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IACOPI DISCENDENZE E STORIA

Una vita di ricerche per conoscere chi sono.

  

ABDUL HAMID 2° e la sua politica religiosa, ovvero l’ultima possibilità dell’Impero Ottomano.

L'ultimo Sultano tentò di utilizzare l'islam per imporre la propria autorità e proclamarsi protettore dei musulmani. Ma la sua politica, studiata per porre un argine ai nazionalismi interni, non diede i risultati sperati.

Allorché Abdul Hamid II sale al trono nel 1876, l'ascendente dell'Europa sul mondo musulmano si è fortemente accentuato: Caucaso, Asia Centrale, Indie orientali, India inglese. Agli occhi dei mussulmani l'Impero ottomano appare più che mai come la sola grande potenza islamica, l'unica speranza di salvezza. Delegazioni ed ambasciate vengono a sollecitare l'aiuto del Califfo contro gli Europei, contribuendo in tal modo a mettere l'accento sulla dimensione islamica del potere ottomano. Nello stesso Impero, in risposta alla crisi di identità creata dalla precedente politica di secolarizzazione dei Tanzimat (le riforme fatte fra il 1839 ed il 1876), si comincia a parlare di "unione dell'Islam". La Costituzione ottomana del 1876 - promulgata tre mesi dopo l'ascesa al trono di Abdul Hamid - riconosce nel Sultano la funzione di Califfo Supremo dell'Islam e di Protettore della religione mussulmana: essa recita infatti che la sovranità ottomana riunisce "nella persona del sovrano il Califfato Supremo dell'Islamismo" e che il Sultano è "a titolo di califfo Supremo" il "Protettore della religione mussulmana".

Durante la disastrosa guerra russo-turca del 1877-78 l'Impero Ottomano, privo dei suoi alleati tradizionali, cerca un sostegno nel mondo mussulmano, ma né i tentativi di sollevare i correligionari del Caucaso, né gli sforzi per far entrare l'Afghanistan nel conflitto ottengono alcun risultato apprezzabile. Tuttavia, fenomeno nuovo legato allo sviluppo dei mezzi di comunicazione e soprattutto allo sviluppo della stampa, la guerra provoca, un po' dappertutto nel mondo mussulmano, uno slancio di solidarietà senza precedenti a favore del califfato.
Il Governatore Generale delle Indie comunica chiaramente le sue inquietudini al Foreign Office: se la Gran Bretagna non sostiene l'Impero Ottomano, si potrebbe temere nella colonia lo scoppio di una "guerra santa", la Jihad. Paradossalmente, all'indomani di una terribile disfatta per l'Impero, il Califfo d'Istanbul gode di un prestigio mai registrato nel mondo islamico. Abdul Hamid in tale contesto farà del califfato uno dei fondamenti della sua politica interna. Convinto che la religione costituisca una potente forza generatrice di unità e di solidarietà, egli vede nell'Islam la base di tutto "l'edificio politico e sociale" dell'Impero. Cosa che porta il Sovrano a tener conto, in prima istanza, dell'opinione dei suoi soggetti mussulmani e di inaugurare sotto il suo regno una vera e propria "politica del Califfato".
Questa opzione offre al Sultano i mezzi per rinforzare il suo potere personale. Essendo riuscito, a seguito della guerra, ad affermare la sua autorità politica mettendo in riga il Governo della Sublime Porta, egli utilizza il Califfato per dare una dimensione nuova - quella religiosa - alla sua autorità. Durante il suo regno verrà spesso citato un versetto del Corano: "O Voi che credete ! Obbedite a Dio, obbedite al Profeta e a quelli fra di Voi che detengono l'autorità!". 

All'epoca delle riforme Tanzimat, i burocrati occidentalizzati di Istanbul costituivano l'ossatura del potere. Ma il loro insuccesso - o quello che viene percepito come tale - spinge il Sultano a cercare altri sostegni o punti di appoggio nella società. Il Califfo si rivolge verso le classi medie mussulmane delle province, più tradizionaliste, generalmente ostili a riforme che hanno avuto come effetto quello di promuovere gli interessi stranieri, la borghesia non mussulmana e le missioni cristiane nei loro territori.
Un altro motivo spinge Abdul Hamid a mettere l'accento sul Califfato: l'Impero, per effetto della perdita delle province a maggioranza cristiana e delle ondata di immigrati dal Caucaso e dai Balcani, è diventato più mussulmano (i mussulmani sono ormai il 75%, prima del 1876 erano il 66%). Egli vuole pertanto appoggiarsi su questa maggioranza e rinforzare la sua unità, avvicinando in una comune identità Turchi, Arabi, Albanesi e Curdi. All'indomani della guerra, si sono verificati dei disordini proprio nel Kurdistan, in Albania, in Siria e anche nell'Hegiaz. Abdul Hamid vede in questi eventi i segni premonitori di un fenomeno che ha già preso piede nei Balcani da circa mezzo secolo: la nascita del nazionalismo. E' pertanto urgente individuare dei provvedimenti che si oppongano a questi movimenti centrifughi, in modo da opporre loro un principio sociale universale, unificatore e integratore. Questo principio sarà appunto il Califfato, strumento principe per l'unificazione dei mussulmani dell'Impero.
Nel giro di quattro anni, fra il 1878 ed il 1882, l'Impero ha perduto il controllo effettivo su dei territori coma le Bulgaria, la Bosnia Erzegovina, l'isola di Cipro, la Tunisia e l'Egitto. Il Sultano non perde occasione per riaffermare la sua autorità spirituale sui mussulmani di queste regioni, conservando in particolare il diritto di vedere pronunciato il suo nome nella grande preghiera del venerdì. Attraverso il legame califfale, questi territori continuano a figurare sulle carte ottomane. Il Califfato rappresenta inoltre anche una risposta ideologica al riflusso territoriale dell'Impero.

Abdul Hamid mette in opera tutto un simbolismo politico destinato ad evidenziare e ad accentuare la dimensione religiosa del suo potere. Nell'elenco dei titoli a lui assegnati, quelli religiosi prendono progressivamente un rilievo maggiore; nelle cerimonie ufficiali lo stendardo verde del Califfo viene mostrato accanto alla bandiera ottomana rossa ornata con un crescente d'argento.
Si tratta di diffondere una nuova immagine del sovrano; non più l'immagine "occidentalizzata" dell'epoca dei Tanzimat, ma quella di un sovrano virtuoso, giusto, semplice, generoso, che ha scelto di vivere recluso nel suo palazzo di Yildiz piuttosto che dedicarsi alle frivolezze dei suoi predecessori (partite di caccia, villeggiature). Insomma, un Sultano che rispetta scrupolosamente la religione, la morale, i buoni costumi, le tradizioni e che conduce una vita esemplare.
Ma perché la politica del califfato possa penetrare ed agire nella società mussulmana, occorrono anche nuovi mediatori. Abdul Hamid si appoggia agli Sceicchi e alle Confraternite religiose più popolari, in modo da stabilire un contatto più stretto con le masse. Chiamati a risiedere a Palazzo, questi dignitari religiosi, in maggioranza di origine araba, sono incaricati di organizzare a livello locale la politica del Califfato. L'editoria, la stampa e la scuola vengono mobilitate in favore del califfato, mettendo l'accento sul tema dell'obbedienza al Califfo. Mentre con i Tanzimat si era sviluppata l'idea dell'obbedienza alla legge, con il nuovo corso lo stato viene identificato con il Sovrano ed è alla Sua persona che si deve obbedienza.
Abdul Hamid, per legittimare la sua funzione, mette l'Hegiaz - la provincia dove si trovano i Luoghi Santi - al primo rango fra le province dell'Impero. Il Sultano intrattiene buone relazioni con lo Sceicco della Mecca (della casa degli Hashemiti), che divide localmente il potere con il Governatore inviato da Istanbul. Questi da inizio nelle città sante a lavori pubblici (asili per i poveri, ospedali, acquedotti), dispone distribuzioni di denaro, assicura la protezione dei pellegrini dagli attacchi delle tribù beduine. 
Nel 1900 Abdul Hamid lancia un grande progetto: la costruzione della ferrovia dell'Hegiaz, allo scopo di collegare Damasco alle città sante. Questa ferrovia, alla cui costruzione hanno contribuito i mussulmani del mondo intero, raggiunge Medina nel 1908.
In questo modo Abdul Hamid riesce a consolidare la presenza ottomana nell'Hegiaz, a mettere i Luoghi Santi al riparo da un intervento straniero e a preservare la legittimità del Califfo presso i mussulmani del mondo intero.

Ma questa politica suscita una certa preoccupazione in Europa, dove si teme che i Luoghi Santi possano diventare focolai di idee sovversive. L'Impero in deliquio - dove potrebbe prepararsi un complotto contro l'Europa e l'Occidente cristiano - suscita la cupidigia delle potenze europee. In alcune capitali si osserva con apprensione il ruolo delle Confraternite religiose mussulmane, che hanno lottato e continuano a lottare contro la dominazione coloniale, come ad esempio la Naqsbandiyya o Naqsbandi nel Caucaso, o la Senussia nel Nordafrica. Queste Confraternite dispongono di ramificazioni internazionali che si teme possano essere manipolate dal Sultano.
Gli europei temono infine l'arma della Guerra Santa, la Jihad: infatti Abdul Hamid potrebbe incitare i mussulmani delle colonie a sollevarsi contro le potenze coloniali.
All'indomani dell'introduzione del protettorato francese in Tunisia (1881), i Francesi denunciano gli sforzi intrapresi da Istanbul per mobilitare i mussulmani contro di loro. Ormai l'ossessione del panislamismo occupa le menti degli amministratori coloniali.
Forse Abdul Hamid sta preparando dietro le spesse mura del Palazzo di Yildiz una rivolta islamica mondiale? In effetti, anche se a Yildiz c'è uno stuolo di dignitari mussulmani, essi non formano un insieme coerente, ne tantomeno concorde; si tratta infatti di consiglieri "specializzati", ciascuno in un settore determinato, che lavorano ognuno per conto proprio. Non esiste fra di loro alcuna concertazione e non costituiscono in alcun modo una lobby islamica al servizio del Califfato. In definitiva non esiste una internazionale islamica ispirata dal Sultano!
Abdul Hamid in effetti si astiene dall'impiegare la Jihad, che rimane per tutto il periodo allo stato di minaccia, in quanto nella sua politica, tale elemento risulta più che altro un mezzo di intimidazione e di dissuasione. In pratica la Jihad non rappresenta altro che un "bluff" nella partita a poker giocata contro le grandi potenze.
Abdul Hamid invia Ulema, impiega le reti di collegamenti delle confraternite, fa distribuire copie del Corano, stimola i consoli ottomani, distribuisce medaglie allo scopo di guadagnare influenza sull'opinione pubblica mussulmana colonizzata, ricordando che l'Impero Ottomano è un grande stato mussulmano, di cui il Califfo è anche il capo spirituale
Il potere del Califfo e la potenza ottomana vengono così sovrastimati dalle popolazioni arabe dei territori coloniali, ma questo è proprio il gioco di Abdul Hamid. Egli dispone in tal modo di una carta vincente che può impiegare nelle relazioni con le grandi potenze, facendo loro sentire, "come sono forti i legami che uniscono fra di loro tutti i mussulmani".

Durante la lunga stagione dell'imperialismo coloniale la politica del Califfato appare quindi come la Weltpolitik di un impero povero, senza "commessi viaggiatori", senza flotta commerciale e soprattutto senza capitali. Una politica che ha contribuito a ritardare la nascita del nazionalismo turco dell'Impero, ma solo per poco tempo. La rivoluzione dei "Giovani Turchi" avviene infatti nel 1908.
L'accento posto sull'Islam contribuirà invece a rinforzare gli antagonismi fra le diverse comunità dell'Impero. E gli Armeni saranno i primi a farne le spese.
Puntando tutto sul Califfato, Abdul Hamid non cercò di incoraggiare una riforma dell'Islam. Pur creando numerose scuole moderne, egli sostenne anche le confraternite più ortodosse e più conformiste. Sotto il suo regno, gli sforzi per adattare l'Islam al mondo moderno non trovarono diritto di cittadinanza. E la politica del Califfato contribuì a radicare negli occidentali l'idea di un Islam reazionario.

BIBLIOGRAFIA
  • L'Impero Ottomano, di A. Bombaci e J.S. Shaw - Utet, Torino 1981
  • Storia dell'Impero Ottomano, a cura di R. Mantran - Argo Editrice, Lecce 1999
  • Il tramonto della Mezzaluna, di A. Rosselli - Rizzoli, Milano 2003

ABDUL HAMID II: IL SULTANO OTTOMANO CHE VOLEVA SALVARE L'IMPERO CON LA RELIGIONE (di Massimo IACOPI)
(Pubblicato su Rivista mensile Storia in Network n. 148 - febbraio 2009 con lo pseudonimo di Max Trimurti)

1970, muore NASSER: ritorno degli estremisti

 

Il 28 settembre 1970, il Rais del Cairo muore per una crisi cardiaca. Tutto l’Egitto è in lutto: quello che ha ridato prestigio ed orgoglio alla nazione non c’è più. Questa scomparsa segna soprattutto l’inizio di una nuova era per il mondo arabo.

 

Il 1° ottobre 1970, al Cairo, cinque milioni di Egiziani sommergono il servizio d’ordine e gli ufficiali, si impadroniscono del feretro del Rais e lo depositano a terra per un ultimo omaggio. La polizia ha un gran daffare a proteggere dall’asfissia i numerosi capi di stato presenti alla cerimonia. Il popolo piange l’uomo che gli ha restituito la dignità, piange il suo eroe. Abdel Gamal Nasser, primo “egiziano autentico” a prendere la guida del paese dal tempo dei faraoni, figlio di un postino, nasce ad Alessandria nel 1918 ed è votato ad un destino eccezionale. Egli trascorre la sua giovinezza nella sua città natale e prosegue i suoi studi al Cairo nel cuore della città islamica. Un modo per non rompere con le tradizioni familiari, popolari e contadine del Said (il Sud, una maniera di designare l’Alto Egitto). Molto presto, il nazionalismo segna la personalità del futuro Rais (1). Nonostante l’indipendenza accordata nel 1922, l’Inghilterra continua ad occupare l’Egitto. Nel 1935, Nasser viene ferito alla testa durante violente manifestazioni popolari. Il suo patriottismo non può considerarsi soddisfatto dalla firma, nel 1936, del Trattato angloegiziano, che limita la presenza britannica, per 20 anni, alle sole rive del canale di Suez. Questo trattato concede alle truppe di Sua Maestà britannica il diritto di intervenire sull’insieme del territorio egiziano, in caso di minaccia internazionale. Proprio quello che faranno durante la 2^ Guerra Mondiale ! In ogni caso questa nuova situazione interna apre al giovane Nasser le porte del destino: nel 1937 entra al primo corso dell’Accademia Militare da dove esce con il grado di sottotenente: una vera possibilità per un uomo di origini modeste. Inviato nel Sudan, egli incontra degli ufficiali, nazionalisti come lui, come Zaccaria Mohieddin o Anwar el Sadat, uomini che giocheranno dei ruoli di primo piano sulla scena politica egiziana. Insieme essi giurano di liberare l’Egitto dalla dominazione straniera. Nasser, passato capitano nel 1943, viene nominato insegnante presso l’Accademia Militare. Successivamente, con il grado di tenente colonnello, il suo patriottismo si illustra, nel 1948, nei combattimenti di Faluja, in Palestina, contro l’esercito del neonato stato d’Israele.

 

Posto alla guida degli “Ufficiali Liberi”, assume il potere La sconfitta degli Arabi nella guerra contro Israele del 1948 costituisce una vera umiliazione. Di nuovo si pongono per Nasser gli interrogativi del 1935: chi può fermare l’imperialismo ? Dove è il patriottismo ardente degli anni precedenti ? Dove sono gli uomini pronti a sacrificarsi per la libertà della Patria ? Dove è la dignità ? Dove è la spinta patriottica della gioventù ? Con questo spirito Nasser costituisce il movimento degli “Ufficiali Liberi”, prima tappa della “ rivoluzione egiziana”, che porterà poi alla destituzione di re Faruk nella notte del 22 luglio 1952 ed alla nascita, il 18 giugno 1953, della Repubblica araba d’Egitto, con il generale Mohammed Neguib come Presidente del Consiglio della Rivoluzione. Subito dopo il colpo di stato del 1952 si legge su degli striscioni “ solleva la testa fratello mio” e 6 milioni di operai, di fellah e di giovani scandiscono lo slogan “Con l’esercito, con il popolo continueremo la nostra strada” . I Fratelli Mussulmani (2), che propugnano un rinascimento islamico e presso i quali Nasser e Sadat hanno acquisito la loro visione del mondo, applaudono. D’altronde Nasser è stato membro di questa confraternita islamica dal 1944 al 1948 ed è stato persino impegnato nell’ala militare dei Fratelli a partire dal 1946. Ma, molto rapidamente, Nasser inizia una dura lotta per combattere questa potente associazione politico religiosa, ultimo ostacolo sulla via della sua autocrazia. Nel 1954, dopo essersi sbarazzato di Neguib, diventato nel frattempo Presidente della Repubblica, egli assume da solo le redini del potere. Nello stesso anno, bersaglio di un attentato attribuito ai Fratelli Mussulmani, Nasser fa mettere al bando l’organizzazione e ordina l’internamento di diverse migliaia di suoi membri – nel 1966 Sayyed Qobt, il “pensatore” del movimento, verrà impiccato. Nel 1964, il regime riforma l’università islamica di El Azhar, in modo che i suoi preti propugnino l’ideologia nasseriana. Se il Rais non desidera sopprimere la religione dalla scena politica, egli vuole farne uno strumento di legittimazione dell’ordine sociale. Per riassumere la situazione possiamo riferirci ad una analisi di uno specialista il professore francese Gilles Kepel: “ Il discorso religioso, addomesticato in tal modo, ha, nel corso degli anni 1960, lo statuto di strumento ausiliario in relazione alle logomachie in voga: progressismo, anti-imperialismo, socialismo, neutralità positiva , ecc.”. Questo stato di cose dura fino al giugno 1967, data in cui la sconfitta della “Guerra dei 6 Giorni” acuisce la crisi delle società arabe, aprendo la via alle contestazioni islamiche. Fino a quel momento la politica di Nasser risulta praticamente in sintonia ed approvata dal popolo egiziano. All’esterno, essa fa rima con il terzo mondismo e con una neutralità apparente nei confronti degli USA e dell’URSS. All’interno, questa politica significa: nazionalizzazione delle banche e del Canale di Suez, espulsione dei Britannici e riforma agraria. Il suo bilancio, d’altronde, mostra anche qualche bel successo. Nel 1937, L’Egitto contava appena 240 mila ragazzi fra i 15 ed i 17 anni, alfabetizzati che alla fine del 1960 raggiungono la cifra di 600 mila. La stessa cosa per le ragazze la cui cifra passa dalle 40 mila alle 210 mila. L’inaugurazione della diga di Assuan, ottenuta grazie all’aiuto sovietico, consente di regolare il corso del Nilo ed i fellah, i contadini, non soffrono più delle piene annuali del fiume. Il Rais è in quel momento l’eroe delle folle arabe. Nel giugno 1967, la vittoria di Israele sugli Egiziani, i giordani ed i Siriani, marca l’inizio della fine del nazionalismo arabo. Tuttavia gli egiziani non imputano a Nasser questa sconfitta e la perdita del Sinai. Il Rais, dimissionario il 7 giugno, viene richiamato a furor di popolo alla guida del paese il 9 giugno seguente. Ed in quei giorni il giornale Al Gumhuerya affermerà: “Perdere la guerra e perdere anche Nasser sarebbe insopportabile”. Ma a partire dal febbraio 1968 l’Egitto vacilla nuovamente. Il paese è scosso da numerose manifestazioni che chiedono la “ punizione dei traditori” e Nasser ne approfitta per eliminare i militari dalla formazione governativa, peraltro senza successo. Sempre nel 1968 la salute del presidente, diabetico, comincia a declinare. I suoi medici gli prescrivono riposo ed un temporaneo allontanamento dalla gestione degli affari. Impossibile, le piaghe della sconfitta sono ancora aperte e la situazione politica nel mondo arabo lo spinge a giocare ancora in prima linea. Il panarabismo e la sua versione nasseriana vanno verso la sconfitta. L’islamismo, l’arma del petrolio e la resistenza palestinese diventano i nuovi motori del mondo arabo. Il crollo degli Stati arabi nel 1967, apre una crisi politica di grande ampiezza che erode la legittimità laica delle aristocrazie al potere. La morte di Nasser, il 28 settembre 1970, segna la fine degli slanci popolari in favore dei regimi arabi nazionalisti al potere.

Sadat liquida la sinistra nasseriana Lo scrittore Tawfik el Hakim affermerà più tardi: “ C’erano nella politica di Nasser un gran numero di elementi che meritavano di essere contestati. Ma egli ci aveva annegato in una sorta di incantesimo … Noi eravamo convinti che il nostro paese era diventato un imponente potenza industriale; che era l’avanguardia dei paesi in via di sviluppo, che costituiva la forza militare più possente del Medio Oriente … “. L’Egitto di Anwar el Sadat, il suo successore, non tarderà a schierarsi nel campo arabo alleato agli USA. Sempre nel 1970, in Siria, un colpo di stato porta al potere una dittatura militare, diretta da Hafez el Assad. Sulle macerie del nasserismo nascono due varianti di nazionalismo arabo. In Irak, il partito Baath (3) costruisce, a partire dal 1968, un regime che coniuga l’ultranazionalismo con la crudeltà e l’antisemitismo. In Libia, emerge il colonnello Muhammar Kadhafi che vorrebbe emulare Nasser, ma, alla guida di una nazione geopoliticamente debole, la realtà risulta molto lontana dai suoi desideri ed il suo potere inizierà ad oscillare sistematicamente fra la farsa ed il tragicomico. La “liberazione della Palestina occupata” porta alle nuove generazioni il pretesto per contestare una società araba bloccata e dispotica. Agli eroi dell’indipendenza, la gioventù del Cairo, di Damasco, d’Amman e di Bagdad preferisce i militanti palestinesi, con kefiah sulla testa ed il kalashnikov alla mano, sotto la bandiera di un marxismo “duro e puro”. I Fedayn (4), i combattenti, rappresentano la rivoluzione in marcia contro i capi di stato arabi e l’ordine prestabilito che essi incarnano. Questo nazionalismo palestinese si manifesta sotto la forma di gruppi armati che operano all’interno dei rifugiati. In Giordania, nel settembre 1970, il re Hussein, della dinastia degli Hashemiti (5) della Mecca, è costretto ad affrontare in maniera brutale e sanguinosa, per sopravvivere anche come stato, l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) di Yasser Arafat (6) negli avvenimenti del famoso “settembre nero”. Nel Libano, i Palestinesi, presenti in massa su quel territorio dal momento della loro espulsione dalle rive del Giordano da parte del sovrano hashemita, danno man forte alla fazione islamo-progressita locale contro lo stato libanese. In Egitto, gli studenti affermano nella strada, quasi quotidianamente, il loro sostegno ai Palestinesi e spingono Sadat ad affrontare Israele. L’Occidente crede di poter scorgere dietro Arafat e gli altri capi terroristi, come George Habash, Abu Nidal, i fantasmi di Marx e di Lenin. Congettura non propriamente esatta, anche se i Sovietici non perderanno un istante a professarsi ferventi sostenitori di questi movimenti arabi. In effetti, nel mondo arabo, la rivoluzione darà alla luce, nel 1979, in Iran, una repubblica islamica e non certamente una repubblica popolare. Tuttavia Sadat procederà in maniera decisamente autonoma. Il 15 maggio 1971 fa arrestare i baroni della sinistra nasseriana e sotto la sua “penna” l’operazione assumerà il nome di “ Rivoluzione correttiva”. Nello slancio del momento egli fa demolire il penitenziario di Turah, facendo uscire di prigione i Fratelli Mussulmani (uno dei membri di questa organizzazione provvederà poi nel 1981 ad eliminare lo stesso Sadat). L’11 settembre dello stesso anno, il capo di stato egiziano metterà in evidenza il carattere mussulmano del suo regime. Nel 1972, 12 mila consiglieri sovietici vengono espulsi dal paese e dopo la guerra, decisamente onorevole, dello Yom Kippur, cambia decisamente in politica estera arrivando, nel 1978 a firmare una “ pace separata” con Israele, che consente il recupero del Canale di Suez e del Sinai. Con questo atto il sogno nasseriano di unità araba è ormai morto e sepolto.

In rottura con le logiche della modernità secolare La sconfitta del 1967, il discredito dell’arabismo, e successivamente la non soluzione della questione palestinese forniscono, nel corso degli anni 1970, una spinta decisiva ai movimenti islamisti dalla Malesia al Senegal e dalle repubbliche mussulmane sovietiche fino alle periferie europee, oltre che ovviamente nel Vicino Oriente. Questo movimento propugna una rottura con le logiche della modernità secolare alla quale esso imputa tutte le disfunzioni delle società del terzo mondo: dalle disuguaglianze sociali al dispotismo e dalla sottoccupazione endemica alla corruzione generalizzata, generata dai regimi arabi. A più di quaranta anni dalla sua morte, la foto del Rais troneggia ancora in qualche negozio dell’Egitto. Segno evidente che il paese non ha dimenticato i momenti di gloria, di sogno e di fierezza che Nasser gli ha procurato. Ma il giuramento pronunciato sulla sua tomba rappresenta la testimonianza di un’epoca ormai decisamente superata: “ Giuramento per Gamal, il più caro degli uomini, il liberatore dei lavoratori, il capo della lotta ! Giuramento sacro, incrollabile. Per Dio e per la Patria, noi giuriamo che la via della tua lotta sarà la nostra via … Noi giuriamo di lavorare per la potenza e l’unità della nazione araba” .

NOTE

(1) Rais: Dall’arabo “Ras”, Testa. Capo, Comandante di una nave, Capitano corsaro nel mondo musulmano. Titolo affibbiato a capi populisti quali, Bourghiba, Saddam, ecc.;

(2) Fratelli Mussulmani o Fratellanza mussulmana: Movimento, di ispirazione Salafita, fondato nel 1928 ad Ismailia, in Egitto, da Hassan al Bannah, vecchio allievo di Mohamed Abduh. Probabilmente la prima associazione politica islamica di massa del mondo arabo moderno, ha per obiettivo la islamizzazione della società, una riforma morale e religiosa di ogni credente. Il movimento, radicalizzatosi negli anni 1950, è stato ferocemente combattuto da Nasser negli anni ’60 ed ha portato alla morte di 150 dirigenti ed all’arresto di 61 mila militanti. E’ la matrice di tutte le correnti islamiche contemporanee. L’Hamas palestinese ne è una filiazione. Salafiti (Salafya): da Salaf: “antenato”, i primi “pii antenati”, discepoli del Profeta. Movimento riformista mussulmano, nato nel 1800 da Jamal al Din al Afgani (afgano, di stirpe iraniana) e continuato da un suo allievo Mohamed Abduh (1848 – 1905), egiziano, per un ritorno alla purezza originaria dell’Islam. Ripreso e sviluppato in senso più nazionalista nel Maghreb da Mohamed Rashid Rida o Rheda, morto nel 1935. Incarna la corrente reazionaria attivista, puritana e populista dell’Islam, adottato dalle formazioni del FIS (Fronte islamico di Salvezza) dell’Algeria. Contrario al nazionalismo, al socialismo ed alla democrazia, propugna una Umma condotta da un Califfo, come ai tempi del Profeta. Contrario a qualsiasi innovazione religiosa, pretende di purificare la religione da ogni traccia di idolatria e politeismo e da qualsiasi inquinamento di dottrina religiosa non islamica. Odia l’esoterismo degli Sciiti ed il misticismo dei Sufi, considerati eretici. Rifiuta il concetto di partito all’occidentale. Insomma propugna l’Islam del Profeta, niente di più e niente di meno;

(3) Baath o Baas: Partito della “Resurrezione”. Nome del partito nazionalista arabo e socialista fondato nel 1953, importante in Siria ed Irak. Fondato a Damasco nel 1947 dal cristiano ortodosso Michel Aflaq e dal mussulmano sunnitaSalah al Bitar. La parola d’ordine di questo movimento laico riassume tutta la sua ideologia: l’unità del mondo arabo fra premio su ogni altro obietti. Secondo Aflaqgli arabi formano una sola nazione che aspira a diventare stato, sopprimendo le frontiere artificiali imposti dai successivi conquistatori;

(4) Fedayn (Fidaiyyun). Combattente(i). Mujahid più politicizzato. Rivoluzionarioidealista, pronto a tutto per difendere la causa dell’Islam;

(5) Hashemiti: Famiglia dell’Hegiaz in Arabia, branca della tribù dei Kuraish, discendenti da Hashem o Hashim ibn Abd Manaf ibn Qusayy o Kusayy Kuraysch), che a partire dall’11° secolo ha fornito gli Sceriffi o Sayd della Mecca, guardiani ereditari dei luoghi santi dell’Islam. Famiglia attualmente al potere in Giordania;

(6) OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) : Istituita nel 1964 su sollecitazione di Nasser, che ne nomina il diplomatico arabo, Ahmad Shuqairi(1907-1980), 1° Presidente (1964-69). Yasser Arafat (1929-2004) ne è stato ilsuccessore, alla cui morte è subentrato Mahmud Abbas (Abu Mazen), nato nel 1935. In linea di principio, anche se non accettata da tutti, è ritenuta “l’unica rappresentante legittima del popolo palestinese”.

 

BIBLIOGRAFIA
  • Ayad Christophe, “Geopolitica dell’Egitto” Ed. Complexe, 2002;
  • Lacouture Jean, “Nasser”, Bayard, 2005;

1970, muore NASSER: ritorno degli estremisti (di Massimo IACOPI)
(Pubblicato su Rivista GRAFFITI-on-line.com, nel 2011)

 

1960, Nasce Brasilia

Costruita in mezzo al nulla, la capitale federale brasiliana ha poco più di cinquant'anni. Unica metropoli nata nel XX secolo, Brasilia ha incarnato, nella mente dei propri edificatori, il mito della città perfetta

 

ASA SUD, QI 25, CONJ 17, Casa 26 o Apto 302 (Ala Sud, Quadra interna 25, Insieme 17, Casa 26 o appartamento 302): a Brasilia gli indirizzi sono freddamente funzionali, come del resto tutta la città, inaugurata il 21 aprile 1960 e divenuta immediatamente la nuova capitale federale del Brasile. Il giorno non era stato scelto a caso: era quello della nascita di Roma e della morte (1792) di Joaquim José da Silva Xavier, meglio noto come Tiradentes, eroe dell'indipendenza brasiliana. 
Brasilia, "città nazionale" puramente brasiliana, soppianta in tal modo le città "coloniali" di Rio de Janeiro, capitale dal 1763 e di Salvador da Bahia, capitale per i primi due secoli della colonizzazione portoghese. Unica metropoli nata nel XX secolo, Brasilia è stata classificata come Patrimonio dell'Umanità e incarna allo stesso tempo il sogno di grandezza brasiliano e il mito atavico della città ideale. 

L'idea di trasferire la capitale all'interno del paese non è nuova. Nel 1821, qualche mese prima dell'indipendenza, un uomo di stato brasiliano, Bonifacio de Andrade Silva, propugna un maggiore equilibrio territoriale nonché l'occupazione della "frontiera" dello spazio brasiliano. Questa promessa è insita nella maggior parte delle costituzioni brasiliane, specialmente in quella del 1891 - seguita alla proclamazione della Repubblica del 1889 - che proclama un regime positivista "d'ordine e progresso". 

Come spesso accade in Brasile, però, l'idea viene portata avanti in maniera meno razionale: molti ricordano la profezia di Don Bosco, fondatore dei Salesiani canonizzato nel 1934, che nel 1883 aveva "visto" la creazione di una nuova civiltà e di una nuova città ai bordi di un lago, fra il 15° ed il 16° parallelo sud. 
Dopo la seconda guerra mondiale la Repubblica brasiliana va incontro ad una grave crisi politica, economica e sociale, evidenziata nel 1954 dal suicidio del presidente Getulio Vargas. Juscelino Kubitschek, eletto nel 1956, rilancia ben presto l'idea, come pegno di sviluppo industriale - grazie ai grandi lavori, alla conquista dell'Amazzonia, alle dighe idroelettriche, alle nuove città -, promessa di un nuovo Brasile che realizzerà il suo destino di "paese del futuro". 
In quarantuno mesi viene costruita la parte essenziale della città. Prende così forma un distretto federale sull'esempio di Washington, vengono presi a prestito ingenti capitali e impiegati migliaia di contadini poveri del nordest, che lavorano giorno e notte per costruire la nuova capitale. Successivamente avrebbero popolato, senza una adeguata pianificazione, i dintorni del centro. 

Oltre al presidente Kubitschek, gli eroi di questa avventura sono l'urbanista Lucio Costa (che ha vinto il concorso e imposto il suo piano), l'architetto Oscar Niemeyer e il pittore paesaggista Roberto Burle Max. Essi vogliono fare di questa città un "discorso architettonico" rivoluzionario sul potere e la società. 
Primo principio: la funzionalità. A Brasilia, non trova realizzazione alcuna piazza pubblica e alcun luogo di mercato. Vengono ripartite a priori e autoritariamente le funzioni: qui le scuole, là gli ospedali, più lontano gli alberghi, altrove le industrie, i commerci (ovvero i centri commerciali o shopping malls, che hanno la funzione di punti di incontro) e, naturalmente, le abitazioni. Viene costruito intorno alla città un immenso invaso idrico per modificare il clima dell'area. 
In questa pianificazione, la "politica" viene trattata con grande rispetto: essa trova spazio nel cuore della città, con la piazza o piuttosto la spianata dei Tre Poteri, le costruzioni che li illustrano, l'asse monumentale che ne deriva, bordato dai ministeri e attorno al quale si spiegano le due ali che conferiscono alla città (vista dall'alto) l'aspetto di un uccello o di un aereo. 
In particolare appare interessante evidenziare come Niemeyer abbia tratto ispirazione per la costruzione del caratteristico palazzo del potere legislativo di Brasilia. L'architetto ricorda, infatti che, trovandosi a pranzo in un ristorante, aveva notato una scatola di fiammiferi posta verticalmente fra due piatti fondi, di cui uno rovesciato. Per lui il piatto rovesciato era idoneo a rappresentare l'assemblea del Senato, costituita da personaggi più anziani, mentre il piatto in posizione normale poteva invece simboleggiare la Camera dei deputati, composta da uomini giovani e per questo più aperti alle nuove idee. In mezzo ai due piatti (le due assemblee) il parallelepipedo (scatola di fiammiferi) per i servizi generali e il funzionamento delle assemblee. 

Secondo principio: il cemento, temperato dal verde e dal genio architettonico di Niemeyer. I palazzi vengono edificati, in uno spazio alberato che ricorda la città costruita "nel nulla", su un altopiano quasi deserto a mille metri di altezza e la cui vegetazione naturale, il cerrado, è costituita da una boscaglia di arbusti e bosco ceduo. Più della metà della superficie di Brasilia è occupata dalla natura. Grazie al tocco originale di Burle Max, specchi d'acqua e vegetazione tropicale mascherano le costruzioni su più della metà del territorio cittadino. 
Il cemento è ovunque, ma Oscar Niemeyer l'ha accompagnato da curve e movimenti, e lo ha illustrato con simboli, come la cattedrale a forma di corona di spine; egli ha sovvertito l'uso classico dei portici e delle colonne e popolato i viali di monumenti insoliti, come il Museo Nazionale, inaugurato nel 2006, che ricorda una capanna amazzonica. Fra questi monumenti, lungo l'asse principale della città spicca la colonna con la lupa romana, donata dall'Italia in ricordo della data di inaugurazione della città. Lo spazio razionale voluto da Lucio Costa fa pensare più all'urbanistica dell'illuminismo (la Lisbona del marchese di Pombal, accompagnata da una lettura di Montesquieu) che non alle lezioni dell'architetto Le Corbusier, peraltro ampiamente evocato. Kubitschek lascia il potere nel 1961: Brasilia è ormai edificata integralmente, ma il Brasile non è molto cambiato e le ineguaglianze sociali sono più acute che mai. Nel 1964, con un colpo di stato, i militari assumono il potere: vi resteranno per quasi vent'anni. Ironia della sorte, Kubitschek e Niemeyer vengono esiliati, Lucio Costa è allontanato. 

Segno dei tempi, la città è stata costruita quando il petrolio era abbondante e poco costoso. In questi vasti spazi si è obbligati a spostarsi esclusivamente in autovettura. I prezzi degli affitti hanno spinto i poveri verso una serie di città-satellite che compongono un'agglomerazione di oltre 2,5 milioni di abitanti. I ceti più ricchi abitano i quartieri residenziali, ovvero il cuore del "piano pilota" delle supercuadras (quartieri), un'efficace combinazione di abitazioni, luoghi di incontro e natura. 
Brasilia è ormai una realtà che ha saputo ricomporre lo spazio brasiliano verso l'interno del paese e verso nord. Essa è oggi il centro di una democrazia attiva, espressione della potenza di un paese ai vertici dell'economia mondiale.

 

BIBLIOGRAFIA
  • AA. VV., Brasilia. A utopia come true 1960-2010-Un'utopia realizzata 1960-2010 - Mondadori Electa, Milano 2010
  • A. Pagliano, Oscar Niemeyer. La geometria della forma - Franco Angeli Editore, Milano 2011
  • G.F. Elia (a cura di), Brasilia : aspetti e problemi di una città di fondazione - SEU, Pisa 1989

1960, NASCE BRASILIA (di Massimo IACOPI)
(Pubblicato su Rivista mensile Storia in Network n. 184 - febbraio 2012 con lo pseudonimo di Max Trimurti)

La fiandra tessile

Conosciuta come uno dei polmoni dell'economia medievale, l'industria tessile fece la fortuna delle città fiamminghe tra il XII e il XIV secolo. Sarà poi la più concorrenziale industria tessile inglese a spodestare la supremazia fiamminga.

L'industria tessile, concentrata in Italia settentrionale ed in Fiandra, di gran lunga il settore economico più fiorente dell'Europa medievale, era al centro degli scambi commerciali dell'epoca, i cui assi di comunicazione collegavano questi due grandi poli commerciali. Su questa trama bipolare si innestava il commercio mediterraneo, dominato dalle repubbliche marinare italiane, mentre i prodotti dello spazio del Baltico erano monopolizzati dalle città della Lega Anseatica. Successivamente al periodo delle fiere della Champagne l'apertura della via marittima fra Bruges e l'Italia amplifica maggiormente l'importanza della Fiandra e della sua industria tessile, prima che questa - resa ormai sclerotica dal protezionismo delle sue corporazioni urbane - non verrà soppiantata dalle nuove industrie tessili inglesi ed olandesi. 

Un'industria redditizia 
L'industria tessile è alla base dell'eccezionale prosperità di città come Arras, Saint-Omer, Gand, Ypres o Bruges. In particolare, dal XII secolo tale sviluppo ha interessato l'area compresa fra Arras, Saint-Omer, Douai e Valenciennes, nella Francia nordorientale e nel Belgio. 
Questa industria si basava inizialmente sulla lana dei montoni delle piane costiere fiamminghe. Successivamente, i mercanti-fabbricanti presero l'abitudine di far arrivare la materia prima dall'Inghilterra, dove la lana era infinitamente più abbondante, di migliore qualità e naturalmente più a buon mercato. 
Un atto notarile genovese, rogitato nel 1191, dimostra che in un volume di acquisti di panni fiamminghi e dell'Artois per 5942 lire genovesi, la città di Arras rappresentava il 63% del totale. In seguito il centro di gravità dell'industria tessile si sposta verso Ypres e Gand nel Belgio, mentre Arras riconverte la sua struttura economica nel settore finanziario (banche) e nella tappezzeria di lusso. All'inizio del XIV secolo Ypres produce ogni anno da 35 a 40 mila pezze di panno delle dimensioni di 22 metri per 1,5 di larghezza; una forte crescita intorno agli anni 1340 proietta la sua produzione annuale a più di 75 mila pezze, prima di sfiorare un po' più tardi le 100 mila pezze annue. 

Soprassalti sociali e politici 
La Fiandra del XIV secolo deve però fare fronte ad una duplice crisi, sociale e politica, che giunge a minacciare seriamente la sua notevole prosperità. 
Inizialmente, si tratta di una crisi sociale caratterizzata da gravi tensioni che marcheranno senza interruzione o tregua i rapporti fra la ricca aristocrazia mercantile - nucleo del patriziato urbano monopolizzatore dell'amministrazione comunale (l'echevinage) - ed i differenti mestieri, riuniti in corporazioni. Queste tensioni sociali tenderanno ad amplificarsi, allorché l'industria dei panni viene a confrontarsi con una grave crisi scatenata dall'inizio della Guerra dei Cent'anni. Il conflitto inizia nel 1337 a seguito di un tentativo di colpo di mano inglese su Cadzand (Fiandra marittima), seguito dalla gravissima sconfitta della flotta francese di Sluis (La Chiusa), di fronte all'avamporto di Bruges (24 luglio 1340). Intervenendo in soccorso del suo sovrano francese, il Conte di Fiandra decreta l'interdizione di qualsiasi commercio con l'Inghilterra: si tratta di una decisione che, per reazione, scatena la ribellione generale delle città della contea sotto la guida del cittadino di Gand, Jacobus van Artevelde, proclamato immediatamente Ruwaert(Reggente) di Fiandra nel 1338. 
Van Artevelde sigla a quel punto un'alleanza con il Re Edoardo III d'Inghilterra (3 dicembre 1339) in cambio dell'abolizione dell'embargo sulle lane inglesi e della concessione alla città di Bruges del diritto di scalo (monopolio accordato dall'Inghilterra sulle lane inglesi, punto di sbarco, stoccaggio e di distribuzione delle lane insulari per il resto del continente) sullo stesso prodotto. Poco dopo, nel febbraio 1340, lo stesso Ruwaert arriva a rendere omaggio allo stesso sovrano d'Inghilterra, riconosciuto anche come Re di Francia. La morte di Van Artevelde (24 luglio 1345) e la morte del conte di Fiandra, Luigi di Nevers, nella battaglia di Crecy (25 agosto 1346), seguita dall'accessione alla dignità comitale di Luigi II de Maele (1346-1384), vengono però a modificare sensibilmente i dati generali del conflitto. 
Accolto con soddisfazione dalle città della Fiandra, alla quali il nuovo conte conferma abilmente tutti i loro privilegi, Luigi de Maele si rifiuta di confermare e garantire qualsiasi alleanza con l'Inghilterra, mentre le città fiamminghe riconoscevano come sovrano unico e legittimo proprio quello inglese. L'inevitabile scontro che ne consegue viene regolato dallo straordinario ed originale Trattato di Dunquerque del 13 dicembre 1348, che consente a Luigi de Maele il diritto a riconoscere personalmente Filippo VI come Re di Francia, mentre consente allo stesso tempo ai suoi subordinati di fare la stessa cosa con Eduardo III, con lo scopo finale di mantenere aperte le relazioni commerciali fra la Fiandra e l'Inghilterra. 

Crisi strutturale 
La Fiandra delle grandi città tessili conosce da quel momento un ultimo grande periodo di prosperità: ultimo perché, nel frattempo, essenzialmente per motivi d'ordine fiscale, il Re Edoardo d'Inghilterra decide di tassare l'esportazione delle lane insulari e, soprattutto, impianta nel sud della Gran Bretagna una fiorente industria tessile locale. 
In questo modo il totale delle esportazioni di lane inglesi verso il continente, che si aggirava fino al 1360 intorno ad una media annuale di 30 mila sacchi da 166 chili, subisce una contrazione progressiva fino a stabilizzarsi su una media annuale di circa 10 mila sacchi. Evoluzione del tutto naturale dal momento che l'industria tessile inglese era divenuta nel frattempo un eccellente sbocco commerciale e di produzione per le lane inglesi. Parallelamente, il totale delle pezze di tessuto inglesi esportate verso lo stesso continente subisce una repentina impennata, passando dallo zero del 1349 a più di 140 mila pezze nel 1359, attraverso due periodi di recessione, dal 1400 al 1410 e dal 1447 al 1465 (a seguito del divieto borgognone sulle esportazioni di panni inglesi, in quanto allora la Fiandra dipendeva dai Duchi di Borgogna). 
La rottura politica franco borgognona (Trattato d'Arras del 1435) si traduce nel settore tessile in una caduta delle esportazioni inglesi da 41 mila pezze a 25 mila ed un calo di esportazioni di lana da 15 mila a 2 mila sacchi nel 1436. Da parte sua il Conte di Fiandra, preoccupato per il suo equilibrio finanziario e desideroso di controbilanciare la potenza delle tre grandi città tessili (Ypres, Gand e Bruges), incoraggia lo sviluppo di un'industria rurale (basata essenzialmente sul trattamento delle lane spagnole e sulla coltura del lino) che, al riparo dai continui conflitti urbani e dai regolamenti delle corporazioni, sempre più pignoli, cavillosi e conservatori, conosce uno sviluppo eccezionale e contribuisce ad alimentare sensibilmente, in tasse, il tesoro comitale che le grandi città erano esentate dal pagare. 
Vede a quel punto prendere forza una industria prospera in una serie di piccoli centri fiamminghi sconosciuti, come Hondschoote, Courtrai, Cassel, Commines, Deinze, Eekloo, Harelbeeke, Tielt, mentre un'analoga politica di sviluppo rurale contribuisce allo sviluppo di centri tessili rurali anche nel Ducato di Brabante (Belgio settentrionale ed Olanda meridionale). 

La duplice concorrenza delle industrie tessili inglesi e dei prodotti tessili rurali, ai quali si aggiunge rapidamente, in seguito, anche la produzione dei centri olandesi (Leida, ad esempio, da 9660 pezze di tessuto nel 1400 arriva a produrre ben 21195 pezze nel 1476), fa precipitare la crisi degli stabilimenti urbani fiamminghi, incapaci di diversificarsi e i cui costi di produzione diventano proibitivi (in tale contesto il tessile inglese veniva negoziato ad un prezzo base di 100, mentre la produzione delle grandi città di Ypres, Bruges e Gand veniva rispettivamente negoziata su una base di 229, 278 e 268). 
La crisi economica che ne deriva spinge pertanto le città fiamminghe a richiedere al principe (il Duca di Borgogna) l'emanazione di misure protezionistiche in relazione all'importazione di tessuti o prodotti lavorati inglesi ed è appunto in questo ambito che Filippo il Buono, il 19 giugno 1434, decreta l'embargo di tessuti inglesi in Fiandra, nel Brabante ed in Olanda, divieto poi rinnovato il 1° dicembre 1439 ed ancora successivamente nel 1446, 1448 e nel 1464. 
Tuttavia, nel 1446 il Duca abolisce tale divieto (in vero poco rispettato) solo per la città di Anversa. 
In questa situazione la prosperità di Ypres subisce un colpo decisivo, mentre la città di Gand riesce in parte a riconvertirsi, sostituendo alla moribonda industria tessile il commercio delle granaglie e rivendicando il monopolio della navigazione fluviale sull'Escaut e sulla Lys. 
Per contro, Lovanio riesce in una fortunata riconversione delle sue attività tessili verso l'industria del lino, la fabbricazione della birra, nelle concerie, la tappezzeria (da 8 imprese nel 1400 a 36 fra il 1460-1480) e l'insegnamento universitario (Fondazione dell'Università di Lovanio nel 1425-1426, che contribuisce a favorire lo sviluppo delle attività di stampa). La collocazione poi nel 1432 dell'Università di Lovanio nei locali dell'antico mercato dei tessuti (risalente al 1317) è l'elemento simbolico di questa mutazione economica e sociale della città 

L'industria. Da una strada all'altra... 
Le cinque grandi fiere fiamminghe di Tielt, Thorout, Ypres, Bruges e Lille, così come il ciclo annuale delle fiere della Champagne (Lagny, Bar sur-Aube, Provins e Troyes), fiere scaglionate lungo la rotta commerciale che collega i due grandi poli economici dell'epoca (l'Italia ed i Paesi Bassi), conobbero il loro apogeo verso gli anni 1200. Queste fiere, favorite dal principe del territorio di giurisdizione poiché da esse egli ne traeva sostanziali vantaggi in termini di diritti e di pedaggi, concedevano ai mercanti una serie di garanzie finanziarie (indennità versate nel giro di 40 giorni nel caso di incidenti), giuridiche, militari (protezione armata) e materiali (mercati, luoghi di stoccaggio, strutture alberghiere). Svolgendosi in maniera parallela e complementare in relazione alle fiere agricole delle stesse città, le Fiere della Champagne mettevano in contatto regolarmente i mercanti fiamminghi, che vi vendevano i loro tessuti grezzi, con i Fiorentini dell'Arte di Calmala. Tuttavia l'apertura di una via marittima fra l'Italia e l'Inghilterra (Southampton) ed i Paesi Bassi (Bruges viene raggiunta nel 1277 dai Genovesi e nel 1314 dai Veneziani), il declino dell'asse commerciale terrestre del Rodano a vantaggio della rotta Venezia-Norimberga e quindi dell'asse commerciale renano, l'importanza del traffico marittimo degli Anseatici e la ridotta sicurezza legata alla Guerra dei Cent'anni, determinano un declino irrimediabile delle Fiere della Champagne ed il contemporaneo apogeo commerciale di Bruges. 

L'apogeo di Bruges (XII-XIV secolo) 
Gli abitanti di Bruges, inizialmente commercianti essi stessi, vengono a scontrasi rapidamente con la concorrenza delle città rivali, essenzialmente anseatiche, che monopolizzavano le attività commerciali nelle loro zone di rispettiva influenza. Questo elemento spiega la progressiva sedentarizzazione dei commercianti di Bruges che, col tempo, accolgono presso di loro i concorrenti stranieri, i quali peraltro apprezzano la città per le sue qualità portuali e soprattutto per le sue ampie disponibilità di stoccaggio e di alloggio. Le motivazioni che spingevano i mercanti stranieri a recarsi a Bruges erano anche legate alla quasi garanzia di poter disporre di un nolo di ritorno (inizialmente di tessuti fiamminghi) di grande valore commerciale e la pratica certezza di potervi vendere facilmente le loro mercanzie, prodotti inizialmente assorbiti dalla stessa Fiandra e quindi dai numerosi mercanti e banchieri stranieri (presenza di filiali delle grandi banche fiorentine dei Bardi, dei Peruzzi e dei Medici). 
In questo modo Bruges si erge rapidamente al rango di "pivot" e punto di riferimento dello spazio commerciale europeo nordoccidentale. In tal modo dal 1270 gli Inglesi vi si assicurano un posto preminente, che rinforzano ulteriormente nel 1294, facendo di Bruges il deposito della loro lana verso la Fiandra ed il continente europeo. 
In seguito questo diritto di scalo fu rinnovato a due riprese (1325-26 e 1340-53), prima di essere riportato in Inghilterra e successivamente (1363) installato a Calais, fatto che di colpo attribuisce una importanza strategica rilevante alla città di Gravelines, posto di frontiera fra Calais e la Fiandra. 
A Bruges i mercanti inglesi vengono ben presto affiancati da quelli della Lega Anseatica, che utilizzavano sia la via terrestre Bruges-Colonia, sia la via marittima Lubecca-Amburgo-Bruges e che smerciavano sulla piazza fiamminga i prodotti delle loro zone di esclusività (ambra, granaglie, legname, ferro, aringhe ed il rame del Baltico, le pellicce di Novgorod, la birra di Amburgo e di Brema, il merluzzo della Norvegia ed il sale del Luneburg) in cambio di prodotti mediterranei e soprattutto di tessuti fiamminghi (in tale contesto nel 1368-69 su un totale di 339 mila marchi di importazione, Lubecca, il più grande centro anseatico, acquista ben 121 mila marchi di tessuti fiamminghi). 
I mercanti anseatici, al fine di difendere i loro privilegi trasferirono diverse volte i loro uffici e depositi nordoccidentali da Bruges a Aardenburg (1307-1309), Dordrecht (1358-1360 e 1388-1392), Anversa (1436-1438), a Deventer ed Utrecht (1451-1457). Ma malgrado queste pressioni, Bruges rimane per lungo tempo il crocevia obbligato del commercio internazionale fra lo spazio baltico, il mare del Nord ed il Mondo mediterraneo. 


Da Bruges ad Anversa 
Tuttavia Bruges vede la sua prosperità scossa da un protezionismo scarsamente lungimirante, dal declino della Lega Anseatica e dalla concorrenza esercitata dalla piazza libero scambista di Anversa. Ed è proprio nel suo conservatorismo chiuso e meticoloso, piuttosto che nel leggendario insabbiamento dello Zwijn (il famoso braccio di mare formato dall'onda di marea del 1134) che vanno ricercate le vere cause del declino di Bruges. In realtà la città disponeva di ben tre avamporti e se quello di Damme rimase insabbiato nel 1280, seguito da quello di Sluis/la Chiusa nel 1360, quello di Middelburg rimase sempre perfettamente operativo. Ad un esame più approfondito le vere cause del declino di Bruges vanno attribuite allo spostamento degli assi commerciali terrestri (a seguito della Guerra dei Cent'anni), al declino di tutta l'industria tessile delle grandi città fiamminghe e soprattutto nel conservatorismo e nel protezionismo estremo praticato dalla città, protezionismo che spinse i mercanti inglesi ad installarsi ad Anversa, per potervi vendere i prodotti della loro industria tessile, operazione che a Bruges era colpita da interdetto ducale 
La crescita di Anversa ha effettivamente inizio, in modo molto timido, a partire dal 1407. Successivamente, a partire dal 1442-44, lo sviluppo prende un notevole spessore allorché viene trasferito sulle rive dell'Escaut il commercio dei tessuti inglesi. 
Così Anversa si sviluppa sempre di più, favorita dall'atmosfera di grande libertà commerciale che vi regnava e dalla politica dei suoi successivi signori. Antonio il Gran Bastardo di Borgogna, che aveva accordato agli Anseatici un privilegio perpetuo nel 1409 e che nel 1411 procede alla liberalizzazione dei mercati franchi del sale del pesce e dell'avena; Filippo il Buono, che annulla solo per Anversa la proibizione del traffico dei tessuti inglesi; Massimiliano d'Austria, che, per punire Bruges delle sue rivolte del 1484-85 e del 1488-90, favorisce la partenza dei mercanti stranieri dalla "Venezia del Nord" per le rive dell'Escaut ed accorda ad Anversa, nel 1491, anche il monopolio del mercato dell'allume. A fianco delle lane inglesi, infatti, il secondo pilastro sul quale si basava tutta l'industria tessile dell'epoca era l'allume (il suo mordente era indispensabile per la tintura dei tessuti grezzi) ed è importante mettere in evidenza il ruolo preminente esercitato dai genovesi nel commercio di questo prodotto, del quale Bruges era allora il grande mercato nord occidentale europeo. 

In effetti a partire dal 1277 il porto di Bruges risultava frequentato dai vascelli genovesi che vi scaricavano i loro carichi di allume intorno agli anni 1300. Il commercio dell'allume rimane in gran parte sotto il controllo dei Genovesi anche se temporaneamente (dal 1466 al 1478), i fiorentini riescono a monopolizzare lo sfruttamento dell'allume delle miniere pontificie di Tolfa, nei pressi di Civitavecchia (scoperte nel 1462), proprio nel momento in cui la conquista di Focea da parte dei Turchi (1455) aveva interrotto la corrente commerciale Focea-Chio-Bruges. Da ultimo, il Trattato di Westminster (siglato da Enrico VII e Filippo il Bello il 15 maggio 1508), garantiva in linea di massima la libera circolazione dei beni fra l'Inghilterra ed i Paesi Bassi e stabiliva tutta una serie di restrizioni al commercio dei tessuti inglesi in Fiandra: questi non potevano essere venduti al dettaglio, né essere tinti da operai fiamminghi ma solo da personale di Anversa, che non era fiammingo ma del Brabante. Inoltre viene anche stipulata una esenzione dei diritti di attracco per le navi inglesi che accostano ad Anversa. 
Questa imposta era stata preliminarmente stabilita da Filippo il Buono e la sua soppressione mette chiaramente in evidenza le differenze che caratterizzavano e mettevano in contrapposizione la super conservatrice piazza di Bruges al liberalismo di quella di Anversa. 
Anversa costruisce la sua prosperità su tre differenti pilastri: il commercio dei tessuti inglesi (i panni inglesi venivano tinti ad Anversa e successivamente ridistribuiti in tutta l'Europa, attività che raggiunge il suo culmine nel 1550 con ben 133 mila pezze importate nella città), il commercio delle spezie ed il mercato legato all'argento proveniente dall'America (il ruolo dei banchieri alto tedeschi e quello in particolar dei Fugger ebbe una importanza decisiva e comparabile con quello giocato dai Medici a Bruges). 
Anversa prima piazza finanziaria e commerciale del mondo nel XVI secolo, riesce in tal modo ad approfittare perfettamente della mondializzazione degli scambi legati, da una parte all'apertura delle vie marittime verso le Indie e verso le Americhe e dall'altra alla lenta sostituzione dell'asse mediterraneo con quello atlantico, indotto per di più, dalla conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1453.

 

BIBLIOGRAFIA
  • F. Braudel, Les Jeux de l'Échange, Paris, Armand Colin, 1979
  • P. Contamine Philippe, L'Économie Médiévale, Paris, Armand Colin, 2003
  • G. Duby, L'economia rurale nell'Europa medievale : Francia, Inghilterra, Impero, Laterza
  • P. Bougard, Y. M. Hilaire, A. Nolibos, Histoire d'Arras, Lille, Le Téméraire, 2000

La Fiandra Tessile nel cuore dell'industria medievale (di Massimo IACOPI)
(Pubblicato sulla Rivista Storia in Network n. 177/178 - Lug/Ago 2011 con lo pseudonimo di MAX TRIMURTI)

1948, Nasce la GUERRA FREDDA

Al termine del secondo conflitto mondiale, logoratasi la grande alleanza contro le potenze dell'Asse, cala sull'Europa lo spettro della Guerra Fredda. La grande rivalità tra USA e URSS congelerà la storia del continente per quarant'anni.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale il crollo del Reich hitleriano, lo sfinimento di Inghilterra e Francia, e al contempo la crescita di potenza degli USA e l'estensione dell'Impero Sovietico vengono a determinare le condizioni per un nuovo scontro a livello mondiale. L'Europa in rovina sembra ormai solo una preda da cogliere. La comparsa sulla scena mondiale dell'arma nucleare contribuisce a sconvolgere i rapporti di forza, fornendo agli USA i mezzi per tenere a freno l'espansionismo dell'URSS in Europa. Questa relativa posizione di stallo provoca la nascita della cosiddetta "Guerra Fredda", un conflitto silenzioso e (apparentemente) senza vittime belliche le cui conseguenze generano un nuovo sistema di relazioni internazionali e marcano in modo significativo anche lo spirito pubblico. 

L'attacco all'URSS, lanciato dai Tedeschi il 22 giugno 1941, aveva dato una nuova dimensione alla guerra, iniziata due anni prima da Hitler, dopo il patto germano-sovietico (Ribbentrop- Molotov) del 23 agosto 1939. La Russia staliniana, trasformata dall'aggressione tedesca in alleata delle democrazie occidentali, ne riceve immediatamente i benefici per mezzo del considerevole aiuto americano. 
Nel corso del conflitto, però, fra le potenze alleate emergono da subito rilevanti divergenze. Gli USA, entrati in guerra nel dicembre 1941, rifiutano di riconoscere la trasformazione degli stati baltici in repubbliche sovietiche, mentre gli alleati britannici rimangono particolarmente attenti e sensibili alla futura sorte della Polonia. Contro la resistenza patriottica nazionale, che riconosce l'autorità del Governo in esilio polacco a Londra, Stalin gioca la carta del poco rappresentativo governo fantoccio filosovietico(il "Comitato di Lublino"). 
Queste divergenze non impediranno comunque ai tre grandi di incontrarsi una prima volta a Teheran nel dicembre 1943. Il clima di euforia derivato dalle prospettive di vittoria - l'Italia era uscita dalla guerra, la Russia aveva iniziato la riconquista dell'Ucraina - induce i partecipanti al summit ad evitare di proporre questioni spinose. Su una cosa tutti sembrano d'accordo: la capitolazione della Germania senza condizioni e l'occupazione futura del suo territorio. Nel corso dei mesi successivi all'incontro di Teheran, gli interessi degli Alleati iniziano a divergere su numerosi punti. 

In Polonia, l'insurrezione di Varsavia, scatenata nell'agosto 1944 dalla resistenza nazionale, viene schiacciata dai Tedeschi, mentre le truppe del generale Rokossowsky rimangono a guardare. I problemi logistici invocati a giustificazione di un tale atteggiamento da parte dei Sovietici non riescono a mascherare la ferma volontà di Stalin di lasciare annientare un movimento di resistenza in grado di poter assumere in futuro la guida di quel paese. La vittoria tedesca in effetti apre definitivamente la strada al Comitato di Lublino, ormai libero dai condizionamenti di un pericoloso rivale. Questo drammatico episodio è altamente rivelatore delle vere intenzioni dei Sovietici in Europa orientale e nei Balcani, dove Stalin ha la ferma volontà di creare una fascia difensiva che possa impedire nel futuro una aggressione sul tipo di quella tedesca del 1941. 
Questo prospettiva rende particolarmente ansioso Churchill il quale, più realista di Roosevelt, desidera inizialmente, rispetto ad uno sbarco ad occidente, uno sbarco nei Balcani o un'avanzata dall'Italia verso l'Austria e la Jugoslavia, al fine di precedere l'Armata Rossa nell'Europa centrale. Mentre Stalin aveva qualificato come "criminali" i capi degli insorti polacchi vinti alla fine del mese d'agosto dai Tedeschi, le forze vittoriose sovietiche favoriscono l'instaurazione in Bulgaria di un regime dominato dai comunisti. L'atteggiamento adottato dai Britannici spingeva nei fatti il padrone del Cremlino ad assumere rapidamente questo genere di iniziative. 

Nel mese di maggio del 1944 Anthony Eden aveva proposto al "piccolo padre dei popoli" uno scambio Romania contro Grecia: il primo di questi paesi entrava nell'ambito della sfera di influenza sovietica, mentre il secondo doveva rimanere sotto quella inglese. In effetti la situazione ellenica preoccupava non poco il Governo di Londra. Mentre il Re dei Greci si era rifugiato ad Alessandria, dove aveva stabilito un governo in esilio, appoggiato dalla resistenza non comunista (EDES), i comunisti dell'ELAS avevano costituito nel marzo 1944 un Comitato di Liberazione Nazionale. Sebbene fosse intervenuto nel settembre 1944 un accordo per conciliare le varie tendenze la questione greca era ben lungi dall'essere risolta. I Britannici, fedeli alla loro tradizionale politica nel Mediterraneo, temevano soprattutto che un potere comunista installato ad Atene, avrebbe potuto offrire all'URSS quell'apertura sui "mari caldi", obiettivo della politica russa fin dal 1700. La situazione greca si aggrava effettivamente nel corso dei mese seguenti e nel dicembre 1944 Atene diventa il teatro, per diverse settimane, di una vera e propria guerra nelle strade che obbliga gli Inglesi ad intervenire. 
Qualche settimana prima, il 9 ottobre, Churchill aveva concluso con Stalin, a Mosca, il famoso "accordo delle percentuali" relativo alle ripartizioni delle zone di influenza rispettive dell'URSS e della Gran Bretagna nei Balcani ed in Europa centrale (90% per l'URSS in Romania, 75% in Bulgaria; 50% in Ungheria e Jugoslavia, mentre l'influenza inglese doveva avere il 90% in Grecia). Indubbiamente un accordo surreale, specie agli occhi dei Sovietici, stipulato due mesi prima della visita del generale De Gaulle, giunto a Mosca per negoziare la lealtà dei comunisti francesi, in cambio del riconoscimento del Comitato di Lublino in Polonia, nonché l'autorizzazione a Maurice Thorez a rientrare in Francia per far parte, come vicepresidente del Consiglio, del nuovo governo. 

Ed è proprio in questo clima di pesante incertezza che si tiene in Crimea, dal 3 all'11 febbraio 1945, la Conferenza di Yalta. I tre Grandi si accordano sulla convocazione, il 25 aprile seguente, della Conferenza di San Francisco, deputata a mettere le basi dell'ONU, l'organizzazione internazionale delle Nazioni fortemente voluta da Roosevelt. La Francia non è rappresentata, eppure si vede attribuire, grazie all'abilità di Churchill, una zona di occupazione in Germania. L'URSS ottiene la possibilità di conservare i territori polacchi annessi nel 1939, oltre alla assicurazione che la Polonia possa compensare tali amputazioni con ingrandimenti territoriali ad ovest a spese della Germania, fino alla linea dell'Oder-Neisse. Stalin ottiene ugualmente il riconoscimento del "Governo" polacco di Lublino, che deve costituire, con quello di Londra, un "Governo provvisorio polacco di unità nazionale". Egli si impegna infine ad entrare in guerra contro il Giappone entro tre mesi dalla fine del conflitto in Europa. 
La dichiarazione sull'Europa liberata, preparata da Roosevelt, prevede che i tre grandi: «aiuteranno in comune accordo i popoli dell'est europeo liberati o i vecchi stati satelliti dell'Asse, presso i quali, a loro giudizio, la situazione imporrebbe la formazione di governi provvisori largamente rappresentativi di tutti gli elementi democratici che si impegneranno a instaurare, il più presto possibile, attraverso libere elezioni, dei governi secondo la volontà dei popoli .». L'adesione di Stalin a questa dichiarazione sorprende positivamente Roosevelt, cui peraltro stava molto più a cuore la costituzione dell'ONU. Lo stesso Churchill, anche se decisamente diffidente nei riguardi del Cremlino, rientra da Yalta con «l'impressione che il maresciallo Stalin ed i dirigenti sovietici desiderano vivere con amicizia e nella stessa dignità con le democrazie occidentali. Credo che essi abbiano una sola parola.». Nello stesso tempo Vishinsky, l'organizzatore dei processi staliniani, arrivava a Bucarest per imporre la propria volontà al Re Michele. Questi viene costretto a rimpiazzare il Primo Ministro Radescu con Petru Grozea, un vecchio militante comunista, cui viene affidato anche il Ministero degli Interni. I dirigenti dei partiti tradizionali vengono arrestati nel corso dei giorni seguenti e la Romania inizia così la sua lunga discesa nella notte del totalitarismo comunista. 

La situazione polacca presentava non pochi aspetti preoccupanti, tali da riportare Churchill nel solco di un maggiore realismo. Stalin, contrariamente agli impegni presi, rifiuta ogni allargamento del Governo di Lublino con elementi di quello in esilio, denunciando le ingerenze occidentali come «un insulto alla dignità nazionale polacca». Prendendo atto che ormai si trattava «del crollo completo di tutto quello che era stato stabilito a Yalta», il primo Ministro britannico sollecita il diretto intervento di Roosevelt. 
Il 12 aprile 1945, la morte improvvisa di Roosevelt porta alla Casa Bianca il Vice Presidente Harry Truman, un piccolo commerciante del middle west che era solito paragonare Stalin ad Hitler. La scomparsa dei maggiori dirigenti polacchi non comunisti - attirati in un tranello e spediti in detenzione nell'URSS - non contribuisce certo a modificare le proprie convinzioni. Nello stesso momento gli eserciti, americano e sovietico, si incontravano sull'Elba a Torgau, nel cuore della Germania sconfitta. Dal giorno successivo alla firma dell'Armistizio (8 maggio), Truman sospende le consegne di materiali all'URSS, un fatto mal digerito a Mosca. Il mese seguente, in occasione dell'assemblea costitutiva dell'ONU a San Francisco, i sovietici ottengono solo tre seggi nell'Assemblea Generale (Russia, Bielorussia ed Ucraina), a fronte di una pretesa di ben quindici, tanti quanto il numero delle repubbliche socialiste sovietiche. 
La Conferenza di Potsdam (17 luglio-2 agosto 1945) conferma la reciproca diffidenza stabilitasi fra Stalin e gli interlocutori occidentali. Truman ha rimpiazzato Roosevelt e Churchill, battuto alle elezioni, lascia il posto al laburista Clement Attlee. La Conferenza fissa l'ammontare delle riparazioni tedesche e decide il processo dei dirigenti nazisti tedeschi nella cornice del Tribunale di Norimberga. Un consiglio dei Ministri degli Esteri deve preparare i trattati per restaurare la pace con i paesi vinti. Viene infine lanciato un ultimatum al Giappone, qualche giorno dopo il successo dell'esplosione sperimentale della prima bomba atomica nel deserto del Nuovo Messico. Viene anche fissato l'ammontare delle riparazioni tedesche, destinate per metà all'URSS. 

Il possesso dell'arma nucleare, della quale vengono constatati i terrificanti effetti a Hiroshima e Nagasaki il 6 ed il 9 agosto 1945, sconvolge gli equilibri del dopoguerra a vantaggio degli USA. Mentre Roosevelt era sembrato rassegnato di fronte ad una certa egemonia dell'URSS nell'Europa continentale, Truman si trova a disporre di mezzi e convinzioni per opporsi adeguatamente alle ambizioni staliniane. 
Le tensioni appaiono in tutti i loro contorni nel corso del 1946. I Sovietici respingono il Piano Baruch, presentato all'ONU, mirante a un controllo internazionale sugli armamenti nucleari mentre Churchill pronuncia il 5 marzo il celebre discorso nel quale denuncia la "cortina di ferro" abbattutasi sull'Europa. Allorché gli Americani vengono a beneficiare, grazie all'arma nucleare, di un rapporto di forze favorevole, essi si trovano in condizioni di imporre diversi colpi d'arresto alle ambizioni sovietiche. 
E' il caso dell'Iran. Contrariamente alle promesse fatte a Potsdam, i Russi rifiutano di evacuare le regioni del nord del paese che hanno occupato sin dal 1941. La fermezza dimostrata dagli Americani consente il recupero di quei territori e le elezioni del 1947 portano al governo l'anglofilo Hakimi. Nello stesso tempo, Molotov effettua pressioni sulla Turchia, per ottenere una base sulla costa dell'Egeo. Nell'agosto 1946 una potente flotta americana incrocia nelle acque del Mediterraneo orientale nell'intento di far capire ai Sovietici che Washington non tollererà alcun tentativo contro l'integrità territoriale della Turchia. 
In Grecia, gli accordi conclusi a Varkiza agli inizi del 1945 avevano fatto sospendere lo scontro armato, ma il conflitto è tutt'altro che terminato. Nella primavera del 1946 l'astensione massiccia degli elettori di sinistra attribuisce una larga maggioranza alla destra ed un referendum tenutosi nel successivo mese di settembre sancisce la restaurazione della monarchia. Tuttavia la guerriglia comunista - appoggiata ai "santuari" installati in Albania, Jugoslavia e Bulgaria sovietizzate - prosegue la sua lotta. La situazione appare in tutta la sua gravità in quanto l'URSS, non essendovi direttamente implicata, non poteva essere richiamata all'ordine come nei casi dell'Iran e della Turchia. Poiché l'Inghilterra non avrebbe potuto mantenere sul posto i 40 mila uomini del generale Scobie, saranno gli Americani a prendere il loro posto. La cosa diventa realtà il 12 marzo 1947 quando Truman, annunciando la dottrina che porta il suo nome, decide di porre gli USA alla testa del mondo libero. La Grecia si vede attribuire 250 milioni di dollari di aiuti e la Turchia 150 milioni. 

I comunisti greci, nell'intento di prendere sul tempo gli occidentali, proclamano nel dicembre 1947 un Governo della Grecia libera, ma la sconfitta militare dell'ELAS appare inevitabile, tanto più che nel luglio 1948, Tito smette di concedere il suo sostegno alla guerriglia. I comunisti greci, ricacciati nel nord del paese, saranno costretti a dichiararsi vinti nell'ottobre 1949 riparando in Bulgaria ed in Albania. 
Nel corso degli stessi anni, gli avvenimenti dell'Ungheria, della Bulgaria e della Romania la dicono lunga sulla maniera con la quale Stalin ed i suoi alleati locali interpretano la democrazia. In Ungheria le elezioni del novembre 1945 avevano dato 70 seggi ai comunisti (contro i 245 al partito dei contadini, 49 ai socialdemocratici e 23 ai nazional-popolari), ma un comunista occupava il Ministero degli Interni. Nell'agosto 1947, Lazlo Rajk prende il potere per instaurare un regime di "democrazia popolare" mentre il leader del partito dei contadini viene arrestato direttamente dai Russi. Nel corso dello stesso anno i dirigenti dei partiti contadini rumeni e bulgari, Maniu e Petkov, vengono a loro volta arrestati. Petkov viene impiccato con l'accusa di complotto. Nel mese di gennaio 1947 elezioni largamente truccate fanno entrare la Polonia nell'orbita sovietica e nello stesso anno, in Francia, il socialista Paul Ramadier allontana i comunisti dal suo governo, mettendo fine al tripartitismo (comunisti, socialisti e democratici cristiani) che aveva dominato la vita politica francese sin dalla Liberazione. Anche in Italia i comunisti vengono allontanati dal potere. 

In questo momento interviene - per iniziativa del generale Marshall, succeduto a James Byrne al Dipartimento di Stato - la proposta americana di aiuti all'Europa, per assicurarne rapidamente la ripresa economica. Stalin ed i suoi alleati europei respingono la proposta, che interpretano come l'espressione di una volontà "imperialista". Dal luglio 1947 la divisione dell'Europa in due è ormai una realtà. Nel corso dello stesso mese George Kennan definisce nella rivista "Foreign Affaires" la "Dottrina americana del Contenimento". Gli Jugoslavi, dopo aver annunciato la loro intenzione di occupare Trieste, debbono, il 15 settembre 1947, inchinarsi all'ultimatum americano. Tre settimane più tardi, dal 30 settembre al 5 ottobre, la Conferenza di Szlarka Poreba in Polonia sancisce la costituzione del Kominform, nuova riedizione del Komintern disciolto nel 1943 da Stalin al fine di non allarmare i suoi alleati anglosassoni. Il discorso di Andrej Zdanov in tale occasione è rivelatore della nuova situazione mondiale: «Si sono formati due campi nel mondo: da una parte il campo imperialista e antidemocratico che ha per scopo essenziale l'instaurazione della dominazione mondiale dell'imperialismo americano e la distruzione della democrazia; dall'altra il campo antimperialista e democratico, il cui scopo primario consiste nello scalzare l'imperialismo, nel rinforzare la democrazia e nel liquidare i resti del fascismo.». Qualche settimana più tardi in tutta Europa si scatenano violenti scioperi insurrezionali: crisi, queste, che segnano il passaggio all'opposizione dei partiti comunisti dell'Europa occidentale, e avranno un peso relativo nei confronti dei drammatici avvenimenti verificatisi nel corso dell'anno seguente a Praga ed a Berlino. 

La Cecoslovacchia - a differenza dei suoi vicini dell'Europa centrale ed orientale e nonostante la presenza di un potente partito comunista - era riuscita a conservare un regime parlamentare fondato sul pluripartitismo. Uno dei dirigenti del partito cecoslovacco, Rudolf Slansky (che sarà, nel 1949, vittima delle purghe staliniane), spiega ai suoi colleghi del Kominform riuniti a Varsavia che: «occorre eliminare la reazione rappresentata in seno al governo dal fronte nazionale costituito dopo la guerra; in tal modo sarà possibile distruggere definitivamente le speranze che la reazione internazionale ed interna ripone sulla Cecoslovacchia ». Il suo discorso troverà ascolto. Il partito comunista, giunto al potere nel quadro di una coalizione - ma detenendo la Presidenza del Consiglio (esercitata dal Klement Gottwald), e i Ministeri degli Interni, delle Finanze, della Radio, della Difesa - dispone di tutte le carte per imporsi alla testa del paese. Il PC accusa i suoi avversari di voler rovesciare il governo per preparare "elezioni antidemocratiche" e chiama alla piazza i propri sostenitori. Sotto la pressione delle "masse", i ministri liberali sono costretti alle dimissioni il 20 febbraio 1948. Gli ultimi giornali liberi cessano le loro pubblicazioni il 24 dello stesso mese. Gottwald, forte della "volontà popolare" così costruita, ottiene dal Presidente Benes la formazione di un nuovo governo composto di comunisti e loro alleati. Il 23 aprile 1948 la polizia e le milizie sindacali controllano la capitale. Le elezioni previste per il maggio seguente vengono mantenute, ma stavolta gli elettori non hanno altra scelta che votare le liste del fronte popolare, rimaneggiate a seguito della "rivoluzione popolare" di febbraio. Il vecchio Ministro degli Esteri, Jan Masarik, accetta apparentemente il nuovo regime, ma viene trovato suicida poco dopo. Il Presidente Benes morirà nel settembre 1948: il regime organizzerà in suo onore esequie nazionali, grato per aver accordato a Stalin il controllo del famoso quadrilatero boemo, nel cuore dell'Europa (che Bismarck considerava la chiave per il controllo del continente). 

Il "colpo di Praga" contribuirà in larga parte alla formazione del blocco atlanticointorno agli USA, Stalin però non se ne preoccupa troppo: il dittatore sovietico cerca infatti di approfittare del momento favorevole per ottenere ulteriori progressi in Europa. Le potenze vittoriose hanno firmato a Parigi trattati di pace con i diversi paesi alleati della Germania nell'Asse, ma la questione tedesca non ha trovato una soluzione. Di fronte a questo vicolo cieco, gli USA, la gran Bretagna e la Francia decidono, in occasione della Conferenza di Londra dell'aprile-giugno 1948, di organizzare politicamente le loro tre zone di occupazione, preparando a questo scopo la riunione di una assemblea costituente tedesca. Questo fatto apre la prospettiva di una divisione della Germania. Stalin risponde il 24 giugno 1948 interrompendo le comunicazioni stradali e ferroviarie fra i settori americano, inglese e francese a Berlino e la Germania occidentale. Egli è convinto che gli Americani non arriveranno fino alla guerra e pensa di obbligarli a riprendere i negoziati sul destino del paese vinto. 
Gli Americani, senza arrivare allo scontro diretto, accettano la sfida realizzando, per 11 mesi, un gigantesco ponte aereo che consente di rifornire i settori occidentali di Berlino. Stalin, che aveva sottostimato le capacità tecniche dell'aviazione da trasporto (275 mila voli effettuati) decide di togliere il blocco il 12 maggio 1949. E' proprio in questo contesto di estrema tensione che Truman, rieletto nel 1948, può finalmente organizzare il contenimento militare reclamato dagli Europei, molto preoccupati dalle intenzioni sovietiche. 
Mentre il trattato di alleanza concluso a Dunquerque nel 1947 fra la Francia e l'Inghilterra rimane ancora orientato contro una Germania peraltro esangue, quello di Bruxelles firmato fra la Francia e l'Inghilterra e gli Stati del Benelux, l'anno seguente, designa tutti i possibili "aggressori". Il Congresso americano vota, poco dopo, l'emendamento che permette agli USA di impegnarsi in tempo di pace in una alleanza con altri paesi (Risoluzione Vandemberg-Connaly dell'11 giugno 1948) ed il 4 aprile 1949 viene concluso a Washington il Patto Atlantico (che riunisce allora USA, Canada, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca, Islanda, Italia, Francia, Portogallo ed il Benelux, cui si aggiungono successivamente Turchia e Grecia). Questo atto costituisce il preludio per la costituzione, nell'anno seguente, della NATO (North Atlantic Treaty Organisation). 

La creazione della Repubblica Federale di Germania nel settembre 1949 (alla quale i Sovietici rispondono con la creazione della Repubblica Democratica Tedesca nella zona di occupazione russa), viene a confermare l'ormai avvenuta divisione dell'Europa. L'esplosione della prima bomba atomica sovietica nel settembre 1949 (gli Americani faranno esplodere la loro prima bomba H, molto più potente nel 1952 ed i Sovietici faranno la stessa cosa nell'anno seguente) crea di fatto un "equilibro del terrore", che congela per quattro decenni la storia dell'Europa. Tale stato di cose raggiungerà il suo apice quando i Sovietici, nel 1957, saranno in condizione di realizzare dei missili intercontinentali in grado di colpire il territorio americano. 
Diventando ormai impossibile il ricorso alla guerra sul continente europeo, il centro di gravità dello scontro fra i due Grandi si sposta a quel punto verso l'Asia, dove Mao Tze Dong esce vittorioso dalla guerra civile cinese nel 1949. La Guerra d'Indocina assume da quel momento un'altra caratteristica: da conflitto di decolonizzazione, essa diventa il teatro del confronto est-ovest. La Guerra di Corea, che ha inizio nell'estate del 1950, provoca l'adesione del Giappone, sconfitto, nel campo occidentale. 
Ormai si affrontano fra loro due mondi, basati su modelli politici, economici ed ideologici antagonisti: questa situazione perdurerà fino all'inizio degli anni '90, allorché le riforme ingaggiate da Mikhail Gorbacev in concomitanza con la politica di netto confronto degli USA con la presidenza Reagan porteranno al crollo dell'impero sovietico. Dietro gli eventi che hanno portato a questa nuova situazione internazionale, la guerra fredda può apparire carica di nuovi significati. 

Se ci si rifà alla prospettiva della geopolitica classica (Nicholas Spykman) la Guerra Fredda che ha inizio alla fine della Seconda Guerra Mondiale corrisponderebbe alla volontà americana di controllare le periferie del vecchio mondo, il rimland, vale a dire la zona "dell'anello continentale", il cui controllo costituisce una delle condizioni necessarie all'instaurazione di una egemonia mondiale. La "patto-mania" dei primi anni della Guerra Fredda (firma del patto Atlantico, dell'ANZUS con Australia e Nuova Zelanda, del trattato americano nipponico, della SEATO e quella del patto di Bagdad) sembrerebbe confermare questa interpretazione. Occorre però fare molta attenzione ai possibili risultati derivanti da un approccio ormai superato. 
Conviene ricordare che l'America del 1945, fiduciosa con Roosevelt nel ruolo da attribuire alla nuova ONU, si pone primariamente, in materia di politica estera, in una prospettiva wilsoniana, basata sulla instaurazione di un nuovo ordine mondiale, indubbiamente propizio all'esportazione del modello americano, ma lontano dalle logiche di potenza tradizionale. La situazione nella quale si trovavano nel 1945 tutte le potenze del vecchio mondo, aprivano una prospettiva favorevole all'egemonia americana. Gli Americani, con un territorio ed un apparato industriale usciti indenni dalla guerra, assicurano da soli il 60% della produzione mondiale. Saranno poi i governi dell'Europa occidentale a richiedere la protezione americana di fronte alle aggressive intenzioni sovietiche, in special modo dopo il "colpo di Praga", pienamente coscienti della evidente incapacità di assicurarsi da soli la propria sicurezza. Durante questo periodo l'URSS, sebbene percepita come portatrice di un progetto di rivoluzione mondiale, si preoccupa prioritariamente di costruirsi una sfera d'influenza o uno spazio difensivo, che derivano da un approccio classico dei rapporti di forze geopolitiche. Stalin scoraggia pertanto ogni tentazione rivoluzionaria, laddove i comunisti sono abbastanza potenti, come in Francia, in Italia o in Grecia, mentre installa dei regimi fedeli a Mosca nei paesi dell'Europa orientale, dove l'influenza comunista era, ad eccezione della Cecoslovacchia, particolarmente debole. Al contrario l'America, portatrice di un messianismo democratico, caro a Wilson e a Roosevelt, è quella che non tiene conto delle realtà storiche e geopolitiche. 
Sarà però l'esistenza di un nemico globale, nel caso specifico il blocco sovietico, che fornirà improvvisamente agli USA la legittimazione del loro intervento negli affari del mondo. Questo intervento è sollecitato molto spesso da tutti coloro che erano preoccupati dall'espansionismo comunista, esso va però di pari passo con l'instaurazione di uno spazio economico favorevole agli interessi americani. 
La Guerra Fredda, prodotto storico nato dal crollo dell'Europa e dalla comparsa dell'arma nucleare, è stata anche l'occasione per l'America di assumere una dimensione "globale". Dimensione che è stata confermata dal nuovo sistema internazionale nato dagli anni 1990. Nel momento in cui scompare il nemico sovietico ed a partire dal 2001, la nuova minaccia globale costituita dal "terrorismo internazionale" continua tuttavia a giustificare, agli occhi dei dirigenti americani, la necessità di attribuire ancora agli USA lo statuto di "impero indispensabile".

 

  • B. Bongiovanni, Storia della guerra fredda, Laterza, 2009
  • F. Romero, Storia della Guerra fredda. L'ultimo conflitto per l'Europa, Einaudi, 2009
  • J. L. Gaddis, La guerra fredda: rivelazioni e riflessioni, Rubbettino, 2002
  • F. Fejto, Storia delle democrazie popolari, Bompiani, 1977

 


1948, NASCITA della GUERRA FREDDA (di Massimo IACOPI)
(Pubblicato sulla Rivista Storia in Network n. 177/178 - Lug/Ago 2011)

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