguito di un accordo con il partito del Patriarca Nicola, ma tale tipo di pratica viene decisamente esclusa per l’avvenire. La riconciliazione della dinastia con la Chiesa avviene tutta a vantaggio dell’imperatore che riesce a conservare l’essenziale di tutto il potere conquistato con Basilio 1°. Allo stesso tempo il vecchio militare ottiene la piena fedeltà dell’esercito al regime e persino l’appoggio delle vecchie famiglie aristocratiche conservatrici, sin qui ostili alla dinastia macedone. E’ così che lo stratega Giovanni Kurkuas o Curcuas[12], rampollo di uno dei clan più conservatori ed ostili alle riforme, potrà diventare uno dei più brillanti generali dell’esercito bizantino. In poco tempo, a seguito di questa pace ritrovata, le casse dello stato cominciano nuovamente a riempirsi e l’esercito ritorna ad essere nuovamente efficace.

Il primo sussulto positivo dei bizantini ha luogo nel 924. Ancora una volta lo zar Simeone viene ad assediare la capitale dell’impero, ma questa volta non trova  di fronte una città impaurita e lacerata dalle divisioni interne come undici anni prima. Non solo gli assalti bulgari non hanno esito ma addirittura Bisanzio, fomentando con l’oro, una rivolta dei Serbi, può anche passare al contrattacco. Lo Zar deve togliere il campo, mentre Romano 1° scatena contro i Bulgari tutti i nemici possibili: I Peceneghi,[13] gli Ungheresi, i Croati. Ed è proprio il Re croato Tomislav (910 - 928), che nel 926 annienterà l’esercito di Simeone, il quale riuscirà a sopravvivere solo un anno a questa cocente sconfitta. Il figlio di Simeone, Pietro (927 – 969), che eredita dal padre un regno spossato e mal difeso, è costretto a firmare la pace con Bisanzio nel 927, sposando Maria Lecapena, nipote di Romano 1° ed aprendo nuovamente il suo paese all’influenza dei greci, che per quasi 50 anni gestiranno sulla Bulgaria un quasi protettorato.

Risolto il problema dei Bulgari,arriva il momento di passare all’azione in Oriente, contro i molteplici emirati, generati dal Califfato abbasside di Bagdad, che continuano a tormentare le frontiere dell’Asia Minore. Questo sarà il compito di Giovanni Kurkuas. Quest’ultimo conduce una offensiva nell’Alta Mesopotamia e riesce a conquistare Edessa nel 944. La conquista di questa città, dove si trova il San Mandylion[14], scatena una gioia immensa a Costantinopoli ed il generale vittorioso può, per questo, sfilare in trionfo a Bisanzio, esibendo il prezioso trofeo.

Per la prima volta dopo il 7° secolo l’Impero non è più una preda, ma ritorna ad essere conquistatore. Tanto è vero che nel 941, i Vareghi[15], (Vichinghi scandinavi stanziati in Ucraina), nel tentativo di ripetere il saccheggio effettuato a Bisanzio già nel 903, subiranno una durissima sconfitta, perdendo le loro navi, distrutte dal fuoco greco ed i sopravvissuti della spedizione accetteranno persino di mettersi al servizio dell’impero. Ma, nonostante tutto, Romano Lecapeno viene detronizzato per istigazione di Costantino 7°, nel 944, dai suoi stessi figli, Stefano e Costantino[16] e morirà quattro anni dopo in un convento nell’isola di Proti o Proté.

L’ascesa dell’aristocrazia

Questa serie di successi militari viene purtroppo a modificare considerevolmente la società bizantina e progressivamente lo stesso successo delle riforme viene a minacciare la sua continuità. In effetti, le conquiste militari e l’aumento degli effettivi dell’esercito vengono a rinforzare notevolmente la potenza delle famiglie provenienti dall’Anatolia. Quest’ultime, che sono effettivamente alla testa dell’esercito, prendono possesso delle terre conquistate, ma soprattutto acquisiscono a buon prezzo gli appezzamenti dei piccoli contadini partiti per la guerra. Questi ultimi, in effetti, lavorano spesso delle terre militari, concesse dallo stato in cambio del loro servizio militare. Con la moltiplicazione dei conflitti in contadini impoveriscono e devono vendere i loro appezzamenti ai grandi proprietari per poter continuare a vivere. Il regno di Romano 1° Lecapeno evidenzia pertanto il fenomeno dell’arricchimento di queste famiglie latifondiarie. Una evoluzione che non lascia tranquillo l’imperatore che, nel 922 e poi nel 934, vieta la vendita per due volte delle terre militari. Costantino 7° sarà forzato ad emettere lo stesso editto nel 944, senza che gli effetti sperati si materializzino. Questo perché l’aristocrazia fondiaria si infiltra col denaro nel “palazzo” e si impadronisce rapidamente del potere reale nella capitale. Costantino 7°, che regna da solo a partire dal 944 e suo figlio, Romano 2° (939 – 963; associato al potere dal 948), non sono purtroppo degli uomini di potere. Il primo un fine letterato[17], preferisce la sua biblioteca alla sala del trono, mentre il secondo passa gran parte del suo tempo con le sue concubine. Effettivamente la legittimità dinastica non viene rimessa in causa: i figli del Lecapeno, che tenteranno invano di rovesciare Costantino 7° nel 944, ne faranno una amara esperienza[18]. Ma a poco a poco il potere scivola nelle mani delle grandi famiglie della aristocrazia anatolica ed in particolare in quella della più prestigiosa di esse: i Focas. In tal modo quasi naturalmente, alla morte di Romano 2° nel 963, il gran generale Niceforo Focas (912 – 969), fresco di gloria per la conquista di Creta nel 961, sposato con una donna della famiglia imperiale, si fa proclamare imperatore e tutore dei due figli in tenera età del defunto sovrano.  Potrebbe essere la fine di tutto l’edificio riformatore costruito da Basilio e Leone. Niceforo in effetti vorrebbe seguire una politica più favorevole ai potentati locali, ma si deve scontrare ad un grande numero di oppositori, fra cui la Chiesa e lo stesso esercito. Anche le altre grandi famiglie latinfondiarie giudicano negativamente la presa di potere ad esclusivo beneficio dei Focas e considerano esiziale la rimessa in discussione delle riforme, sia per l’Impero, sia per la sua difesa. In tale contesto un gruppo di militari rovescia nel 969 Niceforo, assassinandolo, con l’appoggio degli abitanti della capitale, da sempre favorevoli alla causa delle riforme. Il loro capo, un altro grande generale, Giovanni Tzimices o Zimisce (925 – 976), assume a sua volta il diadema imperiale[19]. Con lui l’unione fra il Palazzo, l’esercito ed il popolo sembra ristabilita.

Nonostante queste tensioni interne, l’impero conserva una forte unità politica ed un esercito temibile. Niceforo, sebbene misero come imperatore, è un generale fuori dal comune. Anche egli è l’autore di un trattato di arte militare e rinforza l’esercito con un corpo d’elite, il Tagmata[20]. Soprattutto acquisisce per Bisanzio il controllo del Mediterraneo orientale e nel 968 ottiene la conquista di Antiochia, la sede storica di uno dei quattro antichi Patriarcati d’Oriente. L’impero bizantino diviene nuovamente ed incontestabilmente la prima potenza del Medio Oriente. Tale posizione viene ulteriormente rinforzata da Giovanni 1° Tzimices che, nel 972, consolida anche le posizioni bizantine ad ovest. Egli riesce a distruggere nel 970 sul Danubio l’esercito del Principe Sviatoslav di Kiev[21]. La Bulgaria dall’Adriatico alle bocche del Danubio viene annessa ed il Principato di Kiev diviene a sua volta un quasi protettorato. Allo stesso tempo, in Italia, le truppe bizantine respingono gli attacchi di Ottone 2°, imperatore di Germania. Un trattato viene infine firmato con quest’ultimo, che conferma a Bisanzio il possesso del sud della penisola.

Tra l’altro Ottone 2°, nel 972, accetta di sposarsi con Teofane, una principessa bizantina, donna che porterà l’influenza bizantina sin nella lontana Aquisgrana. Infine Giovanni Tzimices nel 976 sembra sul punto di realizzare il sogno di ogni impero. Infatti sferra un attacco in direzione della Terra Santa, ma muore di tifo nel 975, a qualche chilometro da Gerusalemme, dopo aver preso Damasco, Nazareth, Baalbek, Beirut, Acri e Sidone. Alla sua morte subentra a pieno titolo Basilio 2° (958 – 1025), il Bulgaroctono (massacratore di Bulgari), che nel primo periodo, sotto tutela del prozio Basilio, dovrà vedersela con i figli di Niceforo Focas (Sclero e Bardas), sconfitti definitivamente nel 989.

Conclusione

La fase finale della dinastia Macedone sarà marcata da una accentuata instabilità e dalla morte di Basilio 2° (l’ultimo vero grande Basileus della stirpe armeno macedone), fino al suo crollo definitivo, nel 1057, si succederanno sul trono, in 27 anni, ben sette successori, per la gran parte illegittimi o usurpatori[22], con l’intermezzo della funesta reggenza di due sorelle basilisse[23] Zoe[24] (978 – 1050) e Teodora[25] (980 – 1056). Un periodo veramente oscuro, di grave instabilità politica, segnato da un valzer continuo di congiure di palazzo e dominato nell’ombra, dai maneggi delle grandi famiglie dei proprietari terrieri e, nella parte finale del periodo, da quelli di un personaggio colto ed intrigante “ante litteram”, quale il filosofo Michele Psellos (1018 – 1080). La dinastia termina ingloriosamente con l’intervento del generale Isacco Commeno (1057 – 1059), che depone l’ultimo Basileus (di adozione), Michele Strationico, per manifesta incapacità. Nonostante quest’ultimo periodo di crisi, temperato dall’opera efficace di numerosi e valorosi generali, fra i quali spicca Georghios Maniakis (Giorgio Maniace) (+ 1043) e Catacalone Cacaumeno, il bilancio del secolo di riforme, iniziato da Basilio 1°, è decisamente positivo. Superata la crisi bulgara l’impero bizantino si è ridato nuovamente i mezzi per rincorrere la sua duplice missione/ambizione universale romana e cristiana, mentre l’ascesa e la crescente potenza dell’aristocrazia terriera cominciava a mettere in pericolo tutta la sua struttura. Le ambizioni dei cosiddetti “Grandi terrieri”, nonostante i plurimi provvedimenti degli imperatori della dinastia dei Macedoni, saranno purtroppo nuovamente favorite nel periodo successivo. Anche se la personalità eccezionale di Basilio 2° consentirà di mantenere a freno, almeno fino al 1025, le pretese aristocratiche, la fase centrale dell’11° secolo di Bisanzio sarà caratterizzata dalle esiziali lotte fra i nobili. Queste porteranno inevitabilmente alla catastrofe di Mantzikert (Manziscerta) del 1071, sconfitta che aprirà definitivamente le porte dell’Anatolia ai Turchi. A questo punto Bisanzio dovrà prendere atto del crollo definitivo anche delle ultime speranze e dei sogni di grande potenza, tanto tenacemente perseguiti dalla dinastia dei Macedoni.

BIBLIOGRAFIA

Brehier L.       Le Monde Byzantin (3 volumi)              Albin Michel, Parigi      1970

Costantino Porfirogenito De Administrando Imperio  Dumbarton Oak Wash. 1967

Dragon G.        Imperatore e Prete                             Gallimard, Parigi          1996

Jenkins R.       Byzantium, The Imperial centuries    Un. Press, Toronto         1966

Norwick J.J.   Byzantium, The Apogee                       Knopf,    New York       1992

ELENCO DEGLIIMPERATORI DELLA DINASTIA DEI MACEDONI

  • Basilio I il Macedone (867-886) (-886, al governo 867 - 886)
  • Leone VI il Saggio (886-912) (866-912, al governo 886 - 912)
  • Alessandro 3° (912-913) (870-913, al governo 912 - 913)
  • Costantino VII Porfirogenito (913-959) (905-[959]], al governo 913 - 959)
  • Romano I Lecapeno (919-944) associato al trono (870-948, al governo 919 - 944)
  • Romano II (959-963) (939-[[963], al governo 959 - 963)
  • Niceforo II Foca (963-969) (912-969, al governo 963 - 969)
  • Giovanni I Zimisce (969-976) (925-976, al governo 969 - 976)
  • Basilio II il Bulgaroctono (963-1025) (958-1025, al governo 976 - 1025)
  • Costantino VIII (1025-1028) (960-1028, al governo 1025 - 1028)
  • Romano III Argiro (1028-1034) (968-1034, al governo 1028 - 1034)
  • Michele IV Paflagonico (1034-1041) (1010-1041, al governo 1034 - 1041)
  • Michele V il Calafato (1041-1042) (1015-1042, al governo 1041 - 1042)
  • Zoe e Teodora (1042) (978-1050, reggente 1028 - 1050)
  • Costantino IX Monomaco (1042-1055) (1000-1054, al governo 1042 - 1054
  • Teodora (1055-1056) ancora (980-1056, al governo 1054 - 1056)
  • Michele VI lo Stratiotico (1056-1057)

 

[1] Nato nella Bulgaria attuale, era in realtà figlio di un contadino armeno, deportato all’inizio del 9° secolo nei Balcani, nel quadro di un ripopolamento forzoso delle frontiere dell’impero a fini di difesa. Basilio parlava male il greco e si esprimeva perfettamente solo in Armeno. Animato da una ambizione straordinaria, possedeva una forza straordinaria ed era abilissimo nel maneggiare i cavalli. Ammesso a corte a 22 anni diviene il confidente di Michele 3°, per il quale esegue qualsiasi incarico (anche l’assassinio del prefetto di Palazzo, Bardas nell’866) e quindi dalla posizione di co - Imperatore, arriva nell’867 al potere, assassinando Michele 3°.

[2] Imperatori : Basilio 1° (867 - 886); Leone 6° (886 - 912); Alessandro (912 - 913); Costantino 7° Porfirogenito (913 - 959); Romano 2° (959 - 963); Basilio 2° (963 - 1025);  Costantino 8° (1025 - 28); Romano 3° Argiro (1028 - 34); Michele 4° Paflagonico (1034 - 41);  Zoe (reggente 1028 - 50); Costantino 9° Monomaco (1041 - 54); Teodora (reggente 1050 - 56);  Michele 6° Stratiotico (1056 - 57).

Co – Imp.: Romano 1° Lecapeno (920 - 44); Niceforo 1° Focas (963 - 69); Giovanni 1° Zimisce (969 - 76)..

[3] Arcivescovo che esercita una autorità spirituale superiore a quella dei suoi pari; in Oriente esistevano quattro Patriarchi: Antiochia, Alessandria, Gerusalemme e Costantinopoli; mentre ce ne era uno in Occidente: Aquileia, sede che sarà poi portata a Venezia. Dopo il 381 il patriarca di Costantinopoli sarà riconosciuto allo stesso livello di Roma.

[4] Province militari di frontiera retti da Domestikos e quindi da Strategos, con il titolo di Duca (Doux), istituite nel 7° secolo da Eraclio per difendere il confine. La loro importanza ed il loro numero si accrescerà progressivamente. Sotto Leone 6° essi diventano le strutture essenziali dell’amministrazione bizantina e sono controllate da un unico governatore civile e militare, articolate in Drungas, rette da Drungari.

[5]  Tre Drungae facevano un Turnai e tre Turnai costituivano generalmente un Tema.

[6] Un’arma temibile costituito da liquido a base di nafta misto a pece, inventato alla fine del 7° secolo, al quale si dava fuoco.

[7] Titolo portato dai figli nati nella Porphyra (la camera di porpora) del Gran Palazzo. Denota, a partire dal 9° secolo, il carattere sacro e la legittimità dinastica di una persona.

[8]  In greco Re. Titolo portato a partire dagli inizi del 7° secolo dagli imperatori bizantini, che da allora avevano abbandonato il titolo romano di imperatore  e di Autokrator e Kosmokrator: Simeone era figlio di Boris 1°

[9] Titolo portato da capi delle tribù turco mongole, fino al Re Simeone, che si proclamerà nel 920 Tzar (Cesare, imperatore) dei Bulgari

[10] Drungarios di Marina o più tardi  Mega (Gran) Drungario o Talassocrate: Ammiraglio, Comandante della flotta. Il Lecapeno, armeno di origini, aveva sposato Elena (907 - 961), la sorella di Costantino 7°.

[11] Romano in realtà assunse il titolo di Basilopator, (padre dell’imperatore), quando divenne co- reggente: Nella gerarchia bizantina esiste dal 1200 il titolo di Despota, secondo solo all’Imperatore con responsabilità territoriali

[12] Generale colto ed abile secondo Belisario

[13] Popolo di origine turca installato dal 9° e 10° secolo a nord ovest del Mar Nero, le attuali Ucraina e Romania.

[14] L’immagine ritenuta autentica del Cristo. Volto Santo che, secondo la leggenda lo stesso Cristo, l’avrebbe inviato al Re Abgar 5°, che regnava ad Edessa. Riportata a Bisanzio, questa icona acheiropoieta (Acheropita: cioè non fatta dalla mano dell’uomo) era venerata nella sacrestia del Palazzo Reale. Oggi si trova a Genova nella chiesa di S. Bartolomeo degli Armeni.

[15] Popolazione di origine scandinava che nel 9° secolo conquista le terre abitate dagli Slavi fra il Baltico ed il Mar Nero, creandovi degli stati potenti il più celebre dei quali è il Principato di Kiev.

[16] Un altro figlio Teofilatto, nel 933, era diventato Patriarca di Bisanzio al posto di Trifone

[17] E’ autore di:  Libro dei Themi, L'amministrazione dell'Impero, Il libro delle cerimonie.

[18] Rasati, costretti a diventare monaci ed inviati in esilio.

[19] Zimisce, chiamato in aiuto a Costantinopoli dall'Imperatrice Teofania; una volta salito al trono, richiama i vescovi che erano stati esiliati dal suo predecessore per non aver gradito l'idea di dichiarare martiri i soldati morti in guerra, ma allo stesso tempo toglie le rendite assegnate a chiese e monasteri, e si arroga il diritto di scegliere personalmente i vescovi.

[20] Corpo d’elite in guarnigione a Costantinopoli, costituito da mercenari slavi o normanni e vareghi, incaricato della difesa dell’imperatore ed impiegato in operazioni offensive di conquista, Diverso dalle forze regionali (Tematiche) il Tagmata era suddiviso in tre Meros, ciascuno di dieci Tagma di 300 uomini circa.

[21] figlio di Igor di Rurik e di Olga (diventata poi Elena alla conversione al cattolicesimo) regna dal 962 al 979.

[22] a parte Costantino 8°, fratello di Basilio 2°; usurpatori Giorgio Maniace (1043) e Leone Turnicio  (1047).

[23] Femminile di Basileus. Altre cariche bizantine erano, Cesare, Sebastocrator (sebastos + autocrator = parente dell’imperatore) e quelli di  Pan (tutto), Hyper (super) e Proto (primo) Sebastos (Augusto) e Kosmokrator.

[24] Figlia di Costantino 8°, sposa Romano 3° Argiro che fa uccidere e quindi, nel 1034, Michele 4° Paflagone. Adotta quindi Michele 5° Calafato, nipote ex uxore, che divenuto Basileus nel 1041, cerca senza fortuna di eliminare Zoe, venendo accecato ed esiliato nel 1042. Zoe sposa quindi Costantino 9° Monomaco.

[25] Figlia di Costantino 8°, co - reggente nel 1042 insieme alla sorella Zoe e reggente dal 1055 al 1056. Adotta Michele 6° Strationico 

Le prime tre Crociate, ovvero il preambolo al 1204

Le prime tre Crociate,

ovvero il preambolo al 1204

(Pubblicato su Impero Bizantino di ottobre 2003)

 

Vero scontro fra civiltà musulmana ed occidentale, le crociate mettono anche in evidenza il profondo fossato ideologico esistente fra i valori dei Cristiani d'Occidente e quelli d'Oriente.

Linvito di Papa Urbano ai Cristiani alla crociata contro i mussulmani per la Liberazione del Santo Sepolcro ha provocato nell’Europa Occidentale una reazione ed una partecipazione certamente fuori del comune e, anche se molti studi hanno cercato di analizzare le condizioni sociali, economiche e spirituali della società dell’epoca, per poterne esplicitare le ragioni profonde di un tal evento, in concreto risulta impossibile spiegare compiutamente il le ragioni profonde di tale fenomeno.

All’indomani dell’invito di Clermont Ferrand, ben quattro eserciti furono creati per andare a scacciare gli “Infedeli” dai Luoghi Santi. Prima di tutti quello di Raimondo di S. Gilles a Tolosa, poi quello dei Fiamminghi e dei Renani della Bassa Lotaringia, al comando di Goffredo di Buglione; quello dei signori franchi guidato da Ugo di Vermandois ed infine quello composto dai Normanni dell’Italia del Sud e di Sicilia, capitanato da Beomondo di Taranto e da suo nipote Tancredi.

Oltre a questi eserciti regolari, dei quali alcuni signori della guerra, specie i Normanni, erano mossi dal desiderio di crearsi dei veri stati sovrani in Oriente, si mobilita anche un vero e proprio esercito popolare eterogeneo che, nella primavera del 1096, si mette in movimento, sotto l’azione di Pietro l’Eremita

Un esercito di mendicanti senza capi

Certamente la marcia di questi crociati non avviene senza danni collaterali, tenuto conto del fatto che era molto difficile tenere sotto controllo una massa così imponente e che soprattutto occorreva un sostegno logistico considerevole, anche solo dal punto di vista del semplice rifornimento di viveri. In tali condizioni l’avanzata di questa moltitudine risulta costellata da numerosi eccessi. Gli esecrabili massacri d’ebrei in Renania, i saccheggi in Ungheria e nell’Impero bizantino sono fra gli episodi che hanno fatto storia ed hanno marcato l’immaginario collettivo di chi li ha subiti. Un tale comportamento contro gli Ebrei potrebbe trovare una spiegazione anche alla luce delle logiche della società dell’epoca: gli Ebrei sono, in effetti, i responsabili della Morte di Cristo ed il tema del popolo ebreo deicida era, infatti, un argomento molto forte nella Chiesa Cattolica del tempo. D’altronde la crociata aveva sollevato un tal entusiasmo contro gli Infedeli che il primo infedele da eliminare non doveva necessariamente trovarsi a Gerusalemme …. In tale contesto il Giudaismo viene a pagare un forte tributo alla prima crociata, tanto che alcune comunità ebraiche furono portate a considerare queste vere e proprie persecuzioni come i dolori del parto dell’atteso Messia. Questi movimenti messianici orientali, giudei ed essenzialmente bizantini poi, dopo la conquista di Gerusalemme, peraltro ben noti dai Cristiani, contribuiscono peraltro a rinforzare l’ardore dei Crociati. Di fatto i Crociati danno a questi movimenti un’interpretazione abbastanza sorprendente: se i Giudei annunciano il prossimo arrivo del loro Messia, questo dimostra che la Parusia[1] di Cristo è imminente e ne concludono che lo sforzo che stanno conducendo è doppiamente meritorio.

Quando la Crociata popolare arriva nell’autunno 1096 a Costantinopoli, l’Imperatore Alessio 1° Comneno è abbastanza preoccupato: a conoscenza delle esazioni e delle vessazioni contro i Giudei, dei saccheggi in Ungheria e nei territori dell’Impero, non riesce a comprendere il fenomeno e s’interroga sui motivi di un tale esodo. Indubbiamente il concetto di Crociata è una categoria di pensiero sconosciuta per la civiltà bizantina e le relazioni che questa intrattiene con il mondo mussulmano, inizialmente conflittuali, si sono trasformate con il tempo in rispetto reciproco fra Turchi, Arabi e Bizantini. Per converso i Cristiani d’Occidente sono considerati dai Bizantini come Barbari e piuttosto pericolosi per l’integrità dell’Impero.

Dopo qualche tempo Alessio 1° decide, su richiesta dei Crociati, di far passare la crociata popolare in Anatolia sulla riva asiatica del Bosforo, fornendo loro delle guide e dando persino dei buoni consigli per affrontare i Turchi. Malgrado ciò questa massa di indisciplinati nulla può contro l’esercito turco che infligge loro due duri rovesci; il resto delle forze sconfitte supplica quindi l’imperatore di poter rientrare in territorio bizantino: di fronte a quest’insuccesso, occorreva nel campo cristiano individuare, in qualche modo, un responsabile e dato che la Crociata era una impresa santa, Dio non poteva aver punito i suoi soldati. Ovviamente il male non poteva che provenire da Bizanzio, tanto più che è ben noto in Occidente che i Greci sono delle persone furbe, eretiche, degenerate e perfide.

Qualche tempo dopo, l’arrivo a Bisanzio degli eserciti regolari mette Alessio 1° in una posizione veramente scomoda e difficile: da un lato aveva bisogno di limitare al massimo le esazioni di queste nuove orde di barbari nel suo Impero, ma allo stesso tempo aveva anche l’insperata opportunità di impiegare questo temibile strumento contro i conquistatori turchi, divenuti sempre più minacciosi. Alla fine, dopo una lunga serie di laboriosi negoziati, i baroni franchi accettano di diventare vassalli dell’Imperatore, ad eccezione di Raimondo di S. Gilles e s’impegnano sia a restituire a Bisanzio tutti i territori dell’Anatolia, eventualmente riconquistati ai Turchi e prima appartenuti all’Impero, come anche di rimettere al potere bizantino anche le nuove terre conquistate.

 

La creazione dei principati di Edessa e di Antiochia

Non appena riuniti tutti gli eserciti a Costantinopoli, questi passano in Anatolia, conquistano Nicea e quindi iniziano una lunga e penosa marcia fino al Regno armeno di Cilicia. Questa dura prova viene ricompensata dall’arrivo in Cilicia dove gli Armeni, Cristiani Gregoriani[2], accolgono i Crociati come un’armata di liberazione: ma è solo a partire dall’attraversamento del Tauro, frontiera naturale fra l’Anatolia ed il Medio Oriente, che cominciano a trapelare nettamente le ambizioni personali dei vari comandanti crociati. In tale contesto Thoros, Principe Armeno di Edessa, decide di adottare Baldovino di Fiandra (Boulogne), allo scopo di assicurarsi un aiuto militare franco, indispensabile per la sopravvivenza del suo regno. Ma il tapino viene quasi subito dopo ucciso durante una sommossa e Baldovino gli succede al potere, diventando così Conte di Edessa; questi pacifica tutta la regione nel marzo 1098 e fonda in tal modo il primo stato latino d’Oriente.

A questi fatti segue il lungo assedio d’Antiochia, fra il 20 ottobre 1097 ed il giugno 1098. Di fronte ad una fortezza dalle dimensioni decisamente straordinarie per i Franchi d’Occidente, i Crociati iniziano un assedio, la cui strategia consiste nell’affamare la popolazione, fra la quale si trovano numerosi Armeni e Siriani Giacobiti[3]. Allo stesso tempo, un esercito di rinforzo mussulmano viene organizzato a Mossul, sotto il comando di Kerbogha, che raggiunge la città appena due giorni dopo la sua resa. In tale contesto i soldati di Cristo diventano da assedianti degli assediati e per risolvere rapidamente il problema decidono allora di attaccare le truppe di Kerbogha, che sbaragliano, aprendosi in tal modo la via di Gerusalemme.

Il periodo che segue la presa d’Antiochia è tratteggiato più dagli interessi personali che dai sentimenti religiosi, che si concentrano interamente sulla questione di sapere a quale barone franco apparterrà la città, appena conquistata.

Alla fine il normanno Beomondo di Taranto riesce a vincere la partita, facendo valere il fatto che, per la sua furbizia, egli è riuscito distogliere e deviare le truppe bizantine in altra direzione, impedendo loro di partecipare alla conquista della città.

In ogni caso Antiochia verrà per lungo tempo reclamata dall’Imperatore bizantino e rimarrà comunque un punto di dissenso fra i Franchi e Bisanzio.

 

La difficile conquista di Gerusalemme

Ma mentre i grandi sperano di ritagliarsi un regno in Oriente, gli umili si augurano di continuare il più presto possibile l’impresa ed un anno più tardi la spedizione riprende la marcia.

L’avanzata viene facilitate dal frazionamento dei regni della regione che non sono in grado di resistere alla potenza delle forze crociate. Passando per la valle dell’Oronte, i soldati di Cristo raggiungono il litorale del Monte Libano. Finalmente dopo numerose battaglie e sofferenze d’ogni sorta essi arrivano nel 1099 davanti a Gerusalemme.

Nel momento in cui l’obiettivo della spedizione sembra ormai a portata di mano, i Crociati ritrovano davanti a questa nuova fortezza gli stessi problemi incontrati durante l’assedio di Antiochia: carenza di macchine da guerra per assediare il nemico.

I Crociati decidono allora di fare penitenza e di attaccare il 13 giugno: ma il tentativo sarà un fallimento per mancanza di scale sufficienti consentire di salire sui bastioni delle mura. L’assedio si mette al peggio. La mancanza di viveri e d’acqua produce notevoli vuoti negli effettivi dei Crociati e devono la loro salvezza al passaggio d’alcuni battelli genovesi ed inglesi che riescono a procurare loro del legno e del materiale di carpenteria.

Questo insperato miracolo ridà morale alle truppe, ormai ridotte a 12 mila uomini. Per propiziare la vittoria finale viene decretato un digiuno pubblico l’8 luglio, seguito da una processione a piedi nudi intorno alla città, alla guida del clero.

Dio lo vuole” ed il 10 luglio i Crociati danno l’assalto finale e superando le muraglie il 15 seguente, conquistano la città.

Il massacro sistematico dei Giudei e dei mussulmani della città deve essere certamente interpretato come una catarsi: dopo circa tre anni d’avventure in un ambiente ostile, di privazioni, di sofferenze, dove il pericolo è stato onnipresente, dopo un assedio che poteva finire in un disastro e soprattutto sotto la spinta di un sentimento religioso esacerbato, i Crociati si dedicano a questa impietosa carneficina, che contribuirà non poco a segnare le coscienze del tempo, sia Cristiane sia mussulmane o ebree.

Crociata di supporto e costituzione di uno stato franco

 

Alla conquista della città segue un periodo dedicato alla fondazione del Regno di Gerusalemme: alla sua testa, Goffredo di Buglione, che rifiuta il titolo di Re, per quello di Protettore (Avvocato) del Santo Sepolcro, mentre il suo omologo religioso, Daimberto, Vescovo de Pisa, diviene Patriarca di Gerusalemme. Durante questo periodo, fra il 1100 ed il 1101, la crociata continua ad essere predicata e ben tre eserciti si mettono in marcia per la Terra Santa, scegliendo come itinerario la via di terra. Purtroppo le truppe non arrivano a superare l’Asia Minore, poiché i Turchi, informati del loro arrivo non subiscono più l’effetto sorpresa della prima crociata e si alleano fra di loro per scongiurare il pericolo: la via di terra per l’Anatolia è definitivamente interrotta. Le crociate di rinforzo vengono organizzate per poter rimediare ai vuoti lasciati dalla partenza della maggior parte dei “buoni pellegrini”, che dopo la conquista di Gerusalemme, rientrano alle loro case, lasciando a difesa del nuovo stato appena 200 cavalieri e 1000 fanti.

In tale situazione la sopravvivenza del Regno di Gerusalemme diviene precaria sin dalla sua fondazione. Tuttavia due fattori vengono a contribuire al suo consolidamento. Prima di tutto le flotte delle repubbliche marinare italiane che, dominando la flotta egiziana, contribuiscono anche alla conquista d’alcune città siro - palestinesi. Successivamente, all’arrivo e per certuni, l’installazione dei pellegrini a Gerusalemme, innesca un forte movimento di migrazione spontanea.

Il Regno di Gerusalemme

Il Regno di Gerusalemme riesce pertanto a sopravvivere, nonostante un ambiente ostile, grazie anche all’abilità di due re di qualità: Baldovino e Baldovino 2°, che riescono ad estendere i loro territori in modo da formare uno spazio vasto ed omogeneo.  Da questa prima esperienza si possono comunque trarre diversi ammaestramenti che verranno sistematizzati come punti di forza e di debolezza.

 

Punti di forza

In primo luogo la forza dei Franchi risiede nella loro unità di fronte alle difficoltà, essenzialmente militari, che li tengono impegnati. In effetti e fino al 1130, le forze mussulmane organizzano diversi tentativi di riconquista, che per poco non hanno successo. Ma i mussulmani per lungo tempo divisi tra di loro, solo a partire dal 1110 cominciano a presentare un fronte comune d’azione, epoca in cui il Sultano di Persia incarica l’emiro di Mossul, Mawdud, di attaccare i Franchi con l’appoggio degli emirati di Khelat, di Mayafariqin e di Dyarbakir: la spedizione provoca gravi danni e molti lutti ma non riesce a riconquistare la Contea di Edessa.

Lo stesso Mawdud nel 1111 si allea con l’emiro di Damasco ed una volta congiunte le sue forze nella città siriana viene assassinato da un attentato da un ismailita[4] della Setta degli Assassini.

L’esercito franco subisce ugualmente altre sconfitte, come quella d’Atareb del 1119, dove viene quasi annientato ed ucciso il suo comandante, Ruggero di Salerno. Nel 1122 Balak, emiro di Dyarbakir, riesce a far prigioniero in battaglia Jocelin, conte di Edessa e quindi Baldovino 2°, ma alla fine viene a sua volta ucciso poco tempo dopo a Manbij. Nel corso di queste ripetute operazioni emerge l’immagine di un regno cristiano d’Oriente unito ma fragile e dall’avvenire precario.

Durante le tregue le relazioni fra emiri turchi o arabi ed i Franchi sono improntate al reciproco rispetto, tanto più che questi piccoli emirati indipendenti vedono un pericolo maggiore nell’espansione del sultanato selgiuchida[5] piuttosto che nei latini, che, sebbene nuovi, arriveranno forse ad integrarsi.

Punti di debolezza

In definitiva anche se il regno latino di Gerusalemme appare forte, la sua struttura risulta minata da numerose debolezze endemiche. Le città italiane, ad esempio, traggono il massimo profitto dai vantaggi connessi con gli statuti che concedono loro numerosi privilegi economici. In tal modo Veneziani, Genovesi e Pisani si arricchiscono notevolmente e legalmente a danno di un regno, che è sempre a corto di risorse e che dal commercio trae solo minimi vantaggi. Un'altra debolezza del Regno Latino è rappresentata dalla sua struttura sociale. I Franchi costituiscono una minoranza in un territorio a maggioranza mussulmana e pertanto non esiste a livello locale alcuna solidarietà fra le differenti popolazioni. Parallelamente i ripetuti tentativi di riavvicinamento fra la Chiesa Cattolica Romana ed i Cristiani d’Oriente si sono conclusi con un insuccesso ad eccezione della Chiesa Maronita[6], che nel 1182 proclama l’unione delle Chiese. Questo atteggiamento molto spesso orgoglioso nei riguardi del cristianesimo orientale, giudicato eretico, spiega perché i Cristiani d’Oriente si sono a volte alleati a Nur ed Din e successivamente al Saladino. Altri fattori di debolezza vanno individuati nei grandi signori feudali, nei Templari e negli  Ospedalieri, che costituiscono una forza politica notevole che limita e condiziona quella del Re e che perseguono, a volte, interessi particolari non coerenti o a danno della politica generale del regno.

Da ultimo si viene a determinare una differenza culturale irriducibile che oppone i Franchi nati nel regno, chiamati “Poulains”, ai signori venuti dall’Europa che non riescono a capire questa generazione orientalizzata, mentre i Poulains giudicano questi Franchi europei come dei barbari che rifiutano di capire l’ambiente nel quale hanno deciso di vivere.

La seconda crociata

Gli anni 1130 1140 rappresentano un momento fondamentale della storia della regione. Zengi, figlio di un luogotenente turco, conosciuto per la sua mancanza di raffinatezza e delle sue maniere brutali, diviene emiro di Mossul e intraprende una politica tendente ad imporre il suo potere sul Sultanato di Persia e sul Califfato Abbasside di Bagdad. Il suo esercito arriva a conquistare il Regno di Edessa nel 1144 e nel 1149 ottiene una grande vittoria ai danni di Raimondo di Poitiers, che perde così la maggior parte del suo Principato di Antiochia. La politica di Zengi riesce a riunificare la Siria mussulmana, ma occorrerà attendere il regno di suo figlio Nur ed Din, perché i suoi progetti contro gli stati franchi d’Oriente possano compiersi.

E’ proprio all’annuncio della caduta di Edessa che viene organizzata la 2^ Crociata da parte di Luigi 7° Re di Francia e dall’imperatore tedesco Corrado 3°. La crociata viene predicata in particolare da S. Bernardo di Chiaravalle. Avendo scelto di raggiungere la Terra Santa per via di terra attraverso l’Anatolia, il contingente iniziale di 25 mila uomini, giunge in Siria praticamente decimato e ridotto ad appena 5 mila uomini.

Luigi 7°, da parte sua, al suo arrivo in Siria nel 1148, piuttosto che ascoltare i buoni consigli di Raimondo di Poitiers che lo consigliava di marciare direttamente su Nur ed Din verso Aleppo, si dirige invece a Gerusalemme, dove prende la decisione di attaccare Damasco, senza successo. L’evidente fallimento della spedizione convince Corrado 3° di rientrare in Europa senza gloria nel settembre 1148, mentre Luigi 7° è costretto ad adottare la stessa decisione sei mesi più tardi.

La terza crociata

La nuova spedizione viene organizzata a seguito della notizia della conquista di Gerusalemme da parte del Saladino. Saladino era riuscito a unificare l’Egitto e la Siria, ma per conseguire tale obbiettivo aveva dovuto a lungo combattere contro gli Zengidi ed i Franchi. A partire dal 1180 il suo esercito si impossessa sistematicamente dei territori del regno in una serie di spedizioni annuali. Questo stesso anno i Franchi ottengono una tregua che viene però violata da parte di Renato di Chàtillon, Signore di Transgiordania, un personaggio avventuriero, violento, irascibile ed impulsivo, che tenta con un colpo di mano di impossessarsi d Medina. Per reazione il Saladino denuncia la tregua e nel 1183 conquista Aleppo. Durante questo periodo Renato continua nel perseguimento dei suoi folli progetti privati, tentando persino di far passare delle navi a dorso di dromedario nel Mar Rosso. A seguito di questo exploit egli saccheggia diversi porto arabi ed egiziani e si rivolge, quindi, in direzione di Medina. Per rappresaglia il Saladino fa massacrare le truppe dell’imprudente e facinoroso feudale, acquisendo in tal modo la fama di eroe e difensore dei Luoghi Santi dell’Islam.

Il Saladino nel 1183 devasta la Galilea e si impadronisce di diverse piazzeforti: i Franchi ben inferiori di numero non hanno altra scelta che subire sino al 1185, quando i due contendenti firmano di nuovo una tregua di quattro anni. Ma il regno latino è ormai dilaniato da divisioni e da forti divergenze fra i grandi del regno che, in occasione della crisi di successione, porteranno alla sua definitiva rovina.

Nel 1187 Renato di Chatillon rompe nuovamente la tregua attaccando una carovana che si recava alla Mecca e per reazione il Saladino proclama la Guerra Santa (Jihad[7]) come lo avevano fatto prima di lui Zengi e Nur ed Din. L’esito di questa nuova spedizione sarà esiziale per il regno latino il cui esercito sarà massacrato ad Hattin nel luglio 1187 e che il 2 ottobre seguente perderà definitivamente Gerusalemme.

Nel frattempo arrivano dall’Europa dei piccoli contingenti di Frisoni, Sassoni, Normanni, Danesi e Fiamminghi ed il Re di Gerusalemme Guido di Lusignano, decide nel frattempo di assediare Acri.

Nello stesso periodo, nel 1888, l’imperatore tedesco Federico Barbarossa, con al seguito un numeroso esercito decide di percorrere la via anatolica e riporta una importante vittoria campale sul Sultano di Iconium (Konya?). Purtroppo l’imperatore muore poco tempo dopo annegato nel fiume Salef in Cilicia. Due anni più tardi gli eserciti francesi ed inglesi, comandati da Filippo Augusto e Riccardo Plantageneto, Cuor di Leone, si imbarcano per la Terra Santa, conquistano l’isola di Cipro e riescano a far capitolare Acri nel luglio 1991. Rimasto solo in Terra Santa, per la defezione di Filippo Augusto rientrato in Francia, Riccardo d’Inghilterra risolve la disputa dinastica che travaglia il regno latino ed alla testa un forte esercito batte le forze del Saladino ad Arsuf (14 settembre 1191) ed a Giaffa (agosto 1192). Le sue vittorie non possono però essere adeguatamente sfruttate con la riconquista di Gerusalemme, perché l’esercito crociato non può allontanarsi troppo dalle coste per non correre il rischio mortale di mancare di rifornimenti. Il Saladino da parte sua non è in condizione di riorganizzare adeguatamente un esercito e davanti a  questo stato di cose i contendenti decidono di concludere una pace.

In definitiva i Franchi ottengono il litorale da Tiro a Giaffa che viene organizzato in regno, ma allo stesso il sogno di fondare uno stato cristiano a protezione di Gerusalemme, sfuma definitivamente qualche anno dopo la terza crociata.

In ogni caso nello spirito e nell’immaginario collettivo dell’Occidente rimarrà comunque la convinzione che le sconfitte subite e la perdita di Gerusalemme non sono state altro che il frutto della perfidia e dei ripetuti tradimenti dei greci di Bisanzio, preparando così terreno fertile per la quarta Crociata e gli avvenimenti del 1204, che porteranno alla fine dell’Impero greco - bizantino.

 

[1] Il ritorno di Cristo nel tempo dell’Apocalisse

[2] Dipendenti dalla Chiesa d’Armenia, la cui origine risale a Krikor, Capo Supremo della Chiesa Armena, conosciuto anche sotto il nome di S. Gregorio l’Illuminatore (VI s.); aderenti al monofisismo dal 451

[3] membri della Chiesa siro - ortodossa d'Antiochia

[4] Nome dato ai membri di una setta mussulmana che si forma all’interno dello Sciismo alla fine dell’8° secolo

[5] nomadi originari della regione del lago d'Aral, i Selgiuchidi hanno fatto irruzione dall’Asia centrale, spazzando sul loro cammino il Turkestan, per poi invadere molto rapidamente i territori islamici dal Mediterraneo all’Asia Minore, particolarmente sotto la guida di Toghrul Bey, fondatore della dinastia selgiuchide (1038 - 1194) e dei suoi successori fra i quali Alp Arsaln et Malik Shah.

[6] La Chiesa siro - maronita ha visto la nascita nella diocesi d’oriente dell’impero romano bizantino; questa ha giocato un ruolo primordiale agli inizi del Cristianesimo. Stabilitasi nel Libano, nell’8° secolo, a seguito di una divergenza con il basileus Giustiniano 2°, si rende indipendente

[7] Guerra Santa. Questa concetto deriva dal Corano e può essere interpretata, sia come una guerra interna per il miglioramento di sé stessi, sia può costituire un prétesto religioso per légittimare una conquista con la scusa di sottomettere gli infedeli alla volontà di Allah.

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