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    IACOPI o JACOPI: una serie di antiche famiglie originarie della TOSCANA
  • 2 Iacopi - Jacopi
    Un cognome molto raro con (alle spalle) una storia importante !
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    Alla ricerca delle origini e della storia degli IACOPI. Sito interamente creato grazie alla ricerca e agli studi.
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IACOPI DISCENDENZE E STORIA

Una vita di ricerche per conoscere chi sono.

  

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Nota 6

In un documento del 1302 abbiamo, infatti, nota di un processo svoltosi davanti al tribunale ecclesiastico fiorentino, presieduto dal Vescovo di Fiesole, e del quale era imputato un certo ARRIGO Iacopi o Giacopi, figlio del notaro Ser LAPO Giacopi da Monteficalli in Val Greve. Arrigo era accusato di essere un “clerico fittizio”, cioè di essersi spacciato falsamente per religioso e di essersi pertanto avvalso dei privilegi ecclesiastici per esimersi dal pagare le proprie colpe davanti alla giustizia secolare ed, in particolare, per non aver voluto onorare i debiti contratti a Parigi con la Compagnia commerciale dei Franzesi che, per questo, l’avevano denunciato davanti al Vescovo. I Franzesi nel loro atto di accusa avevano riferito che ARRIGO aveva commerciato per otto anni in Francia, esercitando l’usura ed il prestito contro pegno, nonché il cambiatore, sedendo come d’uso dietro un tavolo coperto da un tappeto sulla pubblica via, specie nella Rue Saint Denis a Parigi. Egli, più tardi, aveva preso parte in Firenze alle battaglie dell’esercito cittadino. I testimoni rincararono la dose dicendo che portava addosso armi per difesa e per offesa, che passava le ore libere nei bordelli giocando a dadi e d’azzardo, che conviveva con una donna maritata, fuggita dalla sua casa coniugale ed era persona molto nota a Parigi in Rue de la Calandre e Rue de la Guanterie, le vie dei mercanti italiani. Altri testimoni riferirono che, tornato in Firenze, ARRIGO aveva di nuovo esercitato l’usura nei pressi della Chiesa di S. Firenze e di aver esercitato l’usura persino nel suo paese natio di Monteficalli. Naturalmente in seguito a ciò il Vescovo di Fiesole lo condannò e lo consegnò al Podestà per l’espiazione della pena nelle carceri di Firenze (Davidsohn III, pag. 395; VI, pag. 678).

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